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Posts by Claudio Cutolo


L’evasione

Capitolo 1 - L'evasione Natale era alle porte e nei giorni che precedono questa festa il mondo si veste di mescolanze di colore e di profumi. Basta andare in giro per le strade dei paesi per notare che ogni negozio, anche quello più austero, è addobbato con luci, alberi, disegni appesi alle pareti, alle porte e alle finestre. E che dire delle panetterie, delle dolcerie, delle cioccolaterie che emanano aromi di cannella, vaniglia, cioccolato, marzapane e strudel. Ma anche in campagna, dove non ci sono i negozi, si sente l'aria del Natale: è la foschia della sera; la pelle d’oca; il terreno indurito dall'umidità ghiacciata; il vento che si fa largo a spintoni tra le foglie degli alberi scompigliandole fino al mese di marzo, quando il sole e i primi tepori favoriranno il parto dei fiori; l’odore degli abeti, gli agrifogli, i pettirossi. Pamela annusava a pieni polmoni mentre procedeva veloce stando qualche passo indietro a suor Cetaceo. Il vero nome della suora era Ausiliatrice, ma era troppo complicato, e siccome era bianca come il latte e molto, ma proprio molto in carne, Betta, la piccola Betta, le aveva appioppato il nome di suor Cetaceo e da allora tutte le ragazzine del collegio la chiamavano suor Cetaceo, non in sua presenza naturalmente, anche perché suor Cetaceo era cattiva, molto cattiva. Durante quella escursione Pamela oltre ad assaporare i profumi del Natale si godeva il sapore della libertà, cosa non usuale per le ospiti del Prosperitano, un vecchio e lugubre orfanotrofio mascherato da “casa famiglia”. Un istituto per minori considerato, dalle istituzioni e dalla politica, un modello pedagogico: ma che nella realtà era un carcere minorile dove vigevano punizioni e rigore. Era gestito dalle suore della Cucculalla che attraverso amicizie e loschi intrighi, avevano riunito assieme più case famiglia, rendendole una vera e propria casa penale. Inoltre, sebbene la legge prevedesse che al suo interno ci fossero educatrici specializzate, la suora madre aveva fatto prendere dei titoli falsi alle stesse suore della Cucculalla, avvalendosi di scuole di formazione conniventi, di modo che nel Prosperitano ci fossero solo suore. Le suore della Cucculalla erano cattive, irose, disumane, infami e gestivano l’istituto praticando il terrore e la violenza, ma nessuno lo sapeva, o forse a nessuno importava. All'interno del Prosperitano vivevano, se così si può dire, bambine senza famiglia: una nullità, per l'ipocrita borghesia benpensante. Mentre si affrettava per tenere il passo a suor Cetaceo, Pamela notò qualcosa di stravagante: una coccinella! Se ne stava poggiata su una foglia sul ciglio della strada, Pamela avvicinò il dito per accarezzarla e lei le salì sulla mano. Aveva sempre sentito dire che le coccinelle portavano fortuna e la sua maestra una volta le aveva detto che se una coccinella si poggia sul palmo della mano bisogna soffiare per farla volare e, contemporaneamente, esprimere un desiderio. Ma Pamela non se la sentiva però di farla volare, faceva troppo freddo. Scavò un buco nel terreno, largo un po’ meno di un pugno, poi con una piccola asta di legno fece un buco laterale all’interno. Le aveva creato un rifugio e sperò che potesse resistere fino alla primavera per poter esaudire i desideri di altre mille persone; perché Pamela riteneva che tutti dovessero avere la possibilità di esprimere un desiderio, ora era toccato a lei, ma certamente prima o poi sarebbe toccato a qualcun altro. Espresse il desiderio, poi fece entrare la coccinella nel buco piccolo e mise una foglia nel buco grande, nel caso le fosse venuta fame. Pensò che lì avrebbe potuto dormire ripararsi dal freddo, se invece avesse voluto andarsene sarebbe potuta uscire tranquillamente. Ma una voce stridente, un urlo fastidioso e severo, stracciò in due i suoi pensieri: suor Cetaceo le urlava di muoversi se non voleva uno schiaffo sul naso. Sì, perché suor Cetaceo gli schiaffi li tirava sul naso, per avere la certezza di provocare dolore e di far uscire sangue e se provavi a coprirti il viso con le mani lei faceva di