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Posts by Claudio Cutolo

La fuga

Capitolo 37 – La fuga Tornai in città dopo due giorni. Quando arrivai in albergo l’allarme era già stato scattato: i ragazzi erano scomparsi. Erano otto ore che non si avevano loro notizie. Naturalmente in quel momento avrei fatto a meno di scrivere un articolo su di loro, ero troppo preoccupato per la loro sorte. Ma il mio direttore disse che era anche per aiutare le ricerche, in realtà era chiaro che gli interessava solo lo scoop, ma ero sotto le sue dipendenze e non potevo rifiutarmi. Così, fatte le poche interviste del caso realizzai di getto un servizio con le loro foto e la richiesta di fornire indicazioni a chiunque li avesse avvistati o sapesse qualcosa di loro. Si pensava addirittura ad un rapimento per chiedere un riscatto e questa notizia non piacque ad alcune persone, che come dei fulmini si precipitarono da me per chiedere spiegazioni: la nonna, il padre e la suora! Sembrava il titolo di un film: La nonna, il padre e la suora. Un film comico, ma quelli di comico avevano solo l’aspetto e i modi, le intenzioni erano tutt’altro che comiche. All’inizio, immemore delle storie che mi avevano raccontato i ragazzi, diffidai solo della suora, mentre ascoltai la nonna e il padre quasi impietosito per la loro tristezza, ma durò poco. Mi dissero che erano disperati, che amavano i ragazzi e che senza di loro non avrebbero potuto continuare a vivere, e come avrebbero fatto a pagare un eventuale riscatto? Non erano ricchi! Ma gli spiegai che se si trattava di rapimento a scopo di estorsione, i rapitori erano interessati ai soldi della ricompensa. Sobbalzarono. «Cosa? Ma non è possibile… quei soldi… quei soldi sono dei ragazzi, non possiamo utilizzarli per il riscatto! Come faranno i ragazzi poi!» disse la nonna. «Sì… certo… servono per garantire loro un futuro!» fece eco il padre. «Sì, lo capisco!» risposi comprensivo, «Ma se ne va della loro vita, i soldi passano in secondo piano!». I loro occhi si iniettarono di odio, il padre si avvicinò con fare minaccioso. «Ma io… quei soldi… servono a migliorare le condizioni del Prosperitano, la condizione di tutte le bambine, non potrei sacrificare il bene di tutti per una sola persona!» disse la suora. «Suora… quei soldi sono di Betta, non suoi, non del Prosperitano, non di tutte le bambine. Stesso discorso vale per Camillo e Pamela, i soldi sono i loro, non vostri…!» non feci in tempo a finire che mi ritrovai una mano del padre di Camillo sul collo che mi stringeva e l’altra che mi minacciava con un pugno, venni quasi meno nelle gambe, più per il comportamento inaspettato che per paura. «È facile parlare con i soldi che non sono tuoi. Quei soldi non andranno per il riscatto… e prega a Dio che tu non c’entri niente con questa storia! Perché se c’è il tuo zampino per impossessarti dei nostri soldi sei cascato male!». La nonna era al suo fianco che approvava annuendo. Feci un respiro profondo e presi quanto più coraggio possibile. «Toglimi le mani di dosso razza di farabutto che porta donnacce in casa!» dissi cercando di fare lo sguardo quanto più minaccioso possibile. Quella frase però ebbe l'effetto desiderato perché il padre allentò la presa. «I ragazzi mi hanno raccontato tutto, di lei, delle botte, dei soldi che spende al gioco e con le donne. Ho tutto registrato con le loro voci. Anche della nonna che ha abbandonato la nipote in un istituto e non è andata più a trovarla. Mi basta far sentire quelle registrazioni ai soldati o ad un giudice e vi toglieranno ogni diritto su quei bambini!». Il padre di Camillo lasciò la presa e si irrigidì. La nonna spalancò la bocca arretrando di qualche passo. Si resero conto che non avevano a che fare con uno dei loro ragazzi ma, soprattutto, che a quel punto la possibilità di mettere le mani su quei soldi era appesa ad un filo, e quel filo lo reggevo io. Il padre di Camillo mi fissò con rabbia, forse stava pensando di uccidermi, ma poi si arrese. Così chiesi loro se erano a conoscenza di