cloud
cloud
cloud
cloud
cloud
cloud

Posts by Claudio Cutolo

Giacomo Ferretti

Capitolo 34 – Giacomo Ferretti Giunsi in tarda mattinata e mi recai subito al giornale locale, quello dell’intervista allo psichiatra. Avevo già chiamato il giorno precedente e preso contatti con l’autore dell’intervista. Si chiamava Giacomo Ferretti e si rivelò una persona molto affabile. Era un uomo di mezza età, con pochi capelli bianchi e baffi, alto e magro. Mi raccontò di quel periodo, furono giorni febbrili, confusi e angoscianti. La gente era terrorizzata, non usciva dalle case, nonostante Dabby Dan fosse in carcere, non si sentivano sicuri, a causa delle storie terrificanti alimentate dagli psicologi e dal pubblico ministero. Dicevano che Dabby Dan era capace anche di ipnotizzare le persone e ucciderle, così sarebbe potuto scappare dal carcere in pochi minuti. La città era desolata, perfino i criminali avevano paura di uscire dalle loro tane. Furono giorni interminabili. Il popolo si calmò solo quando fu costruito il carcere a 40 km sotto terra. Il suo racconto fu minuzioso, ricco di dettagli. Ma quando chiesi quali fossero le prove dei crimini che Dabby Dan aveva compiuto, fece spallette. «Nessuno lo sa! Tutti sono a conoscenza che ha ucciso il figlio e tanti altri bambini, ma come, quando, dove e perché nessuno lo sa. Gli atti sono secretati a causa della sua crudeltà!». «Sai Giacomo… ho avuto modo di conoscere Dabby Dan…» dissi, «…ma proprio non sono riuscito a trovare niente del profilo fatto dallo psichiatra che tu hai intervistato!». Giacomo fece un sorriso amaro! «Gustavo!» disse con tono dispiaciuto, «…eravamo tutti presi dalla paura e dai fatti che molte cose non le abbiamo viste, o non le abbiamo volute vedere. Ma con il senno di poi, a distanza di tempo, posso dire che la mia opinione è che lo psichiatra il dottor Battilemani…» si fermò un attimo, fece un sospiro e poi continuò, «…credo che lo psichiatra non abbia mai incontrato Dabby Dan!». «E come a fatto la diagnosi?» trasalii. «Semplice, o gliel’hanno suggerita, o se l’è inventata!». Restai in silenzio per qualche secondo. Poi gli chiesi se riteneva che Dabby Dan fosse colpevole. Giacomo mi guardò serio e poi disse risoluto: «O è innocente, o se proprio ha commesso un omicidio è solo quello del figlio, ma per errore o perché incapace di intendere e di volere, ma il mostro che hanno creato… quello proprio no!». «Ma come si può condannare un innocente e costruire una simile storia su di lui?» chiesi sconvolto. Ma Giacomo alzò le spalle. «Non lo so. Ma…» fece un’altra pausa, si morse le labbra. «Forse non dovrei dirtelo, o forse è meglio che ti metta in guardia. Ad un certo punto anche a me venne il dubbio ed incomincia a fare ricerche, ma quando la cosa si venne a sapere il direttore del mio giornale mi ordinò di lasciar perdere o mi avrebbe licenziato, inoltre, negli stessi giorni mia moglie fu sospesa dal lavoro a tempo indeterminato con l’accusa di aver rubato dei soldi, cosa assolutamente non vera. Una sera squillò il telefono e una voce disse che se io avessi smesso di indagare l’accusa a mia moglie sarebbe stata archiviata. E così fu! Ma è lì, nella scrivania del datore di lavoro di mia moglie, pronta a ripartire in qualunque momento!». «Questo dimostra che per montare una simile storia dietro ci devono essere persone potenti… e disoneste!». «Uno dei giornalisti che ha contribuito a rendere Dabby Dan un mostro è stato Roberto Di Miola, un giornalista disposto a tutto per la carriera e le opinioni politiche! Un viscido… lui probabilmente sa molto… ma non ti direbbe niente! Il suo giornale “Il Giornalaccio” è stato quello che ha creato il mostro!». Ringraziai Giacomo e gli strinsi forte la mano per l’aiuto che mia aveva dato. Gli avevo già dato le spalle quando mi ricordai improvvisamente di una cosa. «Per caso sai che cosa è il Caso 2514?» Giacomo mi guardò con aria interrogativa. «È l’ultima cosa che mi ha detto Dabby Dan quando l’ho incontrato!» dissi. «Mai sentito di questa cosa!» disse ignaro.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

