cloud
cloud
cloud
cloud
cloud
cloud

Posts by Claudio Cutolo

Caso 2514

Capitolo 39 – Caso 2514 Passai a prenderli al sorgere del sole, era ancora buio. Camminammo a piedi costeggiando il fiume; passammo vicino alla scuola primaria di Camillo dove ci incontrammo la prima volta. Attraversammo il ponte sul fiume che portava dall’altra parte della città dove c’era il tribunale. Giungemmo ad un incrocio con semaforo, aspettammo il verde e attraversammo. Giungemmo in una piazza dove c’era un raduno di auto d’epoca, era presto e ci fermammo ad osservarle. Camillo mi fece notare le targhe, erano diverse da quelle attuali. Spiegai che prima sulle targhe veniva messa la sigla della provincia di provenienza e il numero. Camillo si soffermò ad osservare la targa di un’auto in particolare: MI T012879, gli spiegai che MI stava per Milano. «Il proprietario si può vantare di essere un MITO!» Ridemmo tutti. Poi nella testa di Camillo incominciò a frullare un pensiero. “MI T012879, MIT0 12879, Caso 2514, Cas 02514, CA S 02514, CA S 02514”. Incominciò ad urlare come un forsennato. «GUSTAVO, GUSTAVO! C’era una targa che incominciava per CA?» «CA stava per Cagliari!» risposi senza capire. «Cagliari, esse, zero, duemilacinquecentoquattordici!» «Cagliari, esse, zero, duemilacinquecentoquattordici?» ripetei meccanicamente. Poi un flash, un lampo, un big bang attraversò i miei pensieri. «Per la penna di Enzo Biagi! Certo, potrebbe essere… potrebbe essere l’auto che ha rapito Michelino, forse Dabby Dan ha visto qualcuno caricare Michelino sull’auto il giorno che è scomparso! Corriamo in tribunale, dobbiamo controllare!». «Grande Camillo!» disse Pamela con un sorriso che gli arrivava alle orecchie, facendo sentire il ragazzo più fiero di quanto non lo fosse stato in tutta la sua vita. Quando giungemmo al Tribunale Carlotta e Giacomo erano già lì e quando raccontammo loro la nostra scoperta anche loro restarono sconcertati. Carlotta chiamò il suo amico delle forze dell’ordine e dopo dieci minuti avevamo il proprietario dell’auto: Nino Petrella, il proprietario della casa famiglia. Arrivarono cinque auto tra Polizia e Carabinieri. Fu perquisita la casa famiglia e tutti gli atti. Michelino era lì, da cinque anni il bambino, viveva nella casa famiglia di Nino Petrella, il comune pagava la retta mensile, il tutto con la complicità del giudice minorile Nello Somaro e dell’assistente sociale Mariantonietta Bucci. Furono arrestati tutti. Il politico, Ranzinelli fu solo indagato per favoreggiamento. Nino Petrella confessò. Aveva rapito Michelino per farlo credere morto e farlo adottare da Mattia Ranzinelli, dietro lauto compenso, ma il politico si tirò indietro perché tutta la storia cominciava a scottare troppo, così fu deciso di tenere il bambino nella casa famiglia e prendersi i soldi del comune di residenza del bambino attraverso documenti falsi. Durante il periodo della fuga di Dabby Dan lo inseguiva perché avrebbe voluto ucciderlo, ma era un pusillanime e quando Dabby Dan lo vedeva scappava. Avevamo visto bene, Dabbeo era stato testimone oculare del rapimento del nipotino. Dabby Dan fu scarcerato. Tornò a casa dalla madre, anche Michelino tornò a casa. Sua mamma appena seppe che era vivo, abbandonò il compagno -quell’ebete del compagno- e tornò dal Messico per restare per sempre con lui. Il giorno dopo la scarcerazione di Dabby Dan i ragazzi lo andarono a salutare. Lo abbracciarono a lungo. Era visibilmente provato, ma era abbastanza sereno. Trascorsero tutto il giorno insieme, mangiarono con lui, la mamma, la sorella e Michelino. E vissero felici e contenti. No, purtroppo no. Tutto sarebbe potuto andare per il meglio, ma viviamo nel paese dei paradossi, e nel paese dei paradossi niente va mai per il verso giusto. Del macabro imbroglio perpetrato ai danni di Dabby Dan televisioni e giornali ne parlarono solo per qualche giorno, perfino il mio capo, quando si accorse che non interessava a più a nessuno smise di trasmettere i servizi. I colpevoli furono subito scarcerati, andarono agli arresti domiciliari, il giudice ebbe solo una sospensione di due mesi, poi riprese il suo viscido, concusso, malversato lavoro di giudice minorile. La casa famiglia non fu chiusa, e Nello Peretella fu condannato con la condizionale, ma era incensurato e tornò a dirigere la sua “bella” casa famiglia. E insieme ai giudici minorili e gli assistenti sociali avrebbero continuato a sottrarre bambini dai genitori per chiuderli in orribili strutture per arricchire i faccendieri e disonesti. L’unica a pagare fu l’assistente sociale, fu licenziata, ma immediatamente assunta come educatrice presso la casa famiglia di Peretella, non è difficile immaginare quanto odio avrebbe scaricato sui bambini. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Fino a quando Dabby Dan era considerato il più temuto dei mostri, le persone comuni, il popolo, non aveva mai osato dire una sola parola contro di lui, ne avevano talmente paura da non volerlo nemmeno nominare. Ma ora che Dabby Dan non era più un mostro, soprattutto non era più temuto, una parte del popolo gli si rivoltò contro, diventò bersaglio delle più profonde ipocrisie. Bersaglio di atti meschini e biechi, senza alcun motivo, senza che niente potesse giustificare una tale condotta. Ogni mattina comparivano sul muro della loro casa ignobili scritte accusatorie. Non gli era concesso di uscire di casa, se lo faceva veniva guardato con disgusto, gli venivano rivolti sguardi accusatori e insulti. Gli dicevano che avrebbe fatto bene a starsene rintanato in casa; fino a perpetrare comportamenti violenti, come spintoni o sgambetti. La sua vita era piombata di nuovo in un incubo, un tunnel di sofferenza dal quale sembrava impossibile uscire. Inoltre venne denunciato dai proprietari del Luna Park, perché durante la chiusura forzata del Luna Park aveva effettuato la manutenzione e la cura delle giostre, ma lo aveva fatto senza un contratto e ora volevano un risarcimento danni, quali danni, nessuno lo sapeva. E i nostri amici? Appena scarcerato Dabby Dan partì una segnalazione ai servizi sociali e il tribunale dei minori. Durante la notte la polizia e l’assistente sociale, questa volta un uomo, bussarono alla casa della madre di Betta, qualcuno aveva fatto la spia. Le ragazze e Camillo furono prelevati con forza, la madre arrestata per rapimento di minori. Pamela e Betta furono segregate in due orfanotrofi, ma separatamente, il nuovo giudice disse che non erano sorelle e che non vedeva la necessità di rinchiuderle nella stessa comunità. Camillo fu riaffidato al padre che come prima accoglienza gli riservò una raffica di percosse perché a causa delle sue dichiarazioni avevano perso i soldi della ricompensa. Il peggiore dei finali che ci si potesse aspettare, un finale all’italiana, come nella migliore tradizione di questo paese ridicolo. Ero disgustato, ero avvilito, tutto quello per cui avevamo lottato non era servito a niente. Cercai più volte di parlare con il mio direttore riguardo l’importanza di non far terminare la storia in quel modo. All’inizio mi invitò a smetterla. Poi quando cercavo di parlargli si faceva negare, alla fine, come mi aspettavo, mi licenziò e tornai ad essere un freelance, ma questa volta senza un’azienda alle spalle, insomma ero un disoccupato qualsiasi. Passavo le giornate al telefono con amici, conoscenti, avvocati, giornalisti cercando invano una soluzione per i ragazzi, ma poi una sera, all'improvviso, il telegiornale diede una notizia. Dabby Dan e Sara Perlari rapiscono i ragazzi che lo avevano aiutato. Scomparsi nel nulla. Che fine avranno fatto? Li avranno uccisi? Di nuovo, si ricominciò a parlare del mostro, “Il Giornalaccio” ci andò a nozze e pubblicò una sfilza di articoli che infangavano Dabby Dan. Mi chiamò il vecchio direttore e mi chiese se fossi rimasto in contatto con i ragazzi, gli dissi di sì, ma che avrei venduto le interviste ad un altro giornale; una bella vendetta, falsa ma bella: non avevo la più pallida idea di dove fossero i ragazzi e Dabby Dan. Cosa accadde lo seppi tempo dopo, quando mi giunse una lettera dalla Francia, era dei ragazzi. E mi raccontarono la loro fuga. Camillo aveva ripreso la sua vita notturna, ma una sera prima di uscire trafugò dal portafoglio del padre un po’ di banconote. Aveva ideato un piano per liberare le ragazze ma aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse e i soldi gli servirono proprio a questo scopo. Trovò un amico che dietro ricompensa lo avrebbe aiutato, ma una volta liberate quell'amico non volle un centesimo. Camillo gli strinse forte le mani e gli vennero le lacrime agli occhi, ma Lupin, Insomma, gli disse che aveva un favore da rendergli. Andarono a casa di Dabby Dan dove li attendeva la madre di Betta, partirono con un’auto a noleggio nella notte. Come clandestini, prima in Francia, poi in Spagna... poi si persero le loro tracce.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

La grande bugia su Betta

Capitolo 38 – La grande bugia su Betta Otto ore prima I pensieri di Camillo furono distolti da una bussata leggera alla porta. Entrarono una donna e una coppia di persone anziane. Avevano tutti e tre gli occhi lucidi. La donna si avvicinò a Betta, si inginocchiò e si coprì il viso per nascondere le lacrime. «Betta!» disse con un fil di voce. Betta la guardava spaventata e allo stesso tempo incuriosita, poi spalancò la bocca. «Mamma?». Le due donne cominciarono a piangere a dirotto, l’uomo aveva gli occhi lucidi. «Betta… piccola mia, non sai quanto ho pianto quando ti hanno strappata dalle mie mani per rinchiuderti in quell’orribile orfanotrofio. Ho lottato con tutte le mie forze per riaverti…!». «Ma suor… suor Cetaceo mi ha sempre detto che mi hai abbandonata e non volevi saperne di me!». Sara Perlari, la madre, raccontò che quando rimase incinta aveva solo diciassette anni, i genitori la cacciarono di casa. E lei visse di espedienti per tre anni, vagava dalla casa di un’amica ad un'altra, cercando un lavoro, ma soprattutto di far crescere Betta. Ma ad un certo punto qualcuno avvertì i servizi sociali che dopo qualche giorno presero la bambina e la affidarono ad un istituto. Dopo qualche mese le tolsero la patria podestà e da allora non le fu più permesso avvicinarsi alla bambina. Lei cercò comunque di incontrare la figlia e rassicurarla, ma una notte la bambina fu trasferita e da allora non seppe più niente di lei, e da allora incominciò la triste avventura di Betta al Prosperitano. Di lei si presero cura solo i suoi due anziani zii, che ora l’avevano accompagnata. Poi bussarono alla porta, la donna si irrigidì. Erano due poliziotti ed un’assistente sociale. Una donna antipatica quanto la nonna e la suora messe insieme. «Esca da questa stanza immediatamente, quella bambina non è sua figlia!» disse