qualcuno che poteva avere intenzione di fare del male ai ragazzi. Mi guardarono stupiti, poi la suora con voce falsa mi chiese se non fosse stato Dabby Dan. Il padre e la nonna si guardarono negli occhi, i loro sospetti questa volta si stavano spostando sulla suora. Evidente che pensavano che li avesse fatti rapire per prendersi anche i soldi di Pamela e Camillo oltre che quelli di Betta. La suora dovette carpire i loro pensieri perché si mise le mani sul petto in segno di discolpa. Ma io fugai tutti i sospetti. «State calmi, quando i ragazzi sono scomparsi la suora era con voi… e Dabby Dan è al sicuro, non può essere stato lui!». «E se avesse dei complici?» chiese il padre. «Mah… mi sembra assurdo, e poi Dabby Dan è un mostro che uccide i bambini, non sono i soldi il suo pallino!». «I soldi fanno venire la vista ai ciechi!» disse la nonna. «Lei ne sa qualcosa, vero?» chiesi ironico. Mi voltai e me ne andai senza attendere la loro reazioni. Dovevo assolutamente scoprire dove erano finiti i ragazzi. Consumai la colazione facendo telefonate per sapere se ci fossero novità, ma dei ragazzi nessuna traccia. Avevo un forte mal di testa. Il telegiornale trasmetteva il mio servizio sulla loro scomparsa. Mi telefonò il direttore, voleva le interviste dei tre: La nonna, il padre e la suora. Presi un antidolorifico ed uscii. Appena giunto all’albergo, li trovai lì. Mi stavano aspettando. Il padre e la nonna avevano preso possesso delle camere dei rispettivi ragazzi. La suora pur dormendo al Prosperitano, stazionava tutto il giorno nella hall dell’albergo, facendo da ombra agli altri due, silenziosa, in disparte: la più pericolosa, perché lavorava sottobanco. Quando mi videro quasi mi abbracciarono, sapevano già dell’intervista. Credo che avessero pensato che mi fossi ricreduto su di loro. Erano al settimo cielo, soprattutto la suora che volle andare prima in bagno, ritornando senza il velo ed i capelli pettinati. Quando arrivò la troupe per le riprese litigavano a chi dovesse essere intervistato prima. «Prima io perché mio figlio Camillo è l’unico maschio!» «No prima io perché Pamela è di alto rango!» «La prima devo essere io in quanto istitutrice ed educatrice delle bambine!». Li minacciai che me ne sarei andato senza fargli l’intervista e così si calmarono un po’, ma continuarono a sgomitarsi. Dopo la presentazione mi spostai di lato dicendo: “Ed ora ascoltiamo dalla viva voce dei parenti e della loro istitutrice un accorato appello. Ne uscì qualcosa che somigliava molto ad una parodia, credo che gli spettatori risero davvero tanto, mentre io mi vergognai di essere il giornalista del servizio. «Cara nipotina mia, torna, devi dire ai rapitori che non abbiamo soldi. Patrizia… devi tornare!». «Pamela!» corressi con tono sgarbato. «Sua nipote si chiama Pamela!» «Ah… ehm… Pamela… senza di te non posso vivere!». «Camillo figlio mio ho bisogno di te… con i soldi della ricompensa ti faccio un regalo! Non troppo costoso però!». La nonna gli diede una gomitata. «Ah… no, ehm… i soldi della ricompensa non li abbiamo, non ti posso fare un regalo. Non avrai niente, diglielo a quelli che ti hanno rapito, se ti hanno rapito. Ma se non ti hanno rapito e sei scappato da solo quando torni ti gonfio!». Un’altra gomitata della nonna. «Ti gonfio di soldi, non di botte. Però i soldi non ci sono! Ma comunque non ti do botte!». E a concludere la suora. «Betta torna, Bettuccia torna. Banditi lasciatela o il signore vi punirà! Pentitevi e lasciate liberi i ragazzi. Dio è misericordioso, ma voi andrete all’inferno. E Betta se sei scappata e non ti hanno rapito, torna perché Dio punirà anche te e ti farà patire le pene dell’inferno. Il castigo di Dio sarà violento!»