In carcere

Capitolo 33 – In carcere Il mio direttore, non so come, riuscì a farmi avere l’esclusiva di un’intervista a Dabby Dan. Fu così che feci la conoscenza del mostro, il divoratore di bambini, o almeno così pensavo. Lo tenevano prigioniero dall’altra parte della città nell’attesa di trasferirlo nel carcere sotterraneo di massima sicurezza a 40 km sottoterra. Il carcere cittadino era una sorta di caserma militare circondata da un muro sulla cui cima c'era del filo spinato lungo tutto il perimetro. Il portone di ingresso era presieduto da una decina di soldati. Mi perquisirono, mi tolsero il registratore e a nulla valsero le mie proteste sul fatto che era il mio lavoro registrare. Mi concessero quindici minuti, non un secondo di più. Il piazzale intorno all’edificio era una piana desolata e maltenuta. C’erano soldati ovunque. Una volta entrati mi accompagnarono fino ad una stanza con fuori soldati armati fino ai denti e con un cappuccio nero sulla testa che copriva anche il viso: erano le teste di cuoio, soldati super addestrati alle missioni più difficili. Mi fecero entrare. Dabby Dan era seduto su una sedia, mi voltava le spalle. Indossava una camicia di forza che a sua volta era legata alla sedia e ogni gamba della sedia aveva una fascia che andava a bloccarsi vicino a quattro ganci ai quattro lati della parete. Non avevo mai visto un tale sistema per fermare una persona. Dovetti scavalcare due fasce per giungere davanti a lui. Appena vidi il suo volto fui scosso da un brivido, non per paura, ma per tristezza, sembrava un gattino ferito. Aveva la gamba fasciata dove lo avevano sparato. Lo sguardo perso nel vuoto. Nemmeno mi guardò quando mi posizionai di fronte a lui. Aveva una benda per chiudergli la bocca, ma si era allentata ed era caduta sul mento. Lo salutai ma non rispose. Chiamai il suo nome, ma nemmeno si girò a guardarmi. La sua espressione contrastava con il mostro che aveva ucciso tanti bambini. Come poteva una persona con quel viso e con quell’espressione aver commesso tali nefandezze? Era grassottello, con il viso tondeggiante, capelli folti e schizzati che sovrastavano la testa come una criniera, alto poco più di un ragazzino. Il tutto gli conferiva un non so che di divertente, che contrastava completamente con l’espressione di malinconia stampata sul viso. Avevo poco tempo ed erano già trascorsi forse cinque minuti senza che fosse successo niente. Ebbi un moto di rabbia e avrei voluto prenderlo a schiaffi per tutti quei bambini che aveva ucciso. Così decisi di provare a trovare una briciola di sentimento in lui. «Lo sai che Camillo è un bravo ragazzo? Anche Pamela!» Si girò a guardarmi, sembrava continuasse a pensare ad altro, ma mi guardava. «Oh amici miei, mi vengono a trovare!» disse, e per la prima volta comparve un sorriso sul suo viso, non era un ghigno, era un sorriso tenero. «Io, quando esco li vado a trovare!». «Dabby Dan… tu non uscirai mai più dal carcere!». Si intristì di nuovo. «Io, niente ho mai fatto!». «Dabby Dan… tu hai ucciso tanti bambini, come puoi dire che non hai mai fatto niente?». Mi guardò senza capire. Non so come mi venne, forse in me incominciò a farsi strada l’idea che in lui qualcosa non funzionasse. «Hai fatto la bua a tanti bambini!» «La bua, qualcosa che non si fa!» «Pamela, Betta e Camillo tu li volevi uccidere, vero? Hai fatto scomparire molti bambini!». «Nascondino, è il gioco di scomparire per nascondersi!». Persi completamente la pazienza, lo afferrai per la camicia di forza e lo scossi arrabbiandomi senza urlare per non dare nell’occhio ai soldati. «Pezzo di mascalzone sei sono un lurido assassino!». Ma fu un errore perché si chiuse di nuovo a riccio, riprese a guardare il vuoto con lo sguardo spaventato. Mi ripresi e gli chiesi scusa. Ma restò immobile a fissare il vuoto. Riprovai a dire il nome dei ragazzi sperando che producesse lo stesso effetto di prima. Ma non un battito di ciglio modificò la sua espressione spaventata di uccellino ferito. Ero stato un vero