con tono aspro, ma con un leggero sorriso cattivo. «Ma è mia mamma!» esclamò Betta piangendo. «Non per la legge!» disse l’assistente sociale ancora più cattiva. «La legge? Ma è sua mamma! Cosa c'entra la legge?» chiese Pamela. Ma l’assistente la guardò con sufficienza. «Se fosse stata una buona madre non le sarebbe stata tolta!» disse sorridendo. La madre di Betta uscì piangendo, guardando Betta con tutto l’amore di questo mondo, seguita dagli anziani zii. L’assistente sociale la spinse via con forza. Uno dei poliziotti le trattenne il braccio con aria minacciosa. «Non esageri!» disse rivolto all’assistente sociale. «Faccio il mio lavoro!» «Il suo lavoro dovrebbe essere proteggere la bambina, certe scene se le risparmi. Non rientra nel suo lavoro utilizzare la forza!». Ma l’assistente continuò a sorridere. Restarono di nuovo soli. Pamela abbracciò Betta con forza. Camillo uscì per andare a prendere qualcosa da mangiare ma tornò dopo pochi secondi in preda al panico. «Stanno venendo qui, mio padre, tua nonna e la suora!» «Che facciamo?» domandò Pamela spaventata. Betta aveva l’espressione terrorizzata. «Ok…andiamo via, si prendessero i soldi, ma non avranno noi!». Le ragazze non se lo fecero ripetere due volte. Uscirono velocemente. Presero le scale secondarie e scesero guardinghi. Usciti dall’albergo si diressero verso il Luna Park, ma c’erano persone in ogni giostra e baracca. Erano tornati i saltimbanchi. Di colpo si resero conto che tutta la città aveva ripreso a vivere, non c’era un posto dove avrebbero potuto nascondersi. Inoltre non avevano soldi con loro, non avrebbero potuto comprare nemmeno un panino. Camillo ebbe un’idea e tornarono in albergo. Entrarono in cucina e chiesero al cuoco se gli poteva fornire qualcosa da mangiare. Avevano deciso di fare un pic-nic disse Camillo e il cuoco diede loro più provviste di quanto in realtà se ne aspettassero. Poi passarono fugacemente per il bar e scapparono. Dove? Nella campagna naturalmente, in quella dove avevano trovato già rifugio una volta, nella stessa capanna dove avevano alloggiato con Dabby Dan. Le provviste sarebbero bastate per almeno due giorni. C’erano ancora le coperte che avevano lasciato. Era ancora in ordine come l’avevano sistemata le ragazze. Aspettarono la sera e si addormentarono. Al mattino, quando le ragazze si svegliarono, trovarono la colazione pronta. Camillo era già sveglio e diede loro la notizia. «Io sono convinto che Dabby Dan, il signor Custode, sia innocente e ho deciso di liberarlo!». «Eh? E comi ci arrivi nel carcere a 40 km di profondità?» chiese Pamela. «Non lo so, a questo ci penserò dopo! Adesso però ho deciso che lo devo liberare!». Pamela lo guardò come fosse un matto. Ma Betta sorprese tutti. «Anche io voglio darti una mano!» «Ok… “tutti per uno e uno per tutti” dicevano i tre moschettieri!» aggiunse Pamela guardando Camillo dritto negli occhi e sorridendogli. Erano ormai tre giorni che dei ragazzi non si sapeva niente. Ero seduto nel mio ufficio a gettare in aria una pallina di carta e a riprenderla, quando mi passarono una telefonata. Un signore aveva informazioni sui ragazzi, mi dissero. Era la ventesima telefonata che arrivava quel giorno. Risposi meccanicamente, con la voce annoiata, quasi infastidita. «Gustavo? Sono Camillo!» Sussultai! «Camillo!!! Dove siete? Che cosa è successo? Come state?». «Hey… una domanda alla volta. Stiamo bene. Ci siamo nascosti per non finire nelle grinfie di quei tre poco di buono!». Sorrisi, non potevo dargli torto. Mi dissero che mi volevano vedere. Fu così che andai alla capanna. Avevano provviste per una settimana. Seppi dopo da Pamela che Camillo le aveva rubate alle due vecchiette pazze durante una loro uscita. Mi raccontarono dei loro dubbi, e si sorpresero quando dissi loro che i loro dubbi erano più che fondati. Ma liberare Dabby Dan non si poteva nemmeno prendere in considerazione. Ma che cosa fare? Fu allora che pensai ad un articolo, un articolo che avrebbe stravolto tutto il caso. Se l’opinione pubblica avesse preso a cuore il caso dei tre ragazzi e del “mostro”? Telefonai al mio direttore e gli parlai delle intenzioni dell’articolo, nell’immediato mi prese per pazzo, ma poi mi disse che se avessi utilizzato l’interrogativo per tutto il pezzo avevo ancora carta bianca. Fu un successone. L’intervista accendeva una fiammella sui primi dubbi: Chi è davvero Dabby Dan? È davvero il mostro di cui tutti hanno paura? E perché non ha mangiato o ucciso i tre ragazzi dopo aver trascorso più notti con loro che erano ignari della sua identità? Poi partivano le interviste dei ragazzi in cui parlavano di Dabby Dan. Non ho mai conosciuto nessuno così bravo. Ci ha aiutati e ci è stato vicino quando tutti ci avevano abbandonato. Mia nonna mi ha abbandonato nell’istituto quando ero piccola e non si è mai più interessata di me, ora torna e vuole i soldi della ricompensa, ma io quei soldi non li voglio perché non volevo far arrestare il signor Custode. La suora della Cucculalla ci ha sempre picchiate a me, Pamela e le altre. Con il signor Custode abbiamo trascorso il più bel Natale della nostra vita. Ci ha anche preparato una torta. Se fosse stato un mostro non ci avrebbe mangiato secondo voi? Come può essere che dietro una persona con questo cuore si nasconda un mostro? C’è forse qualcosa di cui non siamo a conoscenza? Che cosa si nasconde dietro questa storia? Forse c'è