tutto per togliere le mani e non smetteva fino a quando non riusciva a colpire il naso. Pamela ne aveva già provati molti dei suoi scappellotti sul naso e non si voleva rovinare la passeggiata con il naso gonfio e sporco di sangue. Si strattonò da sola per alzarsi il più velocemente possibile e raggiungere la suora. Si chiese se il suo desiderio si sarebbe mai avverato, un desiderio semplice in fondo, ma che sembrava impossibile: andarsene dal collegio delle suore della Cucculalla. L’unica cosa che voleva, almeno in quel momento, perché il suo desiderio più grande era di crescere, sposarsi ed avere figli, molti figli. Una famiglia tutta sua, finalmente una famiglia, visto che non l’aveva mai avuta. Camillo stava vagando senza meta sbirciando le vetrine dei negozi. Era sempre stato affascinato dalla bellezza degli addobbi. Ma la cosa che gli piaceva di più erano gli abeti con le luci, le palline e le decorazioni. Finti o veri che fossero non faceva nessuna differenza, erano meravigliosi, gli facevano pensare ad una notte di stelle colorate. In realtà restava stregato davanti a tutto ciò che era colorato, e una volta, in una cartoleria, aveva visto una scatola di pastelli olandesi da trentasei colori. La scatola era aperta ed i pastelli erano disposti per sfumature di colore. Partivano dal bianco per poi passare al giallo chiaro, via via intensificandosi, fino ad arrivare all’arancione e poi il rosso, fino ad al viola, poi il blu, l’azzurro, il celeste fino a trasformarsi nel verde chiaro, verde scuro, marrone, marroncino etc.! Un insieme di colori fluttuanti, che sembravano salire e scendere come una catena di montagne. Camillo restò lì, paralizzato, di fronte a quella scatola fino a quando uno dei commessi, sospettoso, gli strepitò che se non comprava niente non poteva restare lì. Ma Camillo era attratto anche da un’altra caratteristica del Natale: i dolci. Quando incominciavano le feste tutti i suoi risparmi erano destinati all’acquisto di dolciumi di ogni tipo: biscotti, panettoni, torroni, cioccolato. Per suo padre era un vero enigma come riuscisse a procurarsi i soldi visto che lui non gli elargiva un centesimo, ma d’altronde nemmeno gli interessava, gli bastava che non li chiedesse a lui. Camillo usciva di casa il mattino presto e rientrava a notte inoltrata. Il padre non si era nemmeno accorto che aveva abbandonato la scuola e che trascorreva la maggior parte del tempo in strada. Una volta era stato contattato dalla scuola che gli aveva comunicato che il figlio mancava da quasi un mese, avevano chiamato alle dieci di sera, perché dopo svariati tentativi durante il giorno non erano riusciti a rintracciarlo. Il padre ascoltò la telefonata, riattaccò, andò nella stanza di Camillo, lo riempì di botte e se ne andò. Senza dargli una spiegazione, senza rimproverarlo, senza nemmeno ordinargli di ritornare a scuola. La gente in strada formava una calca fastidiosa, Pamela aveva difficoltà a stare dietro la suora. La tutrice dal canto suo non si degnava nemmeno di girarsi a controllare se la ragazzina fosse dietro di lei. Ogni tanto, meccanicamente, diceva: “muoviti!”. Entrarono in un centro commerciale e la suora accelerò il passo, Pamela dovette cominciare a correre per non perderla di vista. «Troviamo il reparto della pasta. Quei bastardi dei fedeli questo mese non ci hanno fatto molte donazioni per voi mocciose! Ma che pretendono che la dobbiamo comprare noi la pasta?». La ragazzina ascoltò in silenzio il lamento della suora; d’altronde al Prosperitano non era permesso alle ragazze di replicare, in realtà il più delle volte non erano autorizzate nemmeno a parlare. Il reparto della pasta era a due passi da quello dei giocattoli. Pamela chiese timidamente se poteva allontanarsi un attimo per guardare i giocattoli. Suor Cetaceo stava per tirarle un ceffone, ma fu distratta da un’offerta sulla pasta e, miracolosamente, acconsentì dicendole perentoria di non allontanarsi da lì. Pamela volò come un falco. Di colpo fu catapultata nel paese delle meraviglie. Non aveva mai visto tanti giocattoli tutti insieme, e tutti così belli. Gli unici giocattoli che avevano dalle suore erano dei