imbecille. Poi la porta si aprì e mi ordinarono perentorio di uscire. Mi alzai amareggiato e mi diressi verso la porta. «Se non sei un mostro, chi ha fatto sparire tutti quei bambini?» chiesi sarcastico. «Caso 2514, bisogna chiedere a lui!» disse laconico. Non potei domandargli cosa intendesse, il soldato mi prese il braccio e mi spinse fuori con forza senza troppi convenevoli. Caso 2514, che cosa voleva dire? Quella sera tornai a casa con una strana sensazione di tristezza. Ma chi era Dabby Dan? Come poteva essere un mostro e allo stesso tempo fingere così bene? Forse era uno psicopatico che non si rendeva conto di quello che faceva? Certo è che un ritardo mentale lo aveva, se pur lieve, ma un mostro proprio non sembrava. Così andai su internet ed incominciai a navigare, digitai Dabby Dan: più di un milione di siti internet. Dovetti mettere dei filtri e inserire date di ricerca risalenti a cinque anni prima, quando fu arrestato. Navigai fino a notte inoltrata, ma non riuscii a trovare notizie reali. La maggior parte dei siti riportavano copia-incolla di altri siti principali, perlopiù quotidiani. Nessuno parlava di Dabby Dan e della sua storia. Nessuno diceva dove era nato, chi era, cosa faceva, solo che aveva ucciso il figlio ed un’infinità di bambini. Riportavano i nomi delle povere vittime, la loro storia e i commenti dei genitori che invocavano la pena di morte. Poi il profilo del mostro, completamente falso, sembrava la descrizione del Tirannosauro Rex: Bava alla bocca, denti canini come Dracula, occhi spiritati iniettati di sangue, mani rugose con unghie come artigli, irsutismo sulla maggior parte del corpo. Trovai però un trafiletto di un giornale locale che aveva pubblicato un’intervista rilasciata dallo psichiatra che aveva redatto il profilo psicologico della perizia del Pubblico Ministero. La cosa mi lasciò esterrefatto: “Mente fortemente disturbata. Cinico, di una spietatezza impassibile. Gode nel fare del male. Ride e si eccita nel vedere la vittima soffrire. Più la vittima piange, più lui prova piacere. È sadico, perverso, ambiguo. Finge di avere un ritardo per suscitare pietà, ma è una mente lucida e folle allo stesso tempo, più crudele di Hitler e Gengis Kahn, più pericoloso della peste, del colera, del vaiolo e di ebola. Se non fermato potrebbe rivelarsi la più grande piaga che il mondo abbia mai conosciuto! Dabby Dan? Quel Dabby Dan con cui avevo parlato lo stesso giorno? La mia testa stava fumando, ma davvero quel piccolo uomo, alto poco più di un papavero, corrispondeva alla descrizione appena letta? Mi addormentai e feci sogni confusi (ndr tranquillizziamo subito il lettore: in questo libro non si consumano inutili pagine per raccontare un sogno come nella maggior parte dei libri, così come non ci sarà nessun inseguimento di automobili come nei film americani!). Mi svegliai in tarda mattinata che avevo un forte mal di testa. Telefonai al direttore e gli chiesi il permesso di assentarmi per qualche giorno per fare indagini più approfondite sul mostro e, naturalmente, lui ne fu entusiasta. Così, partii alla volta della città di Dabby Dan, dove fu arrestato e dove si tenne il processo.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

Il padre e la suora

Capitolo 32 – Il padre e la suora Se ne andò nella Hall, era offeso, lui aveva difeso lei e Betta e per ringraziarlo Pamela lo accusava di essere stato scortese con la nonna. Voleva andarsi a sedere ai tavolini della hall ma notò una figura conosciuta che si intratteneva con la nonna di Pamela: suo padre. Nel suo caso non aveva dubbi, era lì per i soldi, per giocarseli a carte. Decise di dirlo a Pamela ma fu fermato da me che giungevo in quel momento, gli andai incontro e lo abbracciai affettuosamente. «Allora contenti? L’incubo è finito! Dabby Dan è stato catturato. Lo stanno interrogando, ma non parla, è un duro. Ma che c’è? Ti vedo pensieroso!» chiesi. «Gustavo che cosa vuol dire la questione dei soldi? Sono arrivati di colpo la nonna di Pamela e mio padre. Non si sono mai interessati a noi