sotto qualcos'altro? Mistero. Ancora una volta il direttore mi fece i complimenti: l’auditel era volato alle stelle. La nostra emittente era diventata punto di riferimento nazionale e mondiale riguardo la storia di Dabby Dan. E l’opinione pubblica incominciò davvero a chiedersi chi fosse realmente Dabby Dan. Da più parti si sollevò la voce di un processo equo, che raccogliesse tutte le informazioni e testimonianze possibili. Il caso incominciò a diventare bollente ed un ministro spinse perché venisse riaperto il processo. Non potendosi permettere un avvocato, a Dabby Dan fu dato un avvocato d’ufficio. La notizia triste fu che il giudice era sempre lui: Nello Somaro. Mentre la nota positiva fu che la nonna, il padre e la suora svanirono nel nulla. Ma, al contrario di quanto in molti potessero pensare, il motivo non fu la paura di conseguenze legali per le dichiarazioni rese dai ragazzi, ma la revoca della ricompensa di 500.000. Dopo l’intervista i soldati capirono che i ragazzi non avevano collaborato all’arresto del mostro e furono dichiarati amici del mostro e non salvatori dell’umanità. Così, di nuovo poveri, senza soldi, non valevano più nulla per la nonna, il padre e la suora. Naturalmente le cose non vanno mai per il verso giusto e nessun provvedimento fu preso nei confronti di suor Cetaceo e l’orfanotrofio, nessuna indagine, nessun controllo per appurare se davvero ci fossero maltrattamenti e incurie. E, solito paradosso, più voci influenti dichiararono che, se non fossero stati minorenni, Camillo, Pamela e Betta sarebbero potuti essere indagati per favoreggiamento. A processo iniziato cercai di convincere i ragazzi a tornare in città, potevano nascondersi in casa mia, sarebbe stato un nostro segreto, non potevano continuare a vivere nella capanna. Ma mi confessarono che erano già in città. Alloggiavano dalla madre di Betta. Camillo l’aveva contattate durante il soggiorno nella capanna e lei gli aveva proposto di andare da lei, tutti e tre. La polizia e gli assistenti sociali le avevano già fatto visita dopo la scomparsa dei ragazzi, era escluso che ritornassero. Mi venne da ridere, quei ragazzi ne sapevano una più del diavolo. Ogni tanto mi rilasciavano una nuova intervista. Un giorno il direttore mi chiese dove fossero, feci una smorfia contrariata, ma lui scrollò le spalle, in fondo non gli interessava dove fossero i ragazzi, gli interessavano le loro interviste. Il processo cominciò. In aula non c’era il pubblico ma fu trasmesso per televisione. Dabby Dan aveva la camicia di forza, forse due; era incatenato ad una sedia di acciaio. Aveva una maschera sulla bocca e una benda sugli occhi in modo che non potesse ipnotizzare le persone. Nel vedere quella scena Pamela e Betta piansero, Camillo aveva gli occhi lucidi e dovette fare uno sforzo enorme per trattenere le lacrime. Era chiuso in una cella di vetro blindato, con sbarre di acciaio tutt’intorno. All’esterno soldati in tenuta di guerra con mitra puntati contro il vetro. Era la pagliacciata più grande che si potesse immaginare, nemmeno per i peggiori criminali nazisti o boss mafiosi avevano preso tante misure di sicurezza. Ma il processo prese subito una brutta piega. E il fatto che la madre dichiarò che Michelino non era figlio di Dabby Dan, ma suo nipote, non intenerì il pubblico ministero e i giudici. Il Giornalaccio ricominciò la sua solita campagna contro il mostro, ma io con la mia emittente, confutavamo ogni loro articolo, con prove e informazioni che avevamo in nostro possesso. Per cominciare dimostrammo che la sparizione di molti bambini avvenne quando Dabby Dan era rinchiuso nella clinica psichiatrica. In pochi giorni le vendite de Il Giornalaccio crollarono. I lettori non si fidavano più, e, come per miracolo, Il Giornalaccio incominciò a cambiare direzione, incominciò a battersi per l’innocenza di Dabby Dan. Vennero così ascoltati tutti i personaggi coinvolti. Il primo, con grande stupore dei ragazzi, fu l’uomo nero, e fu così che i ragazzi fecero la conoscenza di colui che avevano creduto fosse il mostro: Nino Peretella il proprietario della casa famiglia alla quale, per un po’ di tempo, era stato affidato Michelino. Alla domanda dell’avvocato difensore sul perché fosse stato visto in giro durante la latitanza di Dabby Dan, rispose che voleva far arrestare il mostro per vendicare la morte di Michelino a cui lui si era affezionato tantissimo. Nessuno gli diede credito. Ad uno ad uno furono ascoltati tutti, incominciando dall’assistente sociale, Mariantonietta Bucci, la stessa che aveva buttato fuori la madre di Betta. Poi il dott. Ranzinelli, perfino lo psichiatra Battilemani ed il giornalista Di Miola. Piano piano, però, il castello costruito per arrestarlo cadde completamente, fu chiaro che c’erano molti buchi e molte invenzioni, come la diagnosi dello psichiatra. Ma restava il problema più grande, senza del quale Dabby Dan non sarebbe mai stato scagionato: che fine aveva fatto Michelino? Era sera tardi, e le cose si mettevano male, il giudice Nello Somaro era molto di parte, e questo non aiutava. Il giorno dopo ci sarebbero state le arringhe finali. Per Dabby Dan non c’erano molte speranze. Ci eravamo ritrovati a casa della madre di Betta per mangiare una pizza e fare il punto della situazione. Avevo invitato anche l’avvocato Carlotta Orfìo e Giacomo Ferretti il giornalista. Per tutta la serata cercammo di trovare una soluzione, soprattutto cercammo di capire che cosa fosse il Caso 2514. Avevo chiesto a Carlotta e a Giacomo di fare qualche indagine. Così avevano cercato tra gli archivi del tribunale e di varie testate giornalistiche. Carlotta aveva anche un amico nelle forze dell’ordine e gli chiese di cercare qualcosa negli archivi della polizia e dei carabinieri, ma niente che riguardasse il Caso 2514. Non giungemmo a nessuna conclusione, se non quella che forse non avesse nessun senso, forse Dabby Dan nemmeno sapeva che cosa volesse dire. Ci salutammo per vederci il giorno dopo in tribunale per parlare anche con l’avvocato d’ufficio. I ragazzi mi chiesero di poter venire in tribunale. Insistetti che era meglio per loro restare a casa, ma non ci furono ragioni.