., L’operatore gli strappò il microfono di mano per far terminare quello sproloquio, dovette strapparglielo con forza perché la megera non voleva lasciarglielo. Dovetti correggere le loro interviste con dei tagli e aggiungere un altro pezzo con la mia presenza, giustificando le loro stranezze con la disperazione di cui erano preda. L’intervista ebbe successo, la cosa triste fu che i tre apparvero come povere vittime. Trascorsero due giorni, ma dei ragazzi nessuna notizia. A quel punto anche io incominciai a pensare al peggio. Dabby Dan era stato trasferito nel carcere sotterraneo, le misure di sicurezza erano state raddoppiate. Le immagini dell’arresto furono trasmesse anche dalla mia televisione, fortunatamente non toccò a me fare le riprese. Nel guardare quelle immagini mi commossi e piansi come un bambino. Una mia collega mi strinse la mano e disse che almeno ora quel mostro non avrebbe più fatto del male a nessuno. «Quel mostro, come lo chiamano tutti, non ha mai fatto del male a nessuno!» dissi con amarezza. La collega mi guardò come se fossi impazzito.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Avvocato Carlotta

Capitolo 36 – Avvocato Carlotta Quando uscii c’era un cielo nero, non pioveva ma sembrava notte e non era ancora ora di pranzo. Avevo fame, ma prima telefonai all’avvocato Carlotta Orfìo la quale fu gentile fino a quando non feci il nome di Dabby Dan e dissi che volevo incontrarla, di colpo diventò sfuggente e piena di impegni e mi licenziò dicendo che non poteva incontrarmi. Ma io non potevo arrendermi, non potevo perdere anche una sola possibilità di scoprire la verità, lo dovevo a Dabby Dan, a Michelino, alla signora Savini, a Camillo, Pamela e Betta, a Giacomo, a me stesso, e soprattutto lo dovevo a quello che dovrebbe essere il primo principio di un giornalista: la verità, a qualunque costo. Cercai la sua foto su internet e mi recai all’indirizzo del suo ufficio. Aspettai qualche ora seduto ad un bar, poi la vidi uscire e la seguii. Entrò in un negozio di musica. Entrai e mentre stava guardando un vecchio CD dei The Connells. «È molto bello, la canzone “Uninspired” è eccezionale, anche se loro sono conosciuti soprattutto per ’74-’75, davvero un grande gruppo!». Alzò gli occhi e mi guardò incuriosita. Due occhi color nocciola che sprizzavano dolcezza e gentilezza. Il mio primo pensiero, dopo quello di quanto fosse bella naturalmente, fu come avevano potuto, due occhi così belli e gentili, abbandonare Dabby Dan. L’avvocato fece un sorriso. «A dire il vero non li conosco, è davvero un bel gruppo? Devo fare un regalo ad un ragazzino!». «Certo che no, è un gruppo per persone di una certa età. Un ragazzino glielo getterebbe dietro! Ad un ragazzino o regala Rap o Hip Hop». «Ah… meno male, allora è stata una fortuna il suo incontro, altrimenti avrei fatto davvero una pessima figura!». «Forse, ma devo essere sincero, non è stato fortuito. L’ho seguita!». L’avvocato s’irrigidì e volse lo sguardo intorno per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi in caso avesse dovuto chiedere aiuto. «No, no, non sono un maniaco!». «Mi sta per caso corteggiando?» mi chiese sgranando gli occhi e arrossendo lievemente. «No, no, certo che no, ma non perché lei non meriti, no è che sono qui per una vecchia storia!». Sospirò, abbassò la testa e poi la rialzò e mordendosi le labbra disse: «Dabby Dan!» Annuii e lei voltò la testa di lato, come per prendere una decisione. Poi mi guardò con aria rassegnata, gli occhi le si riempirono di lacrime. «Per caso lei ha suo notizie? Sa come sta?» Andammo ad una caffetteria, ci sedemmo. Così parlò senza sosta, fu più uno sfogo che un’intervista. Credo che riuscì ad elaborare quello che per molti anni aveva tenuto dentro. «Dabby Dan non ha mai ucciso nemmeno un ragnetto. Anzi, se vedeva un ragno lo prendeva sul palmo della mano e lo portava in giardino! Dabbeo è solo una persona affetta da un lieve ritardo mentale. Non so esattamente quali fossero i loro piani. Ma fatto sta che Michelino inizialmente fu rinchiuso in una casa famiglia, ma era un lager più che una casa famiglia, il proprietario era un faccendiere, un laureato in lettere che si faceva chiamare dott. Nino Peretella. Venni a sapere che c’era un facoltoso politico, Mattia Ranzinelli, che voleva adottare Michelino. La moglie non poteva avere figli. So che fecero di tutto