e ora di colpo arrivano qui!». «Pensi lo facciano per i soldi? Ma dai, sono comunque i vostri parenti, non possono non amarvi!». «Gustavo… mio padre spenderà tutti i soldi al gioco e… e a donne, come ha sempre fatto! La nonna di Pamela l’ha abbandonata all’istituto anni fa e non le ha fatto più visita, nemmeno una telefonata, ora è venuta, dà ordini, urla, minaccia, ha tirato i capelli a Betta facendola piangere, e ora mi dici che le vuole bene?» «Mhm… non lo so, ma certo è che quando si tratta di soldi le persone cacciano il peggio di sé!» «Oltretutto li ho visti anche confabulare!» «Chi?» «Mio padre e la nonna di Pamela!». Poggiai la sua mano sulla spalla di Camillo per tranquillizzarlo, poi gli dissi che mi sarei informato. Il ragazzo decise di non farsi vedere dal padre, aggirò la hall per tornare nella stanza, ma sulle scale vide Betta che correva come una furia, aveva appena incontrato suor Cetaceo che, stranamente, ma forse non troppo, l’aveva chiamata tesoro ed era stata gentilissima, ma Betta aveva avuto paura ed era scappata. Il quadro era completo. Camillo le disse di seguirlo nella sua stanza. Si rintanarono lì pensando a cosa fare. «Camillo non possiamo scappare via?» «Sarebbe la cosa più bella del mondo… ma credo che Pamela non voglia… credo voglia andare insieme alla nonna!» disse il ragazzo con voce che trapelava tristezza. Pamela restò ancora sotto la veranda a meditare, ma era troppo scossa ed agitata per mettere in ordine i propri pensieri. Decise di fare una passeggiata ma si arrestò vedendo qualcosa che la fece rabbrividire: sua nonna che confabulava con suor Cetaceo ed un altro signore. La ragazzina fu tentata di scappare, ma un dubbio si insinuò dentro di lei. Prese coraggio e si avvicinò di soppiatto nascondendosi dietro una pianta. «Senta suora! La smetta con questa farsa! A lei non interessa niente della bambina! Lei vuole i soldi come noi!». Era la voce della nonna. «Ma io ci tengo al loro benessere!» si ostinava suor Cetaceo. «La faccia finita! Le voci che al suo istituto le bambine siano maltrattate giungono fino al polo nord. E il reportage di quel giornalista non le giova. Si accontenti della piccolina e non intralci i nostri affari! Pamela viene con me, insieme ai suoi soldi» urlò la nonna! L’uomo continuava a stare in silenzio. Aveva i capelli sporchi e unti di grasso. Robusto e alto, indossava jeans sgualciti e scuciti ed un cappotto loden vecchio e logoro. Guardava le due donne alternativamente. Poi d’un tratto si alzò di scatto. «Senta suora… mi hai rotto. Prenditi la bambina piccola e taci o ti torco il collo!» disse con fare così minaccioso che Pamela in un attimo provò pena per Camillo pensando a tutto quello che aveva subito nella sua vita accanto a quel farabutto, ma insieme alla paura e il ribrezzo per il comportamento di quell’uomo provò un leggero piacere nel vedere l’espressione sconfitta e spaventata di quella canaglia di suor Cetaceo; di solito, era lei a far tremare gli altri. «Ok… si prenda i soldi, ma poi sua nipote ritorna al Prosperitano non posso rinunciare alla retta che ci passa il comune! Come farei con quelle povere bambine altrimenti?» disse con tono di finta tristezza. Ma i due manco la stavano a sentire. «Dobbiamo prendere i soldi quanto prima!» disse l’uomo rivolto alla nonna di Pamela. «Una volta presi i soldi può prendersi la smorfiosetta!» disse la nonna con astio rivolgendosi alla suora. «Visto che ci tiene tanto ai ragazzi…» fece il padre di Camillo, «…perché non si prende pure il mio ragazzo?» «È maschio… la nostra è una casa famiglia femminile!» «E allora lo faccio vestire da donna!» disse ridendo come un animale. «Conosco un istituto di preti, adatto alle esigenze di quel piccolo criminale!» disse la suora ancora inviperita per come era stata trattata da Camillo. Pamela aspettò che si fossero allontanati, poi con corse a perdifiato su per le scale e giunse fino alla stanza di Camillo sperando di trovarlo. Aprì senza nemmeno bussare. Camillo stava sdraiato sul letto a guardare il soffitto, Betta