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

La fuga

Capitolo 37 – La fuga Tornai in città dopo due giorni. Quando arrivai in albergo l’allarme era già stato scattato: i ragazzi erano scomparsi. Erano otto ore che non si avevano loro notizie. Naturalmente in quel momento avrei fatto a meno di scrivere un articolo su di loro, ero troppo preoccupato per la loro sorte. Ma il mio direttore disse che era anche per aiutare le ricerche, in realtà era chiaro che gli interessava solo lo scoop, ma ero sotto le sue dipendenze e non potevo rifiutarmi. Così, fatte le poche interviste del caso realizzai di getto un servizio con le loro foto e la richiesta di fornire indicazioni a chiunque li avesse avvistati o sapesse qualcosa di loro. Si pensava addirittura ad un rapimento per chiedere un riscatto e questa notizia non piacque ad alcune persone, che come dei fulmini si precipitarono da me per chiedere spiegazioni: la nonna, il padre e la suora! Sembrava il titolo di un film: La nonna, il padre e la suora. Un film comico, ma quelli di comico avevano solo l’aspetto e i modi, le intenzioni erano tutt’altro che comiche. All’inizio, immemore delle storie che mi avevano raccontato i ragazzi, diffidai solo della suora, mentre ascoltai la nonna e il padre quasi impietosito per la loro tristezza, ma durò poco. Mi dissero che erano disperati, che amavano i ragazzi e che senza di loro non avrebbero potuto continuare a vivere, e come avrebbero fatto a pagare un eventuale riscatto? Non erano ricchi! Ma gli spiegai che se si trattava di rapimento a scopo di estorsione, i rapitori erano interessati ai soldi della ricompensa. Sobbalzarono. «Cosa? Ma non è possibile… quei soldi… quei soldi sono dei ragazzi, non possiamo utilizzarli per il riscatto! Come faranno i ragazzi poi!» disse la nonna. «Sì… certo… servono per garantire loro un futuro!» fece eco il padre. «Sì, lo capisco!» risposi comprensivo, «Ma se ne va della loro vita, i soldi passano in secondo piano!». I loro occhi si iniettarono di odio, il padre si avvicinò con fare minaccioso. «Ma io… quei soldi… servono a migliorare le condizioni del Prosperitano, la condizione di tutte le bambine, non potrei sacrificare il bene di tutti per una sola persona!» disse la suora. «Suora… quei soldi sono di Betta, non suoi, non del Prosperitano, non di tutte le bambine. Stesso discorso vale per Camillo e Pamela, i soldi sono i loro, non vostri…!» non feci in tempo a finire che mi ritrovai una mano del padre di Camillo sul collo che mi stringeva e l’altra che mi minacciava con un pugno, venni quasi meno nelle gambe, più per il comportamento inaspettato che per paura. «È facile parlare con i soldi che non sono tuoi. Quei soldi non andranno per il riscatto… e prega a Dio che tu non c’entri niente con questa storia! Perché se c’è il tuo zampino per impossessarti dei nostri soldi sei cascato male!». La nonna era al suo fianco che approvava annuendo. Feci un respiro profondo e presi quanto più coraggio possibile. «Toglimi le mani di dosso razza di farabutto che porta donnacce in casa!» dissi cercando di fare lo sguardo quanto più minaccioso possibile. Quella frase però ebbe l'effetto desiderato perché il padre allentò la presa. «I ragazzi mi hanno raccontato tutto, di lei, delle botte, dei soldi che spende al gioco e con le donne. Ho tutto registrato con le loro voci. Anche della nonna che ha abbandonato la nipote in un istituto e non è andata più a trovarla. Mi basta far sentire quelle registrazioni ai soldati o ad un giudice e vi toglieranno ogni diritto su quei bambini!». Il padre di Camillo lasciò la presa e si irrigidì. La nonna spalancò la bocca arretrando di qualche passo. Si resero conto che non avevano a che fare con uno dei loro ragazzi ma, soprattutto, che a quel punto la possibilità di mettere le mani su quei soldi era appesa ad un filo, e quel filo lo reggevo io. Il padre di Camillo mi fissò con rabbia, forse stava pensando di uccidermi, ma poi si arrese. Così chiesi loro se erano a conoscenza di qualcuno che poteva avere intenzione di fare del male ai ragazzi. Mi guardarono stupiti, poi la suora con voce falsa mi chiese se non fosse stato Dabby Dan. Il padre e la nonna si guardarono negli occhi, i loro sospetti questa volta si stavano spostando sulla suora. Evidente che pensavano che li avesse fatti rapire per prendersi anche i soldi di Pamela e Camillo oltre che quelli di Betta. La suora dovette carpire i loro pensieri perché si mise le mani sul petto in segno di discolpa. Ma io fugai tutti i sospetti. «State calmi, quando i ragazzi sono scomparsi la suora era con voi… e Dabby Dan è al sicuro, non può essere stato