vecchi pupazzi di peluche, sudici, che alcune famiglie avevano donato per beneficenza, eppure, quelle pezze lerce a forma di orso erano quanto di più bello quelle ragazze avessero mai visto. Ma ora, davanti a quei giocattoli, tutti i pupazzi di peluche sembravano brutti e miseri. Lo sguardo di Pamela si arrestò davanti ad una bambola: “La principessa del castello”, era bellissima. Aveva i capelli biondi che si potevano pettinare, con una coroncina sulla testa; un vestito bianco e rosa rivestito di scintillanti paillettes. Pamela non aveva mai visto niente di più bello. Era incantata e in quel momento il mondo intorno a lei sparì, c’erano solo lei e la sua bambola. All’improvviso diventò lei stessa una principessa, il centro commerciale si trasformò in un castello ed i clienti in invitati al gran ballo. I suoi capelli rossi splendevano sotto la sua coroncina dorata e perfino le sue lentiggini, che aveva sempre odiato, erano sfavillanti e facevano pendant con il suo vestitino bianco e rosa. E l’orchestra suonava mentre lei danzava al centro della sala e tutti l’ammiravano e tutti l'applaudivano.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all'indice    

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Epilogo

Capitolo 40 – Epilogo Da allora sono trascorsi cinque anni. Nessuno parla più di Dabby Dan e dei ragazzi, ci sono altri problemi in questo paese. Non sono più un freelance, ma non sono nemmeno più un giornalista. Ora sono uno scrittore, questo è il mio primo romanzo, sarà pubblicato a giorni. Pamela ormai maggiorenne sta per sposare Camillo. Dabbeo è il loro più caro amico e ha trovato lavoro: fa il Custode in un Luna Park. Betta e la mamma vivono nella casa accanto alla loro. Ora, però, vi devo lasciare, devo prendere un aereo per una meta sconosciuta, insieme a me verranno la mamma, la sorella e il nipotino di Dabbeo, poi Giacomo Ferretti, che è diventato il mio più caro amico, e mia moglie, Carlotta Orfìo, ve la ricordate? Io e Carlotta saremo i testimoni di nozze. Dove andiamo? Non chiedetemelo, è un segreto, l’unico segreto che non vi posso rivelare, un segreto che custodirò per sempre nel mio cuore. Ora basta, vi ho detto troppo. Non siate delusi però, in fondo dovreste essere orgogliosi, siete tra i pochi che hanno avuto la fortuna di leggere in anteprima la fantastica storia di Pamela, Betta, Camillo e Dabby Dan, il Custode del Luna Park.

Gustavo Pralli

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Caso 2514

Capitolo 39 – Caso 2514 Passai a prenderli al sorgere del sole, era ancora buio. Camminammo a piedi costeggiando il fiume; passammo vicino alla scuola primaria di Camillo dove ci incontrammo la prima volta. Attraversammo il ponte sul fiume che portava dall’altra parte della città dove c’era il tribunale. Giungemmo ad un incrocio con semaforo, aspettammo il verde e attraversammo. Giungemmo in una piazza dove c’era un raduno di auto d’epoca, era presto e ci fermammo ad osservarle. Camillo mi fece notare le targhe, erano diverse da quelle attuali. Spiegai che prima sulle targhe veniva messa la sigla della provincia di provenienza e il numero. Camillo si soffermò ad osservare la targa di un’auto in particolare: MI T012879, gli spiegai che MI stava per Milano. «Il proprietario si può vantare di essere un MITO!» Ridemmo tutti. Poi nella testa di Camillo incominciò a frullare un pensiero. “MI T012879, MIT0 12879, Caso 2514, Cas 02514, CA S 02514, CA S 02514”. Incominciò ad urlare come un forsennato. «GUSTAVO, GUSTAVO! C’era una targa che incominciava per CA?» «CA stava per Cagliari!» risposi senza capire. «Cagliari, esse, zero, duemilacinquecentoquattordici!» «Cagliari, esse, zero, duemilacinquecentoquattordici?» ripetei meccanicamente. Poi un flash, un lampo, un big bang attraversò i miei pensieri. «Per la penna di Enzo Biagi! Certo, potrebbe essere… potrebbe essere l’auto che ha rapito Michelino, forse Dabby Dan ha visto qualcuno caricare Michelino sull’auto il giorno che è scomparso! Corriamo in tribunale, dobbiamo controllare!». «Grande Camillo!» disse Pamela con un sorriso che gli arrivava alle orecchie, facendo sentire il ragazzo più fiero