per, mi scusi il termine, accaparrarsi Michelino. Il bambino oltre ad essere biondo e bellissimo, somigliava stranamente alla moglie del politico. Ragion per cui avrebbero potuto dire che era veramente figlio loro dopo averlo adottato. A quel punto so che sono intervenuti molti altri attori: il giudice Nello Somaro, l’assistente sociale Mariantonietta Bucci, lo psichiatra dott. Battilemani, e infine il giornalista del Giornalaccio Roberto di Miola. Si era formata una sorta di associazione a delinquere. Tutti disposti a tutto pur di riuscire a far adottare Michelino da Mattia Ranzinelli, ricco e potente. Ma poi Michelino scomparve. Incominciai ad indagare proprio su Mattia Ranzinelli… ma un giorno…» fu scossa da un brivido di paura «Si presentarono due uomini vestiti da poliziotti a scuola della mia nipotina, dicendo che era successo un incidente a sua madre, cioè mia sorella. La prelevarono e poi mi telefonarono dicendo che quello era solo un avvertimento, se non avessi abbandonato il caso e le ricerche la prossima volta non avrei più rivisto mia nipote!». «Cavolo… ma quindi il bambino è finito nelle mani del politico e hanno detto che era morto?» chiesi. «No, Mattia Ranzinelli e la moglie dopo alcuni mesi hanno adottato una bambina!» Non riuscivo a credere alle mie orecchie, Dabby Dan era innocente, e io lo avevo trattato come una animale. Poi come di rito, chiesi anche all’avvocato Carlotta Orfìo se sapesse qualcosa del Caso 2514, ma come tutti nemmeno lei sapeva cosa volesse dire. Il mio umore era a terra. Come si poteva costruire una tale storia ai danni di un innocente, per altro con problemi di handicap? E che fine aveva fatto Michelino? Era stato ucciso davvero? E se sì chi lo aveva ucciso?   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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La mamma di Dabby Dan

Capitolo 35 – La mamma di Dabby Dan Scesi in strada, pioveva e faceva freddo, mi strinsi nel cappotto ed aprì l’ombrello. Ero turbato, i pensieri mi giravano nella testa come trottole che si scontravano tra di loro e venivano scaraventate ai margini della testa dove rimbalzavano e ritornavano a rigirare per poi riscontrarsi. Le scarpe scalpicciavano nelle pozzanghere, la pioggia era diventata acquerugiola, guardai il cielo e decisi che a qualunque costo avrei scoperto la verità e per farlo sarei andato fino in fondo a questa storia, e l’avrei fatto incominciando dalle origini: trovare la mamma di Dabby Dan. Pensavo sarebbe stata una ricerca difficile, ma invece fu più facile del previsto, su internet trovai il suo cognome, signora Savini. Sull’elenco telefonico c’erano solo tre Savini, due erano uomini. Era tardi e andai a dormire. La mattina appena sveglio presi il telefonino e chiamai la donna, Gaia Savini. Rispose una donna con voce stanca. «Pronto!» «Pronto signora, sono un giornalista, volevo sapere se lei è la madre di Dabby Dan!». Riagganciò. Richiamai. Non rispose. Così richiamai altre volte fino a quando rispose furibonda. «QUI NON C’È NESSUN DABBY DAN! VADA AL DIAVOLO!» stava per riagganciare. «Ho parlato con Dabby Dan solo due giorni fa!» «Balle, come tutti i suoi colleghi!» «Solo il giornalista, quello che ha realizzato il servizio, sono amico dei tre ragazzini. Credo che suo figlio sia innocente!». Restò in silenzio, ma non aveva riagganciato. Poi capii che non stava in silenzio, stava piangendo, un pianto silenzioso, impercettibile, un pianto pieno di dolore, il dolore più grande che un essere umano possa provare: la perdita di un figlio. «Mi permetta di aiutarla, mi permetta di aiutare sia lei che suo figlio!». Accettò di incontrarmi. Mi disse che potevo andare anche subito. Aveva sessantacinque anni, ma sembrava ne avesse più di ottanta. Aveva i capelli bianchi, rughe profonde sulla fronte, e pelle del viso rugosa. Due occhiaie segno di chi dorme poco e soprattutto piange spesso. Ma aveva uno sguardo tenero e dolce, anche se profondamente triste, fortemente lacerato dal dolore. La casa era umile, semplice di mobili e