guardava fuori dalla finestra. Sobbalzarono all’entrata rumorosa di Pamela. «Presto!» urlò Pamela, «Dobbiamo andare via di qui!». Betta scatto come un militare sugli attenti e stava già per uscire. Camillo, evidentemente ancora umiliato, restò immobile. «Dabby Dan l’hanno arrestato, per cosa dovremmo scappare?» chiese sarcastico. «Avevi ragione, mi dispiace! Si sono messi d’accordo, mia nonna, suor Cetaceo e… tuo padre, c’è anche lui!». «L’ho visto… e di cosa si sarebbero messi d’accordo?» chiese Camillo continuando a restare immobile. Era contento delle scuse di Pamela, ma voleva mantenere ancora il punto. «Stanno vendendo a prenderci, vogliono portarci con loro per ritirare i soldi. Mia nonna i miei, tuo padre i tuoi e suor Cetaceo quelli di Betta. Poi ognuno per la sua strada… ma senza di noi. Mia nonna ha preso accordi con la suora per farmi tornare al Prosperitano dopo che ha preso i soldi. Tuo padre…!» non ebbe il coraggio di continuare. «Mio padre?» chiese Camillo incuriosito «Tuo padre ha chiesto alla suora di trovarle un istituto per te… la suora ha detto che ne conosce uno… molto rigido!» evitò di dirgli la pessima battuta sul farlo vestire da donna. Camillo sorrise. «Sì, mi ci mandassero all'istituto rigido, che lo ammollisco io!». «Sono così angosciata, questo mondo è davvero brutto! Nessuno ci vuole bene!» disse Pamela. «Dabby Dan ce ne voleva!» disse Camillo all’improvviso. «Il mostro? Ma sei impazzito?» rispose Pamela. Betta spalancò gli occhi dallo spavento. «Mostro? Che cosa ha fatto per essere un mostro?» «Camillo ha ucciso un migliaio di bambini!» «E perché noi no? Pensaci, abbiamo dormito con lui molte notti, ma non ci ha mai torto un capello. Avrebbe potuto ucciderci in ogni momento, invece si è sempre preso cura di noi, perché?» «Forse voleva farci ingrassare per essere più appetitosi!» disse Pamela. «Se… va be’… la strega di Hansel e Gretel!» Betta si mise a ridere e convenne che la storia di Pamela non reggeva. In fondo anche Pamela nutriva dubbi sulla sua colpevolezza. «Di sicuro mi piaceva stare più con lui che con mia nonna o suor Cetaceo». Camillo si morse le labbra dalla rabbia, si avvicinò alla finestra e guardò fuori, una pioggerella batteva sul prato che circondava l'hotel.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

La nonna

Capitolo 31 – La nonna Pamela continuava a non capire e quando restarono soli chiese spiegazioni a Camillo. Il ragazzo le spiegò che i soldati non avevano capito che loro erano amici di Dabby Dan, ma anzi, pensavano che fossero stati loro a consegnare il mostro ai soldati. Gustavo poi ci aveva costruito una storia inventata ad hoc per fare un articolo. Pamela restò in silenzio. «Camillo come abbiamo fatto a dormire con il mostro e non accorgercene?». «Era molto bravo a fingere! Sembrava una brava persona!» rispose Betta al posto di Camillo che non fece altro che annuire. I soldati disposero che i ragazzi fossero accompagnati nel miglior Hotel della città. Intanto le strade si stavano ripopolando, molti avevano ripreso le loro attività, altri invece non si erano ancora ripresi dallo spavento e si muovevano ancora guardinghi. Nel frattempo aveva ricominciato a piovere. Il cielo era nero. I soldati avevano fatto in modo di fargli recapitare borse piene di vestiti nuovi. Dopo essersi lavati, vestiti, si incontrarono nella hall dell’hotel, poi si andarono a sedere fuori, sotto una veranda. Faceva freddo, presero una cioccolata calda e restarono per un po’ a guardare la pioggia che scendeva copiosa. Nessuno aveva voglia di parlare. Erano tristi e malinconici e allo stesso tempo ansiosi. Cosa sarebbe stato di loro adesso? Pamela e Betta avevano paura di ritornare al Prosperitano. Camillo non voleva lasciare le ragazze. Mentre erano sedute lì ad un tratto sentirono una voce femminile al quanto fastidiosa. «Pamela… tesoruccio!» Pamela saltò sulla sedia pensando fosse suor Cetaceo. Ma non era lei, era una signora anziana. Quando si avvicinò le sorrise con freddezza. «Pameluccia, nipotina mia, cosa ti è successo? Piccola