lui!». «E se avesse dei complici?» chiese il padre. «Mah… mi sembra assurdo, e poi Dabby Dan è un mostro che uccide i bambini, non sono i soldi il suo pallino!». «I soldi fanno venire la vista ai ciechi!» disse la nonna. «Lei ne sa qualcosa, vero?» chiesi ironico. Mi voltai e me ne andai senza attendere la loro reazioni. Dovevo assolutamente scoprire dove erano finiti i ragazzi. Consumai la colazione facendo telefonate per sapere se ci fossero novità, ma dei ragazzi nessuna traccia. Avevo un forte mal di testa. Il telegiornale trasmetteva il mio servizio sulla loro scomparsa. Mi telefonò il direttore, voleva le interviste dei tre: La nonna, il padre e la suora. Presi un antidolorifico ed uscii. Appena giunto all’albergo, li trovai lì. Mi stavano aspettando. Il padre e la nonna avevano preso possesso delle camere dei rispettivi ragazzi. La suora pur dormendo al Prosperitano, stazionava tutto il giorno nella hall dell’albergo, facendo da ombra agli altri due, silenziosa, in disparte: la più pericolosa, perché lavorava sottobanco. Quando mi videro quasi mi abbracciarono, sapevano già dell’intervista. Credo che avessero pensato che mi fossi ricreduto su di loro. Erano al settimo cielo, soprattutto la suora che volle andare prima in bagno, ritornando senza il velo ed i capelli pettinati. Quando arrivò la troupe per le riprese litigavano a chi dovesse essere intervistato prima. «Prima io perché mio figlio Camillo è l’unico maschio!» «No prima io perché Pamela è di alto rango!» «La prima devo essere io in quanto istitutrice ed educatrice delle bambine!». Li minacciai che me ne sarei andato senza fargli l’intervista e così si calmarono un po’, ma continuarono a sgomitarsi. Dopo la presentazione mi spostai di lato dicendo: “Ed ora ascoltiamo dalla viva voce dei parenti e della loro istitutrice un accorato appello. Ne uscì qualcosa che somigliava molto ad una parodia, credo che gli spettatori risero davvero tanto, mentre io mi vergognai di essere il giornalista del servizio. «Cara nipotina mia, torna, devi dire ai rapitori che non abbiamo soldi. Patrizia… devi tornare!». «Pamela!» corressi con tono sgarbato. «Sua nipote si chiama Pamela!» «Ah… ehm… Pamela… senza di te non posso vivere!». «Camillo figlio mio ho bisogno di te… con i soldi della ricompensa ti faccio un regalo! Non troppo costoso però!». La nonna gli diede una gomitata. «Ah… no, ehm… i soldi della ricompensa non li abbiamo, non ti posso fare un regalo. Non avrai niente, diglielo a quelli che ti hanno rapito, se ti hanno rapito. Ma se non ti hanno rapito e sei scappato da solo quando torni ti gonfio!». Un’altra gomitata della nonna. «Ti gonfio di soldi, non di botte. Però i soldi non ci sono! Ma comunque non ti do botte!». E a concludere la suora. «Betta torna, Bettuccia torna. Banditi lasciatela o il signore vi punirà! Pentitevi e lasciate liberi i ragazzi. Dio è misericordioso, ma voi andrete all’inferno. E Betta se sei scappata e non ti hanno rapito, torna perché Dio punirà anche te e ti farà patire le pene dell’inferno. Il castigo di Dio sarà violento!»., L’operatore gli strappò il microfono di mano per far terminare quello sproloquio, dovette strapparglielo con forza perché la megera non voleva lasciarglielo. Dovetti correggere le loro interviste con dei tagli e aggiungere un altro pezzo con la mia presenza, giustificando le loro stranezze con la disperazione di cui erano preda. L’intervista ebbe successo, la cosa triste fu che i tre apparvero come povere vittime. Trascorsero due giorni, ma dei ragazzi nessuna notizia. A quel punto anche io incominciai a pensare al peggio. Dabby Dan era stato trasferito nel carcere sotterraneo, le misure di sicurezza erano state raddoppiate. Le immagini dell’arresto furono trasmesse anche dalla mia televisione, fortunatamente non toccò a me fare le riprese. Nel guardare quelle immagini mi commossi e piansi come un bambino. Una mia collega mi strinse la mano e disse che almeno ora quel mostro non avrebbe più fatto del male a nessuno. «Quel mostro, come lo chiamano tutti, non ha mai fatto del male a nessuno!» dissi con amarezza. La collega mi guardò come se fossi impazzito.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

Avvocato Carlotta

Capitolo 36 – Avvocato Carlotta Quando uscii c’era un cielo nero, non pioveva ma sembrava notte e non era ancora ora di pranzo. Avevo fame, ma prima telefonai all’avvocato Carlotta Orfìo la quale fu gentile fino a quando non feci il nome di Dabby Dan e dissi che volevo incontrarla, di colpo diventò sfuggente e piena di impegni e mi licenziò dicendo che non poteva incontrarmi. Ma io non potevo arrendermi, non potevo perdere anche una sola possibilità di scoprire la verità, lo dovevo a Dabby Dan, a Michelino, alla signora Savini, a Camillo, Pamela e Betta, a Giacomo, a me stesso, e soprattutto lo dovevo a quello che dovrebbe essere il primo principio di un giornalista: la verità, a qualunque costo. Cercai la sua foto su internet e mi recai all’indirizzo del suo ufficio. Aspettai qualche ora seduto ad un bar, poi la vidi uscire e la seguii. Entrò in un negozio di musica. Entrai e mentre stava guardando un vecchio CD dei The Connells. «È molto bello, la canzone “Uninspired” è eccezionale, anche se loro sono conosciuti soprattutto per ’74-’75, davvero un grande gruppo!». Alzò gli occhi e mi guardò incuriosita. Due occhi color nocciola che sprizzavano dolcezza e gentilezza. Il