di quanto non lo fosse stato in tutta la sua vita. Quando giungemmo al Tribunale Carlotta e Giacomo erano già lì e quando raccontammo loro la nostra scoperta anche loro restarono sconcertati. Carlotta chiamò il suo amico delle forze dell’ordine e dopo dieci minuti avevamo il proprietario dell’auto: Nino Petrella, il proprietario della casa famiglia. Arrivarono cinque auto tra Polizia e Carabinieri. Fu perquisita la casa famiglia e tutti gli atti. Michelino era lì, da cinque anni il bambino, viveva nella casa famiglia di Nino Petrella, il comune pagava la retta mensile, il tutto con la complicità del giudice minorile Nello Somaro e dell’assistente sociale Mariantonietta Bucci. Furono arrestati tutti. Il politico, Ranzinelli fu solo indagato per favoreggiamento. Nino Petrella confessò. Aveva rapito Michelino per farlo credere morto e farlo adottare da Mattia Ranzinelli, dietro lauto compenso, ma il politico si tirò indietro perché tutta la storia cominciava a scottare troppo, così fu deciso di tenere il bambino nella casa famiglia e prendersi i soldi del comune di residenza del bambino attraverso documenti falsi. Durante il periodo della fuga di Dabby Dan lo inseguiva perché avrebbe voluto ucciderlo, ma era un pusillanime e quando Dabby Dan lo vedeva scappava. Avevamo visto bene, Dabbeo era stato testimone oculare del rapimento del nipotino. Dabby Dan fu scarcerato. Tornò a casa dalla madre, anche Michelino tornò a casa. Sua mamma appena seppe che era vivo, abbandonò il compagno -quell’ebete del compagno- e tornò dal Messico per restare per sempre con lui. Il giorno dopo la scarcerazione di Dabby Dan i ragazzi lo andarono a salutare. Lo abbracciarono a lungo. Era visibilmente provato, ma era abbastanza sereno. Trascorsero tutto il giorno insieme, mangiarono con lui, la mamma, la sorella e Michelino. E vissero felici e contenti. No, purtroppo no. Tutto sarebbe potuto andare per il meglio, ma viviamo nel paese dei paradossi, e nel paese dei paradossi niente va mai per il verso giusto. Del macabro imbroglio perpetrato ai danni di Dabby Dan televisioni e giornali ne parlarono solo per qualche giorno, perfino il mio capo, quando si accorse che non interessava a più a nessuno smise di trasmettere i servizi. I colpevoli furono subito scarcerati, andarono agli arresti domiciliari, il giudice ebbe solo una sospensione di due mesi, poi riprese il suo viscido, concusso, malversato lavoro di giudice minorile. La casa famiglia non fu chiusa, e Nello Peretella fu condannato con la condizionale, ma era incensurato e tornò a dirigere la sua “bella” casa famiglia. E insieme ai giudici minorili e gli assistenti sociali avrebbero continuato a sottrarre bambini dai genitori per chiuderli in orribili strutture per arricchire i faccendieri e disonesti. L’unica a pagare fu l’assistente sociale, fu licenziata, ma immediatamente assunta come educatrice presso la casa famiglia di Peretella, non è difficile immaginare quanto odio avrebbe scaricato sui bambini. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Fino a quando Dabby Dan era considerato il più temuto dei mostri, le persone comuni, il popolo, non aveva mai osato dire una sola parola contro di lui, ne avevano talmente paura da non volerlo nemmeno nominare. Ma ora che Dabby Dan non era più un mostro, soprattutto non era più temuto, una parte del popolo gli si rivoltò contro, diventò bersaglio delle più profonde ipocrisie. Bersaglio di atti meschini e biechi, senza alcun motivo, senza che niente potesse giustificare una tale condotta. Ogni mattina comparivano sul muro della loro casa ignobili scritte accusatorie. Non gli era concesso di uscire di casa, se lo faceva veniva guardato con disgusto, gli venivano rivolti sguardi accusatori e insulti. Gli dicevano che avrebbe fatto bene a starsene rintanato in casa; fino a perpetrare comportamenti violenti, come spintoni o sgambetti. La sua vita era piombata di nuovo in un incubo, un tunnel di sofferenza dal quale sembrava impossibile uscire. Inoltre venne denunciato dai proprietari del Luna Park, perché durante la chiusura forzata del Luna Park aveva effettuato la manutenzione e la cura delle