suppellettili, ma pulita e in ordine, decorata con molte bomboniere e oggetti di vetro. «Come sta?» fu la prima cosa che mi chiese subito dopo avermi fatto accomodare su un divano modesto. Mi offrì un caffè e dei biscotti, presi il caffè ma rifiutai i biscotti. Si sedette su una poltrona davanti a me. Teneva le mani conserte. «Credo che stesse meglio, quando era libero!» risposi sincero. «Ha vissuto per un po’ di tempo insieme ai tre ragazzi della storia, Pamela, Betta e Camillo. I ragazzi hanno detto che si è preso cura di loro, non sapevano che fosse Dabby Dan!». «E Dabbeo, il “mostro”…» sottolineò la frase, «…non gli ha torto un capello, ma i ragazzi l’hanno fatto arrestare!» disse con sarcasmo. Il suo vero nome era Dabbeo. «No! Anzi è stato premuroso e amorevole! Ma non sono stati loro a farlo arrestare, anzi stavano cercando di liberarlo. Lo hanno creduto i militari, e io, credendolo un mostro, ho fatto il resto!». «Non è mai stato cattivo, non farebbe del male ad una mosca! Lo hanno solo condannato per motivi che non ho mai capito!». «Lei quindi pensa che non ha fatto del male neanche al suo figlio?» «Figlio?» si fece una risata… ma quella del figlio è stata una trovata di quella canaglia di quell’infame del giornalista, Dabbeo non ha mai avuto un figlio. È stata detta questa cosa per renderlo ancora più cattivo e mostruoso di quello che già avevano inventato. Non era suo figlio, nemmeno mio, era figlio della sorella di Dabbeo, Carla!» restai in silenzio aspettando che continuasse. Ma restò zitta. Fuori il cielo si aprì un po’ e un raggio di sole colpì perpendicolarmente la campagna che si vedeva dalla finestra del soggiorno, si fermò a guardarlo come se avesse visto un’apparizione. «E la mamma, sua figlia Carla, dov’è ora?» chiesi impaziente. Mi guardò come fossi stato un alieno. Poi il suo sguardo assente si posò sulla parete dove c’era un quadro con due bambini che si tenevano per mano. Intuì che si trattava di Dabby Dan e la sorella. «Era una ragazza madre. Il fidanzato la lasciò quando rimase incinta. La sua famiglia voleva che abortisse, ma Carla si rifiutò. Così crebbe Michelino da sola, fino a quando non tornò il fidanzato scappato che le chiese di seguirlo in Messico senza il bambino. Carla era troppo giovane e innamorata, lasciò Michelino a me e Dabbeo e seguì il fidanzato. Per Dabbeo Michelino era come un figlio, nonostante il suo ritardo si occupava del nipotino in maniera molto responsabile. Ma la famiglia del fidanzato voleva l’affidamento di Michelino, andarono per vie legali, ma nonostante fossero persone molto ricche, il giudice, decise che Michelino doveva restare con noi, grazie anche all’avvocato Carlotta Orfìo!». «Poi che cosa è successo?». «Non lo so, all’improvviso il mondo mi è crollato addosso, i miei datori di lavoro mi hanno accusata di furto, ma io non ho mai rubato un centesimo. Mi hanno denunciato e licenziata. Dopo due settimane sono arrivati gli assistenti sociali dicendo che dovevo provvedere al mantenimento del bambino o me lo avrebbero tolto. Inoltre se al processo fossi stata ritenuta colpevole di furto, mi avrebbero tolto comunque il bambino. Michelino allora aveva quattro anni. Dopo arrivarono i carabinieri e arrestarono Dabbeo dicendo che maltrattava Michelino, che lo malmenava, che era pericoloso perché era ritardato. Michelino fu rinchiuso in un istituto e Dabbeo in una comunità psichiatrica. Ma ancora una volta l’avvocato Carlotta Orfìo riuscì a risolvere la situazione, e lo fece gratis. Dimostrò che Michelino non aveva nemmeno un graffio e che le accuse erano infondate. Dopo quattro mesi Dabbeo e Michelino tornarono a casa. Ma dopo un mese Michelino sparì e di lui non si è saputo più niente. Dabbeo questa volta fu arrestato, fu accusato di aver ucciso Michelino. Poi il Giornalaccio scrisse che si trattava del figlio illegittimo, incominciò ad accusarlo della scomparsa di altri bambini, in breve diventò un mostro. Poi, un giorno, inaspettatamente, l’avvocato Carlotta Orfìo rinunciò al mandato senza dare