mio primo pensiero, dopo quello di quanto fosse bella naturalmente, fu come avevano potuto, due occhi così belli e gentili, abbandonare Dabby Dan. L’avvocato fece un sorriso. «A dire il vero non li conosco, è davvero un bel gruppo? Devo fare un regalo ad un ragazzino!». «Certo che no, è un gruppo per persone di una certa età. Un ragazzino glielo getterebbe dietro! Ad un ragazzino o regala Rap o Hip Hop». «Ah… meno male, allora è stata una fortuna il suo incontro, altrimenti avrei fatto davvero una pessima figura!». «Forse, ma devo essere sincero, non è stato fortuito. L’ho seguita!». L’avvocato s’irrigidì e volse lo sguardo intorno per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi in caso avesse dovuto chiedere aiuto. «No, no, non sono un maniaco!». «Mi sta per caso corteggiando?» mi chiese sgranando gli occhi e arrossendo lievemente. «No, no, certo che no, ma non perché lei non meriti, no è che sono qui per una vecchia storia!». Sospirò, abbassò la testa e poi la rialzò e mordendosi le labbra disse: «Dabby Dan!» Annuii e lei voltò la testa di lato, come per prendere una decisione. Poi mi guardò con aria rassegnata, gli occhi le si riempirono di lacrime. «Per caso lei ha suo notizie? Sa come sta?» Andammo ad una caffetteria, ci sedemmo. Così parlò senza sosta, fu più uno sfogo che un’intervista. Credo che riuscì ad elaborare quello che per molti anni aveva tenuto dentro. «Dabby Dan non ha mai ucciso nemmeno un ragnetto. Anzi, se vedeva un ragno lo prendeva sul palmo della mano e lo portava in giardino! Dabbeo è solo una persona affetta da un lieve ritardo mentale. Non so esattamente quali fossero i loro piani. Ma fatto sta che Michelino inizialmente fu rinchiuso in una casa famiglia, ma era un lager più che una casa famiglia, il proprietario era un faccendiere, un laureato in lettere che si faceva chiamare dott. Nino Peretella. Venni a sapere che c’era un facoltoso politico, Mattia Ranzinelli, che voleva adottare Michelino. La moglie non poteva avere figli. So che fecero di tutto per, mi scusi il termine, accaparrarsi Michelino. Il bambino oltre ad essere biondo e bellissimo, somigliava stranamente alla moglie del politico. Ragion per cui avrebbero potuto dire che era veramente figlio loro dopo averlo adottato. A quel punto so che sono intervenuti molti altri attori: il giudice Nello Somaro, l’assistente sociale Mariantonietta Bucci, lo psichiatra dott. Battilemani, e infine il giornalista del Giornalaccio Roberto di Miola. Si era formata una sorta di associazione a delinquere. Tutti disposti a tutto pur di riuscire a far adottare Michelino da Mattia Ranzinelli, ricco e potente. Ma poi Michelino scomparve. Incominciai ad indagare proprio su Mattia Ranzinelli… ma un giorno…» fu scossa da un brivido di paura «Si presentarono due uomini vestiti da poliziotti a scuola della mia nipotina, dicendo che era successo un incidente a sua madre, cioè mia sorella. La prelevarono e poi mi telefonarono dicendo che quello era solo un avvertimento, se non avessi abbandonato il caso e le ricerche la prossima volta non avrei più rivisto mia nipote!». «Cavolo… ma quindi il bambino è finito nelle mani del politico e hanno detto che era morto?» chiesi. «No, Mattia Ranzinelli e la moglie dopo alcuni mesi hanno adottato una bambina!» Non riuscivo a credere alle mie orecchie, Dabby Dan era innocente, e io lo avevo trattato come una animale. Poi come di rito, chiesi anche all’avvocato Carlotta Orfìo se sapesse qualcosa del Caso 2514, ma come tutti nemmeno lei sapeva cosa volesse dire. Il mio umore era a terra. Come si poteva costruire una tale storia ai danni di un innocente, per altro con problemi di handicap? E che fine aveva fatto Michelino? Era stato ucciso davvero? E se sì chi lo aveva ucciso?   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

La mamma di Dabby Dan

Capitolo 35 – La mamma di Dabby Dan Scesi in strada, pioveva e faceva freddo, mi strinsi nel cappotto ed aprì l’ombrello. Ero turbato, i pensieri mi giravano nella testa come trottole che si scontravano tra di loro e venivano scaraventate ai margini della testa dove rimbalzavano e ritornavano a rigirare per poi riscontrarsi. Le scarpe scalpicciavano nelle pozzanghere, la pioggia era diventata acquerugiola, guardai il cielo e decisi che a qualunque costo avrei scoperto la verità e per farlo sarei andato fino in fondo a questa storia, e l’avrei fatto incominciando dalle origini: trovare la mamma di Dabby Dan. Pensavo sarebbe stata una ricerca difficile, ma invece fu più facile del previsto, su internet trovai il suo cognome, signora Savini. Sull’elenco telefonico c’erano solo tre Savini, due erano uomini. Era tardi e andai a dormire. La mattina appena sveglio presi il telefonino e chiamai la donna, Gaia Savini. Rispose una donna con voce stanca. «Pronto!» «Pronto signora, sono un giornalista, volevo sapere se lei è la madre di Dabby Dan!». Riagganciò. Richiamai. Non rispose. Così richiamai altre volte fino a quando rispose furibonda. «QUI NON C’È NESSUN DABBY DAN! VADA AL DIAVOLO!» stava per riagganciare. «Ho parlato con Dabby Dan solo due giorni fa!» «Balle, come tutti i suoi colleghi!» «Solo il giornalista, quello che ha realizzato il servizio, sono amico dei tre ragazzini. Credo che suo figlio sia innocente!». Restò in silenzio, ma non aveva riagganciato. Poi capii che non stava in silenzio, stava piangendo, un pianto