giostre, ma lo aveva fatto senza un contratto e ora volevano un risarcimento danni, quali danni, nessuno lo sapeva. E i nostri amici? Appena scarcerato Dabby Dan partì una segnalazione ai servizi sociali e il tribunale dei minori. Durante la notte la polizia e l’assistente sociale, questa volta un uomo, bussarono alla casa della madre di Betta, qualcuno aveva fatto la spia. Le ragazze e Camillo furono prelevati con forza, la madre arrestata per rapimento di minori. Pamela e Betta furono segregate in due orfanotrofi, ma separatamente, il nuovo giudice disse che non erano sorelle e che non vedeva la necessità di rinchiuderle nella stessa comunità. Camillo fu riaffidato al padre che come prima accoglienza gli riservò una raffica di percosse perché a causa delle sue dichiarazioni avevano perso i soldi della ricompensa. Il peggiore dei finali che ci si potesse aspettare, un finale all’italiana, come nella migliore tradizione di questo paese ridicolo. Ero disgustato, ero avvilito, tutto quello per cui avevamo lottato non era servito a niente. Cercai più volte di parlare con il mio direttore riguardo l’importanza di non far terminare la storia in quel modo. All’inizio mi invitò a smetterla. Poi quando cercavo di parlargli si faceva negare, alla fine, come mi aspettavo, mi licenziò e tornai ad essere un freelance, ma questa volta senza un’azienda alle spalle, insomma ero un disoccupato qualsiasi. Passavo le giornate al telefono con amici, conoscenti, avvocati, giornalisti cercando invano una soluzione per i ragazzi, ma poi una sera, all'improvviso, il telegiornale diede una notizia. Dabby Dan e Sara Perlari rapiscono i ragazzi che lo avevano aiutato. Scomparsi nel nulla. Che fine avranno fatto? Li avranno uccisi? Di nuovo, si ricominciò a parlare del mostro, “Il Giornalaccio” ci andò a nozze e pubblicò una sfilza di articoli che infangavano Dabby Dan. Mi chiamò il vecchio direttore e mi chiese se fossi rimasto in contatto con i ragazzi, gli dissi di sì, ma che avrei venduto le interviste ad un altro giornale; una bella vendetta, falsa ma bella: non avevo la più pallida idea di dove fossero i ragazzi e Dabby Dan. Cosa accadde lo seppi tempo dopo, quando mi giunse una lettera dalla Francia, era dei ragazzi. E mi raccontarono la loro fuga. Camillo aveva ripreso la sua vita notturna, ma una sera prima di uscire trafugò dal portafoglio del padre un po’ di banconote. Aveva ideato un piano per liberare le ragazze ma aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse e i soldi gli servirono proprio a questo scopo. Trovò un amico che dietro ricompensa lo avrebbe aiutato, ma una volta liberate quell'amico non volle un centesimo. Camillo gli strinse forte le mani e gli vennero le lacrime agli occhi, ma Lupin, Insomma, gli disse che aveva un favore da rendergli. Andarono a casa di Dabby Dan dove li attendeva la madre di Betta, partirono con un’auto a noleggio nella notte. Come clandestini, prima in Francia, poi in Spagna... poi si persero le loro tracce.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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La grande bugia su Betta

Capitolo 38 – La grande bugia su Betta Otto ore prima I pensieri di Camillo furono distolti da una bussata leggera alla porta. Entrarono una donna e una coppia di persone anziane. Avevano tutti e tre gli occhi lucidi. La donna si avvicinò a Betta, si inginocchiò e si coprì il viso per nascondere le lacrime. «Betta!» disse con un fil di voce. Betta la guardava spaventata e allo stesso tempo incuriosita, poi spalancò la bocca. «Mamma?». Le due donne cominciarono a piangere a dirotto, l’uomo aveva gli occhi lucidi. «Betta… piccola mia, non sai quanto ho pianto quando ti hanno strappata dalle mie mani per rinchiuderti in quell’orribile orfanotrofio. Ho lottato con tutte le mie forze per riaverti…!». «Ma suor… suor Cetaceo mi ha sempre detto che mi hai abbandonata e non volevi saperne di me!». Sara Perlari, la madre, raccontò che quando rimase incinta aveva solo diciassette anni, i genitori la cacciarono di casa. E lei visse di espedienti per tre anni, vagava dalla casa di un’amica ad un'altra, cercando un lavoro, ma