della nonna!». Pamela sgranò gli occhi. «Nonna?» domandò. Non si ricordava di lei o almeno il ricordo che aveva non corrispondeva alla donna che aveva davanti. Una signora elegante, piena di gioielli. Si muoveva e si esprimeva in modo elegante ma severo e altezzoso. «Piccola mia, sono tua nonna, la tua adorata nonna, che cosa ti ha fatto quel mostro di suor Cetaceo? Ma non ti ha dato tutte le lettere che ti scrivevo? Non ti ha detto che non potevo venire perché ero tanto malata? Ma ora sto bene e ti porto subito via con me. Va’ prendi le tue cose e partiamo subito. Dai sbrigati che non ho tempo. E poi dobbiamo sbrigare la faccenda della ricompensa!» «Ma nonna… i miei amici…!» «Ma che sciocchezze, gli amici ti voltano le spalle non appena ti giri. Sono le nonne che non ti abbandonano mai!». «Ma Gustavo? Non è ancora tornato…» Pamela cercava di prendere tempo. Era disorientata, non voleva abbandonare gli amici, almeno non così subito. Da un lato era contenta di non tornare al Prosperitano, ma dall’altra quella donna per lei era una perfetta sconosciuta. «E Betta? Lei è una sorella per me, voglio che venga a stare con me!» chiese prendendo la mano alla sorellina. La donna perse totalmente la pazienza. «Ora basta, mica faccio la baby-sitter! Mi hai stufata. Vuoi che me ne vada? Ma sappi che tornerai dalla tua cara suora, e sarà peggio, perché saprà che hai raccontato al mondo intero come ti ha trattata… la tua vita sarà un inferno. Alza i tacchi e muoviti!». Camillo e Betta erano rimasti in silenzio, pietrificati. Betta incominciò a piangere a singhiozzo. La donna, la nonna di Pamela, le mise una mano sul viso come per accarezzarla. «Non piangere piccola! Così è la vita. Si nasce, si muore. Sii forte, ti gioverà questa sofferenza, da grande sarai più forte. Sei troppo fragile, è un bene per te stare al Prosperitano!» poi la mano scivolò su per il viso e le afferrò i capelli e incominciò a tirare forte, sempre più forte! «Non piangere, ti ho detto non piangere non voglio sentirti!» diceva mentre tirava sempre più. Betta smise di singhiozzare e pianse in silenzio. Camillo sobbalzò dalla sedia e la spinse via con forza che la donna quasi cadeva. «LA LASCI STAREEEE!» urlò con quanto fiato aveva in gola. Poi, in preda alla rabbia continuò ad urlare fino a far accorrere i soldati. «Lei ha abbandonato sua nipote in un orfanotrofio tanti anni fa senza farsi mai sentire, senza andare mai a trovarla, e ora di punto in bianco torna, dà ordini, ci prende a botte!» continuava ad urlare Camillo. La donna stava per avere una reazione violenta, ma si morse la lingua per restare calma davanti ai soldati. «Mi ha tirato i capelli senza motivo!» rispose Betta ricominciando a piangere. «No… sono stata fraintesa… ma quando mai, io l’ho accarezzata!». «Signora se ne vada, chi l’ha fatta entrare?» «Ma io sono la…». «SE NE VADA!» urlò il soldato senza lasciarla continuare. La donna si allontanò imprecando! «Vi farò vedere io, me la pagherete uno per uno!» disse con gli occhi iniettati di sangue. Pamela era confusa, era in catalessi. «Come stai?» le chiese Camillo. «Non lo so… è mia nonna, sai per quanti anni l’ho aspettata? Sai quante notti ho trascorso a piangere? A sognare che da un momento all’altro venisse al Prosperitano e mi portasse via di là? E ora perché non mi ha provocato felicità rivederla?» «Pamela… lei è qui per i soldi!» «Sì Camillo… ma è sempre mia nonna e io le voglio bene… almeno penso di avergliene voluto! Forse non era il caso di urlare con lei!» replicò Pamela con astio. «Pamela… pensi che con lei saresti più felice?» chiese Betta. «Non lo so, di certo non sarò felice al Prosperitano! Non lo so davvero che cosa sarà di me, sicuro non finirò bene!» urlò Pamela sempre più nervosa. «Beh… almeno tu hai la possibilità di scegliere, io no! Dovrò tornare al Prosperitano!» disse Betta che si alzò e andò via. Pamela si pentì di aver alzato la voce, e voltò la testa per chiamarla ma Betta era già lontana. Quando rigirò la testa si accorse che anche Camillo se ne stava andando. «Hey… mi lasciate sola?» chiese la ragazza con tono di rimprovero, ma Camillo non la sentì, o fece finta di non sentirla.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