silenzioso, impercettibile, un pianto pieno di dolore, il dolore più grande che un essere umano possa provare: la perdita di un figlio. «Mi permetta di aiutarla, mi permetta di aiutare sia lei che suo figlio!». Accettò di incontrarmi. Mi disse che potevo andare anche subito. Aveva sessantacinque anni, ma sembrava ne avesse più di ottanta. Aveva i capelli bianchi, rughe profonde sulla fronte, e pelle del viso rugosa. Due occhiaie segno di chi dorme poco e soprattutto piange spesso. Ma aveva uno sguardo tenero e dolce, anche se profondamente triste, fortemente lacerato dal dolore. La casa era umile, semplice di mobili e suppellettili, ma pulita e in ordine, decorata con molte bomboniere e oggetti di vetro. «Come sta?» fu la prima cosa che mi chiese subito dopo avermi fatto accomodare su un divano modesto. Mi offrì un caffè e dei biscotti, presi il caffè ma rifiutai i biscotti. Si sedette su una poltrona davanti a me. Teneva le mani conserte. «Credo che stesse meglio, quando era libero!» risposi sincero. «Ha vissuto per un po’ di tempo insieme ai tre ragazzi della storia, Pamela, Betta e Camillo. I ragazzi hanno detto che si è preso cura di loro, non sapevano che fosse Dabby Dan!». «E Dabbeo, il “mostro”…» sottolineò la frase, «…non gli ha torto un capello, ma i ragazzi l’hanno fatto arrestare!» disse con sarcasmo. Il suo vero nome era Dabbeo. «No! Anzi è stato premuroso e amorevole! Ma non sono stati loro a farlo arrestare, anzi stavano cercando di liberarlo. Lo hanno creduto i militari, e io, credendolo un mostro, ho fatto il resto!». «Non è mai stato cattivo, non farebbe del male ad una mosca! Lo hanno solo condannato per motivi che non ho mai capito!». «Lei quindi pensa che non ha fatto del male neanche al suo figlio?» «Figlio?» si fece una risata… ma quella del figlio è stata una trovata di quella canaglia di quell’infame del giornalista, Dabbeo non ha mai avuto un figlio. È stata detta questa cosa per renderlo ancora più cattivo e mostruoso di quello che già avevano inventato. Non era suo figlio, nemmeno mio, era figlio della sorella di Dabbeo, Carla!» restai in silenzio aspettando che continuasse. Ma restò zitta. Fuori il cielo si aprì un po’ e un raggio di sole colpì perpendicolarmente la campagna che si vedeva dalla finestra del soggiorno, si fermò a guardarlo come se avesse visto un’apparizione. «E la mamma, sua figlia Carla, dov’è ora?» chiesi impaziente. Mi guardò come fossi stato un alieno. Poi il suo sguardo assente si posò sulla parete dove c’era un quadro con due bambini che si tenevano per mano. Intuì che si trattava di Dabby Dan e la sorella. «Era una ragazza madre. Il fidanzato la lasciò quando rimase incinta. La sua famiglia voleva che abortisse, ma Carla si rifiutò. Così crebbe Michelino da sola, fino a quando non tornò il fidanzato scappato che le chiese di seguirlo in Messico senza il bambino. Carla era troppo giovane e innamorata, lasciò Michelino a me e Dabbeo e seguì il fidanzato. Per Dabbeo Michelino era come un figlio, nonostante il suo ritardo si occupava del nipotino in maniera molto responsabile. Ma la famiglia del fidanzato voleva l’affidamento di Michelino, andarono per vie legali, ma nonostante fossero persone molto ricche, il giudice, decise che Michelino doveva restare con noi, grazie anche all’avvocato Carlotta Orfìo!». «Poi che cosa è successo?». «Non lo so, all’improvviso il mondo mi è crollato addosso, i miei datori di lavoro mi hanno accusata di furto, ma io non ho mai rubato un centesimo. Mi hanno denunciato e licenziata. Dopo due settimane sono arrivati gli assistenti sociali dicendo che dovevo provvedere al mantenimento del bambino o me lo avrebbero tolto. Inoltre se al processo fossi stata ritenuta colpevole di furto, mi avrebbero tolto comunque il bambino. Michelino allora aveva quattro anni. Dopo arrivarono i carabinieri e arrestarono Dabbeo dicendo che maltrattava Michelino, che lo malmenava, che era pericoloso perché era ritardato. Michelino fu rinchiuso in un istituto e Dabbeo in una comunità psichiatrica. Ma ancora una volta l’avvocato Carlotta Orfìo riuscì a risolvere la situazione, e lo fece gratis. Dimostrò che Michelino non aveva nemmeno un graffio e che le accuse erano infondate. Dopo quattro mesi Dabbeo e Michelino tornarono a casa. Ma dopo un mese Michelino sparì e di lui non si è saputo più niente. Dabbeo questa volta fu arrestato, fu accusato di aver ucciso Michelino. Poi il Giornalaccio scrisse che si trattava del figlio illegittimo, incominciò ad accusarlo della scomparsa di altri bambini, in breve diventò un mostro. Poi, un giorno, inaspettatamente, l’avvocato Carlotta Orfìo rinunciò al mandato senza dare spiegazioni, e questo rafforzò l’ipotesi che fosse colpevole. La popolazione incominciò ad avere paura, incominciò a spargersi la voce che Dabbeo aveva tentato di evadere, che avesse poteri magici, che fosse in grado di leggere nel pensiero e pilotare la mente… e così costruirono il supercarcere in due mesi. Esattamente cinque anni fa. Da allora non ho più visto né lui, né Michelino!» piangeva. Non sapevo che cosa dire, le poggiai una mano sulla spalla. Poi mi feci dare tutti i contatti delle persone che avevano avuto a che fare con quella storia. Stavo andando via quando ancora una volta mi ricordai di una cosa. «Per caso sa che cosa vuol dire Caso 2514?» ma anche lei mi guardò senza capire.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by