soprattutto di far crescere Betta. Ma ad un certo punto qualcuno avvertì i servizi sociali che dopo qualche giorno presero la bambina e la affidarono ad un istituto. Dopo qualche mese le tolsero la patria podestà e da allora non le fu più permesso avvicinarsi alla bambina. Lei cercò comunque di incontrare la figlia e rassicurarla, ma una notte la bambina fu trasferita e da allora non seppe più niente di lei, e da allora incominciò la triste avventura di Betta al Prosperitano. Di lei si presero cura solo i suoi due anziani zii, che ora l’avevano accompagnata. Poi bussarono alla porta, la donna si irrigidì. Erano due poliziotti ed un’assistente sociale. Una donna antipatica quanto la nonna e la suora messe insieme. «Esca da questa stanza immediatamente, quella bambina non è sua figlia!» disse con tono aspro, ma con un leggero sorriso cattivo. «Ma è mia mamma!» esclamò Betta piangendo. «Non per la legge!» disse l’assistente sociale ancora più cattiva. «La legge? Ma è sua mamma! Cosa c'entra la legge?» chiese Pamela. Ma l’assistente la guardò con sufficienza. «Se fosse stata una buona madre non le sarebbe stata tolta!» disse sorridendo. La madre di Betta uscì piangendo, guardando Betta con tutto l’amore di questo mondo, seguita dagli anziani zii. L’assistente sociale la spinse via con forza. Uno dei poliziotti le trattenne il braccio con aria minacciosa. «Non esageri!» disse rivolto all’assistente sociale. «Faccio il mio lavoro!» «Il suo lavoro dovrebbe essere proteggere la bambina, certe scene se le risparmi. Non rientra nel suo lavoro utilizzare la forza!». Ma l’assistente continuò a sorridere. Restarono di nuovo soli. Pamela abbracciò Betta con forza. Camillo uscì per andare a prendere qualcosa da mangiare ma tornò dopo pochi secondi in preda al panico. «Stanno venendo qui, mio padre, tua nonna e la suora!» «Che facciamo?» domandò Pamela spaventata. Betta aveva l’espressione terrorizzata. «Ok…andiamo via, si prendessero i soldi, ma non avranno noi!». Le ragazze non se lo fecero ripetere due volte. Uscirono velocemente. Presero le scale secondarie e scesero guardinghi. Usciti dall’albergo si diressero verso il Luna Park, ma c’erano persone in ogni giostra e baracca. Erano tornati i saltimbanchi. Di colpo si resero conto che tutta la città aveva ripreso a vivere, non c’era un posto dove avrebbero potuto nascondersi. Inoltre non avevano soldi con loro, non avrebbero potuto comprare nemmeno un panino. Camillo ebbe un’idea e tornarono in albergo. Entrarono in cucina e chiesero al cuoco se gli poteva fornire qualcosa da mangiare. Avevano deciso di fare un pic-nic disse Camillo e il cuoco diede loro più provviste di quanto in realtà se ne aspettassero. Poi passarono fugacemente per il bar e scapparono. Dove? Nella campagna naturalmente, in quella dove avevano trovato già rifugio una volta, nella stessa capanna dove avevano alloggiato con Dabby Dan. Le provviste sarebbero bastate per almeno due giorni. C’erano ancora le coperte che avevano lasciato. Era ancora in ordine come l’avevano sistemata le ragazze. Aspettarono la sera e si addormentarono. Al mattino, quando le ragazze si svegliarono, trovarono la colazione pronta. Camillo era già sveglio e diede loro la notizia. «Io sono convinto che Dabby Dan, il signor Custode, sia innocente e ho deciso di liberarlo!». «Eh? E comi ci arrivi nel carcere a 40 km di profondità?» chiese Pamela. «Non lo so, a questo ci penserò dopo! Adesso però ho deciso che lo devo liberare!». Pamela lo guardò come fosse un matto. Ma Betta sorprese tutti. «Anche io voglio darti una mano!» «Ok… “tutti per uno e uno per tutti” dicevano i tre moschettieri!» aggiunse Pamela guardando Camillo dritto negli occhi e sorridendogli. Erano ormai tre giorni che dei ragazzi non si sapeva niente. Ero seduto nel mio ufficio a gettare in aria una pallina di carta e a riprenderla, quando mi passarono una telefonata. Un signore aveva informazioni sui ragazzi, mi dissero. Era la ventesima telefonata che arrivava quel giorno. Risposi meccanicamente, con la voce annoiata, quasi infastidita. «Gustavo? Sono Camillo!» Sussultai! «Camillo!!! Dove siete? Che cosa è successo? Come