spiegazioni, e questo rafforzò l’ipotesi che fosse colpevole. La popolazione incominciò ad avere paura, incominciò a spargersi la voce che Dabbeo aveva tentato di evadere, che avesse poteri magici, che fosse in grado di leggere nel pensiero e pilotare la mente… e così costruirono il supercarcere in due mesi. Esattamente cinque anni fa. Da allora non ho più visto né lui, né Michelino!» piangeva. Non sapevo che cosa dire, le poggiai una mano sulla spalla. Poi mi feci dare tutti i contatti delle persone che avevano avuto a che fare con quella storia. Stavo andando via quando ancora una volta mi ricordai di una cosa. «Per caso sa che cosa vuol dire Caso 2514?» ma anche lei mi guardò senza capire.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Giacomo Ferretti

Capitolo 34 – Giacomo Ferretti Giunsi in tarda mattinata e mi recai subito al giornale locale, quello dell’intervista allo psichiatra. Avevo già chiamato il giorno precedente e preso contatti con l’autore dell’intervista. Si chiamava Giacomo Ferretti e si rivelò una persona molto affabile. Era un uomo di mezza età, con pochi capelli bianchi e baffi, alto e magro. Mi raccontò di quel periodo, furono giorni febbrili, confusi e angoscianti. La gente era terrorizzata, non usciva dalle case, nonostante Dabby Dan fosse in carcere, non si sentivano sicuri, a causa delle storie terrificanti alimentate dagli psicologi e dal pubblico ministero. Dicevano che Dabby Dan era capace anche di ipnotizzare le persone e ucciderle, così sarebbe potuto scappare dal carcere in pochi minuti. La città era desolata, perfino i criminali avevano paura di uscire dalle loro tane. Furono giorni interminabili. Il popolo si calmò solo quando fu costruito il carcere a 40 km sotto terra. Il suo racconto fu minuzioso, ricco di dettagli. Ma quando chiesi quali fossero le prove dei crimini che Dabby Dan aveva compiuto, fece spallette. «Nessuno lo sa! Tutti sono a conoscenza che ha ucciso il figlio e tanti altri bambini, ma come, quando, dove e perché nessuno lo sa. Gli atti sono secretati a causa della sua crudeltà!». «Sai Giacomo… ho avuto modo di conoscere Dabby Dan…» dissi, «…ma proprio non sono riuscito a trovare niente del profilo fatto dallo psichiatra che tu hai intervistato!». Giacomo fece un sorriso amaro! «Gustavo!» disse con tono dispiaciuto, «…eravamo tutti presi dalla paura e dai fatti che molte cose non le abbiamo viste, o non le abbiamo volute vedere. Ma con il senno di poi, a distanza di tempo, posso dire che la mia opinione è che lo psichiatra il dottor Battilemani…» si fermò un attimo, fece un sospiro e poi continuò, «…credo che lo psichiatra non abbia mai incontrato Dabby Dan!». «E come a fatto la diagnosi?» trasalii. «Semplice, o gliel’hanno suggerita, o se l’è inventata!». Restai in silenzio per qualche secondo. Poi gli chiesi se riteneva che Dabby Dan fosse colpevole. Giacomo mi guardò serio e poi disse risoluto: «O è innocente, o se proprio ha commesso un omicidio è solo quello del figlio, ma per errore o perché incapace di intendere e di volere, ma il mostro che hanno creato… quello proprio no!». «Ma come si può condannare un innocente e costruire una simile storia su di lui?» chiesi sconvolto. Ma Giacomo alzò le spalle. «Non lo so. Ma…» fece un’altra pausa, si morse le labbra. «Forse non dovrei dirtelo, o forse è meglio che ti metta in guardia. Ad un certo punto anche a me venne il dubbio ed incomincia a fare ricerche, ma quando la cosa si venne a sapere il direttore del mio giornale mi ordinò di lasciar perdere o mi avrebbe licenziato, inoltre, negli stessi giorni mia moglie fu sospesa dal lavoro a tempo indeterminato con l’accusa di aver rubato dei soldi, cosa assolutamente non vera. Una sera squillò il telefono e una voce disse che se io avessi smesso di indagare l’accusa a mia moglie sarebbe stata archiviata. E così fu! Ma è lì, nella scrivania del datore di lavoro di mia moglie, pronta a ripartire in qualunque momento!». «Questo dimostra che per montare una simile storia dietro ci devono essere persone potenti… e