Dabby Dan, il mostro

Capitolo 30 – Dabby Dan, il mostro Il piano era quanto più semplice si potesse immaginare. Betta e Pamela si appollaiarono dietro un edificio giallo, era l’ufficio postale, distante duecento passi dalla scuola e cento dalla postazione dove tenevano i prigionieri, da quell’edificio c’era un viottolo stretto di una decina di passi che si immetteva su una via più grande che costeggiava il retro degli edifici, compresa la scuola. L’edificio postale era uno di quelli rimasti aperti a causa della fuga improvvisa dei dipendenti. Avevo registrato la mia voce facendo il verso di un mostro. Al momento convenuto Pamela e Betta incominciarono ad urlare a squarciagola: “Aiuto, aiuto, il mostro! Aiuto ci mangia… Noooo ti prego Dabby Dan… non ci mangiare. Aaaahhhhhhhhhhhh!”. Tutti i soldati si allarmarono e corsero in direzione dell’edificio con i mitra spianati. Dopo pochi secondi giunse sul posto l’uomo con il blasone d’oro, non era andato via come aveva pensato Camillo. Diede ordine a tutti i soldati di seguirlo. Insieme a lui c’erano tre soldati con una stella d’oro. Lasciarono un solo soldato con la stella rossa di guardia alla porta d’entrata dell’edificio dove erano tenuti i prigionieri. Camillo ed io sgattaiolammo immediatamente fuori dalla scuola elementare verso l’edificio dove tenevano i prigionieri. Lo aggirammo e giungemmo dietro al soldato con la stella rossa intento a guardare spaventato verso l'edificio giallo. Entrammo senza che si accorgesse di noi, poi all'interno aprimmo una finestra che dava sul lato da cui sarebbero giunte le ragazze, così che sarebbero potute entrare nell'edificio senza farsi vedere. Pamela e Betta nel frattempo corsero via a perdifiato dall’edificio Giallo, non prima di aver azionato il lettore Mp3 collegato all’amplificatore. Improvvisamente dall’edificio incominciarono a venir fuori delle voci raccapriccianti: “Vi mangioooo! Vi uccidoooo! Vi sbranoooo! Nessuno può fermare Dabby Dan!”. I soldati circondarono l’edificio assumendo quelle posizioni che si assumono in battaglia: chi sdraiato in terra con il fucile puntato, chi in ginocchio con il mitra, chi dietro i muri per non farsi vedere. Sembrava un film di guerra. Uno dei soldati con la stella d’oro ordinò ad alcuni con la stella rossa di entrare nell’edificio, ma la voce dall’amplificatore continuò: “Fermi soldati, non entrate, i vostri proiettili non servono contro di me, io sono imbattibile, io sono Dabby Dan!”. I soldati si fermarono impietriti. Il soldato con il blasone d’oro ordinò di aspettare. Pamela e Betta corsero come delle furie, aggirarono la scuola elementare e si diressero verso l’edificio rosa, trovarono la finestra aperta ed entrarono. Il soldato di guardia sembrava imbalsamato dalla paura. Le aspettammo poi io incomincia a riprendere con la videocamera, Camillo invece apriva le porte delle stanze. Erano aperte, i prigionieri non erano nemmeno chiusi a chiave. Evidentemente i soldati pensavano bastasse la loro presenza per evitare fughe. In una delle stanze c’era Lupin. «Hey amico! E tu che ci fai qui? Hanno arrestato pure a te?» chiese. Camillo stava per chiudere la porta, ma poi ci ripensò. «Scappa… vattene ora che i soldati non ci sono! Scappa dal retro!». Lupin non se lo fece ripetere due volte. «Grazie amico, a buon rendere!». «Vai prima che ci ripenso, e fai silenzio!». Intanto incominciarono ad aprirsi le porte delle stanze. Si affacciavano i prigionieri. Chiedevano se erano liberi e potessero uscire. Camillo disse a tutti di scappare in silenzio. Ma era impossibile. Richiamai Camillo per rimproverarlo. «Ma che fai? Così attiri l’attenzione! Libera il vostro amico e andiamo!». Ma ormai erano tutti in fuga, tutti tranne il custode che non si vedeva. Pamela corse in aiuto di Camillo insieme a Betta. Si sentirono passi militari e vocii. I soldati stavano tornando. «Stanno