state?». «Hey… una domanda alla volta. Stiamo bene. Ci siamo nascosti per non finire nelle grinfie di quei tre poco di buono!». Sorrisi, non potevo dargli torto. Mi dissero che mi volevano vedere. Fu così che andai alla capanna. Avevano provviste per una settimana. Seppi dopo da Pamela che Camillo le aveva rubate alle due vecchiette pazze durante una loro uscita. Mi raccontarono dei loro dubbi, e si sorpresero quando dissi loro che i loro dubbi erano più che fondati. Ma liberare Dabby Dan non si poteva nemmeno prendere in considerazione. Ma che cosa fare? Fu allora che pensai ad un articolo, un articolo che avrebbe stravolto tutto il caso. Se l’opinione pubblica avesse preso a cuore il caso dei tre ragazzi e del “mostro”? Telefonai al mio direttore e gli parlai delle intenzioni dell’articolo, nell’immediato mi prese per pazzo, ma poi mi disse che se avessi utilizzato l’interrogativo per tutto il pezzo avevo ancora carta bianca. Fu un successone. L’intervista accendeva una fiammella sui primi dubbi: Chi è davvero Dabby Dan? È davvero il mostro di cui tutti hanno paura? E perché non ha mangiato o ucciso i tre ragazzi dopo aver trascorso più notti con loro che erano ignari della sua identità? Poi partivano le interviste dei ragazzi in cui parlavano di Dabby Dan. Non ho mai conosciuto nessuno così bravo. Ci ha aiutati e ci è stato vicino quando tutti ci avevano abbandonato. Mia nonna mi ha abbandonato nell’istituto quando ero piccola e non si è mai più interessata di me, ora torna e vuole i soldi della ricompensa, ma io quei soldi non li voglio perché non volevo far arrestare il signor Custode. La suora della Cucculalla ci ha sempre picchiate a me, Pamela e le altre. Con il signor Custode abbiamo trascorso il più bel Natale della nostra vita. Ci ha anche preparato una torta. Se fosse stato un mostro non ci avrebbe mangiato secondo voi? Come può essere che dietro una persona con questo cuore si nasconda un mostro? C’è forse qualcosa di cui non siamo a conoscenza? Che cosa si nasconde dietro questa storia? Forse c'è sotto qualcos'altro? Mistero. Ancora una volta il direttore mi fece i complimenti: l’auditel era volato alle stelle. La nostra emittente era diventata punto di riferimento nazionale e mondiale riguardo la storia di Dabby Dan. E l’opinione pubblica incominciò davvero a chiedersi chi fosse realmente Dabby Dan. Da più parti si sollevò la voce di un processo equo, che raccogliesse tutte le informazioni e testimonianze possibili. Il caso incominciò a diventare bollente ed un ministro spinse perché venisse riaperto il processo. Non potendosi permettere un avvocato, a Dabby Dan fu dato un avvocato d’ufficio. La notizia triste fu che il giudice era sempre lui: Nello Somaro. Mentre la nota positiva fu che la nonna, il padre e la suora svanirono nel nulla. Ma, al contrario di quanto in molti potessero pensare, il motivo non fu la paura di conseguenze legali per le dichiarazioni rese dai ragazzi, ma la revoca della ricompensa di 500.000. Dopo l’intervista i soldati capirono che i ragazzi non avevano collaborato all’arresto del mostro e furono dichiarati amici del mostro e non salvatori dell’umanità. Così, di nuovo poveri, senza soldi, non valevano più nulla per la nonna, il padre e la suora. Naturalmente le cose non vanno mai per il verso giusto e nessun provvedimento fu preso nei confronti di suor Cetaceo e l’orfanotrofio, nessuna indagine, nessun controllo per appurare se davvero ci fossero maltrattamenti e incurie. E, solito paradosso, più voci influenti dichiararono che, se non fossero stati minorenni, Camillo, Pamela e Betta sarebbero potuti essere indagati per favoreggiamento. A processo iniziato cercai di convincere i ragazzi a tornare in città, potevano nascondersi in casa mia, sarebbe stato un nostro segreto, non potevano continuare a vivere nella capanna. Ma mi confessarono che erano già in città. Alloggiavano dalla madre di Betta. Camillo l’aveva contattate durante il soggiorno nella capanna e lei gli aveva proposto di andare da lei, tutti e tre. La polizia e gli assistenti sociali le avevano già fatto visita dopo la scomparsa dei ragazzi, era escluso che ritornassero. Mi