disoneste!». «Uno dei giornalisti che ha contribuito a rendere Dabby Dan un mostro è stato Roberto Di Miola, un giornalista disposto a tutto per la carriera e le opinioni politiche! Un viscido… lui probabilmente sa molto… ma non ti direbbe niente! Il suo giornale “Il Giornalaccio” è stato quello che ha creato il mostro!». Ringraziai Giacomo e gli strinsi forte la mano per l’aiuto che mia aveva dato. Gli avevo già dato le spalle quando mi ricordai improvvisamente di una cosa. «Per caso sai che cosa è il Caso 2514?» Giacomo mi guardò con aria interrogativa. «È l’ultima cosa che mi ha detto Dabby Dan quando l’ho incontrato!» dissi. «Mai sentito di questa cosa!» disse ignaro.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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In carcere

Capitolo 33 – In carcere Il mio direttore, non so come, riuscì a farmi avere l’esclusiva di un’intervista a Dabby Dan. Fu così che feci la conoscenza del mostro, il divoratore di bambini, o almeno così pensavo. Lo tenevano prigioniero dall’altra parte della città nell’attesa di trasferirlo nel carcere sotterraneo di massima sicurezza a 40 km sottoterra. Il carcere cittadino era una sorta di caserma militare circondata da un muro sulla cui cima c'era del filo spinato lungo tutto il perimetro. Il portone di ingresso era presieduto da una decina di soldati. Mi perquisirono, mi tolsero il registratore e a nulla valsero le mie proteste sul fatto che era il mio lavoro registrare. Mi concessero quindici minuti, non un secondo di più. Il piazzale intorno all’edificio era una piana desolata e maltenuta. C’erano soldati ovunque. Una volta entrati mi accompagnarono fino ad una stanza con fuori soldati armati fino ai denti e con un cappuccio nero sulla testa che copriva anche il viso: erano le teste di cuoio, soldati super addestrati alle missioni più difficili. Mi fecero entrare. Dabby Dan era seduto su una sedia, mi voltava le spalle. Indossava una camicia di forza che a sua volta era legata alla sedia e ogni gamba della sedia aveva una fascia che andava a bloccarsi vicino a quattro ganci ai quattro lati della parete. Non avevo mai visto un tale sistema per fermare una persona. Dovetti scavalcare due fasce per giungere davanti a lui. Appena vidi il suo volto fui scosso da un brivido, non per paura, ma per tristezza, sembrava un gattino ferito. Aveva la gamba fasciata dove lo avevano sparato. Lo sguardo perso nel vuoto. Nemmeno mi guardò quando mi posizionai di fronte a lui. Aveva una benda per chiudergli la bocca, ma si era allentata ed era caduta sul mento. Lo salutai ma non rispose. Chiamai il suo nome, ma nemmeno si girò a guardarmi. La sua espressione contrastava con il mostro che aveva ucciso tanti bambini. Come poteva una persona con quel viso e con quell’espressione aver commesso tali nefandezze? Era grassottello, con il viso tondeggiante, capelli folti e schizzati che sovrastavano la testa come una criniera, alto poco più di un ragazzino. Il tutto gli conferiva un non so che di divertente, che contrastava completamente con l’espressione di malinconia stampata sul viso. Avevo poco tempo ed erano già trascorsi forse cinque minuti senza che fosse successo niente. Ebbi un moto di rabbia e avrei voluto prenderlo a schiaffi per tutti quei bambini che aveva ucciso. Così decisi di provare a trovare una briciola di sentimento in lui. «Lo sai che Camillo è un bravo ragazzo? Anche Pamela!» Si girò a guardarmi, sembrava continuasse a pensare ad altro, ma mi guardava. «Oh amici miei, mi vengono a trovare!» disse, e per la prima volta comparve un sorriso sul suo viso, non era un ghigno, era un sorriso tenero. «Io, quando esco li vado a trovare!». «Dabby Dan… tu non uscirai mai più dal carcere!». Si intristì di nuovo. «Io, niente ho mai fatto!». «Dabby Dan… tu hai ucciso tanti bambini, come puoi dire che non hai mai fatto niente?». Mi guardò senza capire. Non so come mi venne, forse in me incominciò a farsi strada l’idea che in lui qualcosa non funzionasse. «Hai fatto la bua a tanti