tornando i soldati. Dobbiamo scappare!» urlai in preda al panico. I ragazzi incominciarono ad aprire tutte le porte dicendo di scappare. Trovarono finalmente il custode e Pamela riuscì ad urlargli di scappare. Ma fu travolta dalla calca. Nel frattempo arrivarono i soldati così non trovammo altra via di fuga che salire per le scale e sci ritrovammo sul grande terrazzo, ma io Camillo e Betta eravamo sul lato opposto di Pamela. In un attimo Pamela si ritrovò di fronte all’uomo nero. Restò pietrificata. Erano vicino al ciglio del terrazzo. Poi si accorse che anche il custode era a pochi passi da lei. «Pamela scappa, Dabby Dan è pericoloso!» urlai. Pamela cercava il momento giusto per scappare. Non sapeva se andare dal custode o venire verso di me. «Vai Pamela, scappa di lì! È pericoloso!» urlava Camillo. Nel frattempo giunsero i soldati. «Che succede qui!» urlò il soldato con il blasone d’oro. Fu quello il momento in cui Pamela fece uno scatto felino e si nascose dietro il custode. I miei occhi uscirono dalle orbite! «Ma che fai Pamela? Sei pazza? Vattene via, Dabby Dan è pericoloso!» urlai. Camillo mi guardò in tralice. «Ma che dici? Quello è il custode del Luna Park, Dabby Dan è quello vestito di nero!». «Ma sei impazzito?» urlai, «Quello vestito di nero non so chi sia, ma l’altro sì: è Dabby Dan!». Camillo spalancò gli occhi, incominciò a tremare. Poi tutto si svolse in un attimo. Il soldato con il blasone d’oro urlò indicando il custode. «È lui! È Dabby Dan, puntate i fucili!». Pamela non capiva. Guardava tutti frastornata. Poi sentì la voce di Betta che urlava a più non posso: «Pamela scappa, il custode del Luna Park è Dabby Dan!» Pamela sbiancò e guardò Camillo. Sul viso del ragazzo c’era stampata un’espressione di morte, poi il ragazzo annuì. Pamela venne meno nelle gambe e svenne. Cadde all’indietro verso il ciglio e stava per precipitare. Dabby Dan, colui che credevano fosse il custode, l’afferrò per un piede. Il soldato con il blasone d’oro alzò il braccio per dire di fare fuoco. Ma Camillo si gettò di slancio tra i soldati che puntavano i fucili e Dabby Dan. «Non sparate è la mia ragazza, non sparate!». Dabby Dan tirò su Pamela, l’appoggiò per terra e le accarezzò il viso. «Non ucciderla ti prego, non ucciderla, lei è sempre stata buona con te!» urlò Camillo piangendo. «Lei è mia amica, non si deve spararla!» disse Dabby Dan rivolto ai soldati. Poi si alzò e andò verso l’uomo vestito di nero. I soldati spararono e lo colpirono alle gambe. Ci gettammo tutti per terra. «Catturatelo!» ordinò il soldato con il blasone d’oro. In un attimo Dabby Dan fu preso, picchiato, poi fu legato e imbavagliato. Dai suoi occhi spaventati uscivano lacrime. Avevo filmato tutto. Quando Pamela si risvegliò si trovavano al quartier generale dei soldati. Tutti i soldati facevano i complimenti a Camillo e Betta e guardavano Pamela con ammirazione. Camillo e Betta corsero da lei. «Ditemi che era un brutto sogno! Ditemi che non abbiamo trascorso tutti quei giorni insieme a Dabby Dan!». Camillo e Betta restarono in silenzio, e lei incominciò a piangere. Uno dei soldati accese il televisore e disse di guardarlo perché parlava di loro. “Cinquecentomila Euro, è questa la ricompensa che spetta ai ragazzi che hanno fatto arrestare il mostro. Dabby Dan è di nuovo al sicuro, grazie al loro coraggio, alla loro determinazione! Camillo B., Pamela S. e Betta D. hanno aiutato i soldati ad arrestare il mostro. Il mondo gli è grato, grazie a loro, al loro coraggio, ora possiamo ritornare a vivere, ritornare alla tranquillità di tutti i giorni, possiamo ritornare per le strade, l’incubo è finito! Era la mia voce quella al telegiornale, il mio principale mi diede una pacca sulla spalla, aveva gli occhi pieni di lacrime dall’emozione, mi disse che domani stesso mi avrebbe fatto firmare il contratto a tempo indeterminato e mi diede carta bianca. La mia rete televisiva aveva lo scoop. Era l’unica televisione ad avere la notizia dal vivo, in diretta.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by