venne da ridere, quei ragazzi ne sapevano una più del diavolo. Ogni tanto mi rilasciavano una nuova intervista. Un giorno il direttore mi chiese dove fossero, feci una smorfia contrariata, ma lui scrollò le spalle, in fondo non gli interessava dove fossero i ragazzi, gli interessavano le loro interviste. Il processo cominciò. In aula non c’era il pubblico ma fu trasmesso per televisione. Dabby Dan aveva la camicia di forza, forse due; era incatenato ad una sedia di acciaio. Aveva una maschera sulla bocca e una benda sugli occhi in modo che non potesse ipnotizzare le persone. Nel vedere quella scena Pamela e Betta piansero, Camillo aveva gli occhi lucidi e dovette fare uno sforzo enorme per trattenere le lacrime. Era chiuso in una cella di vetro blindato, con sbarre di acciaio tutt’intorno. All’esterno soldati in tenuta di guerra con mitra puntati contro il vetro. Era la pagliacciata più grande che si potesse immaginare, nemmeno per i peggiori criminali nazisti o boss mafiosi avevano preso tante misure di sicurezza. Ma il processo prese subito una brutta piega. E il fatto che la madre dichiarò che Michelino non era figlio di Dabby Dan, ma suo nipote, non intenerì il pubblico ministero e i giudici. Il Giornalaccio ricominciò la sua solita campagna contro il mostro, ma io con la mia emittente, confutavamo ogni loro articolo, con prove e informazioni che avevamo in nostro possesso. Per cominciare dimostrammo che la sparizione di molti bambini avvenne quando Dabby Dan era rinchiuso nella clinica psichiatrica. In pochi giorni le vendite de Il Giornalaccio crollarono. I lettori non si fidavano più, e, come per miracolo, Il Giornalaccio incominciò a cambiare direzione, incominciò a battersi per l’innocenza di Dabby Dan. Vennero così ascoltati tutti i personaggi coinvolti. Il primo, con grande stupore dei ragazzi, fu l’uomo nero, e fu così che i ragazzi fecero la conoscenza di colui che avevano creduto fosse il mostro: Nino Peretella il proprietario della casa famiglia alla quale, per un po’ di tempo, era stato affidato Michelino. Alla domanda dell’avvocato difensore sul perché fosse stato visto in giro durante la latitanza di Dabby Dan, rispose che voleva far arrestare il mostro per vendicare la morte di Michelino a cui lui si era affezionato tantissimo. Nessuno gli diede credito. Ad uno ad uno furono ascoltati tutti, incominciando dall’assistente sociale, Mariantonietta Bucci, la stessa che aveva buttato fuori la madre di Betta. Poi il dott. Ranzinelli, perfino lo psichiatra Battilemani ed il giornalista Di Miola. Piano piano, però, il castello costruito per arrestarlo cadde completamente, fu chiaro che c’erano molti buchi e molte invenzioni, come la diagnosi dello psichiatra. Ma restava il problema più grande, senza del quale Dabby Dan non sarebbe mai stato scagionato: che fine aveva fatto Michelino? Era sera tardi, e le cose si mettevano male, il giudice Nello Somaro era molto di parte, e questo non aiutava. Il giorno dopo ci sarebbero state le arringhe finali. Per Dabby Dan non c’erano molte speranze. Ci eravamo ritrovati a casa della madre di Betta per mangiare una pizza e fare il punto della situazione. Avevo invitato anche l’avvocato Carlotta Orfìo e Giacomo Ferretti il giornalista. Per tutta la serata cercammo di trovare una soluzione, soprattutto cercammo di capire che cosa fosse il Caso 2514. Avevo chiesto a Carlotta e a Giacomo di fare qualche indagine. Così avevano cercato tra gli archivi del tribunale e di varie testate giornalistiche. Carlotta aveva anche un amico nelle forze dell’ordine e gli chiese di cercare qualcosa negli archivi della polizia e dei carabinieri, ma niente che riguardasse il Caso 2514. Non giungemmo a nessuna conclusione, se non quella che forse non avesse nessun senso, forse Dabby Dan nemmeno sapeva che cosa volesse dire. Ci salutammo per vederci il giorno dopo in tribunale per parlare anche con l’avvocato d’ufficio. I ragazzi mi chiesero di poter venire in tribunale. Insistetti che era meglio per loro restare a casa, ma non ci furono ragioni.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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