bambini!» «La bua, qualcosa che non si fa!» «Pamela, Betta e Camillo tu li volevi uccidere, vero? Hai fatto scomparire molti bambini!». «Nascondino, è il gioco di scomparire per nascondersi!». Persi completamente la pazienza, lo afferrai per la camicia di forza e lo scossi arrabbiandomi senza urlare per non dare nell’occhio ai soldati. «Pezzo di mascalzone sei sono un lurido assassino!». Ma fu un errore perché si chiuse di nuovo a riccio, riprese a guardare il vuoto con lo sguardo spaventato. Mi ripresi e gli chiesi scusa. Ma restò immobile a fissare il vuoto. Riprovai a dire il nome dei ragazzi sperando che producesse lo stesso effetto di prima. Ma non un battito di ciglio modificò la sua espressione spaventata di uccellino ferito. Ero stato un vero imbecille. Poi la porta si aprì e mi ordinarono perentorio di uscire. Mi alzai amareggiato e mi diressi verso la porta. «Se non sei un mostro, chi ha fatto sparire tutti quei bambini?» chiesi sarcastico. «Caso 2514, bisogna chiedere a lui!» disse laconico. Non potei domandargli cosa intendesse, il soldato mi prese il braccio e mi spinse fuori con forza senza troppi convenevoli. Caso 2514, che cosa voleva dire? Quella sera tornai a casa con una strana sensazione di tristezza. Ma chi era Dabby Dan? Come poteva essere un mostro e allo stesso tempo fingere così bene? Forse era uno psicopatico che non si rendeva conto di quello che faceva? Certo è che un ritardo mentale lo aveva, se pur lieve, ma un mostro proprio non sembrava. Così andai su internet ed incominciai a navigare, digitai Dabby Dan: più di un milione di siti internet. Dovetti mettere dei filtri e inserire date di ricerca risalenti a cinque anni prima, quando fu arrestato. Navigai fino a notte inoltrata, ma non riuscii a trovare notizie reali. La maggior parte dei siti riportavano copia-incolla di altri siti principali, perlopiù quotidiani. Nessuno parlava di Dabby Dan e della sua storia. Nessuno diceva dove era nato, chi era, cosa faceva, solo che aveva ucciso il figlio ed un’infinità di bambini. Riportavano i nomi delle povere vittime, la loro storia e i commenti dei genitori che invocavano la pena di morte. Poi il profilo del mostro, completamente falso, sembrava la descrizione del Tirannosauro Rex: Bava alla bocca, denti canini come Dracula, occhi spiritati iniettati di sangue, mani rugose con unghie come artigli, irsutismo sulla maggior parte del corpo. Trovai però un trafiletto di un giornale locale che aveva pubblicato un’intervista rilasciata dallo psichiatra che aveva redatto il profilo psicologico della perizia del Pubblico Ministero. La cosa mi lasciò esterrefatto: “Mente fortemente disturbata. Cinico, di una spietatezza impassibile. Gode nel fare del male. Ride e si eccita nel vedere la vittima soffrire. Più la vittima piange, più lui prova piacere. È sadico, perverso, ambiguo. Finge di avere un ritardo per suscitare pietà, ma è una mente lucida e folle allo stesso tempo, più crudele di Hitler e Gengis Kahn, più pericoloso della peste, del colera, del vaiolo e di ebola. Se non fermato potrebbe rivelarsi la più grande piaga che il mondo abbia mai conosciuto! Dabby Dan? Quel Dabby Dan con cui avevo parlato lo stesso giorno? La mia testa stava fumando, ma davvero quel piccolo uomo, alto poco più di un papavero, corrispondeva alla descrizione appena letta? Mi addormentai e feci sogni confusi (ndr tranquillizziamo subito il lettore: in questo libro non si consumano inutili pagine per raccontare un sogno come nella maggior parte dei libri, così come non ci sarà nessun inseguimento di automobili come nei film americani!). Mi svegliai in tarda mattinata che avevo un forte mal di testa. Telefonai al direttore e gli chiesi il permesso di assentarmi per qualche giorno per fare indagini più approfondite sul mostro e, naturalmente, lui ne fu entusiasta. Così, partii alla volta della città di Dabby Dan, dove fu arrestato e dove si tenne il processo.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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