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Posts by Claudio Cutolo

Avvocato Carlotta

Capitolo 36 – Avvocato Carlotta Quando uscii c’era un cielo nero, non pioveva ma sembrava notte e non era ancora ora di pranzo. Avevo fame, ma prima telefonai all’avvocato Carlotta Orfìo la quale fu gentile fino a quando non feci il nome di Dabby Dan e dissi che volevo incontrarla, di colpo diventò sfuggente e piena di impegni e mi licenziò dicendo che non poteva incontrarmi. Ma io non potevo arrendermi, non potevo perdere anche una sola possibilità di scoprire la verità, lo dovevo a Dabby Dan, a Michelino, alla signora Savini, a Camillo, Pamela e Betta, a Giacomo, a me stesso, e soprattutto lo dovevo a quello che dovrebbe essere il primo principio di un giornalista: la verità, a qualunque costo. Cercai la sua foto su internet e mi recai all’indirizzo del suo ufficio. Aspettai qualche ora seduto ad un bar, poi la vidi uscire e la seguii. Entrò in un negozio di musica. Entrai e mentre stava guardando un vecchio CD dei The Connells. «È molto bello, la canzone “Uninspired” è eccezionale, anche se loro sono conosciuti soprattutto per ’74-’75, davvero un grande gruppo!». Alzò gli occhi e mi guardò incuriosita. Due occhi color nocciola che sprizzavano dolcezza e gentilezza. Il mio primo pensiero, dopo quello di quanto fosse bella naturalmente, fu come avevano potuto, due occhi così belli e gentili, abbandonare Dabby Dan. L’avvocato fece un sorriso. «A dire il vero non li conosco, è davvero un bel gruppo? Devo fare un regalo ad un ragazzino!». «Certo che no, è un gruppo per persone di una certa età. Un ragazzino glielo getterebbe dietro! Ad un ragazzino o regala Rap o Hip Hop». «Ah… meno male, allora è stata una fortuna il suo incontro, altrimenti avrei fatto davvero una pessima figura!». «Forse, ma devo essere sincero, non è stato fortuito. L’ho seguita!». L’avvocato s’irrigidì e volse lo sguardo intorno per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi in caso avesse dovuto chiedere aiuto. «No, no, non sono un maniaco!». «Mi sta per caso corteggiando?» mi chiese sgranando gli occhi e arrossendo lievemente. «No, no, certo che no, ma non perché lei non meriti, no è che sono qui per una vecchia storia!». Sospirò, abbassò la testa e poi la rialzò e mordendosi le labbra disse: «Dabby Dan!» Annuii e lei voltò la testa di lato, come per prendere una decisione. Poi mi guardò con aria rassegnata, gli occhi le si riempirono di lacrime. «Per caso lei ha suo notizie? Sa come sta?» Andammo ad una caffetteria, ci sedemmo. Così parlò senza sosta, fu più uno sfogo che un’intervista. Credo che riuscì ad elaborare quello che per molti anni aveva tenuto dentro. «Dabby Dan non ha mai ucciso nemmeno un ragnetto. Anzi, se vedeva un ragno lo prendeva sul palmo della mano e lo portava in giardino! Dabbeo è solo una persona affetta da un lieve ritardo mentale. Non so esattamente quali fossero i loro piani. Ma fatto sta che Michelino inizialmente fu rinchiuso in una casa famiglia, ma era un lager più che una casa famiglia, il proprietario era un faccendiere, un laureato in lettere che si faceva chiamare dott. Nino Peretella. Venni a sapere che c’era un facoltoso politico, Mattia Ranzinelli, che voleva adottare Michelino. La moglie non poteva avere figli. So che fecero di tutto per, mi scusi il termine, accaparrarsi Michelino. Il bambino oltre ad essere biondo e bellissimo, somigliava stranamente alla moglie del politico. Ragion per cui avrebbero potuto dire che era veramente figlio loro dopo averlo adottato. A quel punto so che sono intervenuti molti altri attori: il giudice Nello Somaro, l’assistente sociale Mariantonietta Bucci, lo psichiatra dott. Battilemani, e infine il giornalista del Giornalaccio Roberto di Miola. Si era formata una sorta di associazione a delinquere. Tutti disposti a tutto pur di riuscire a far adottare Michelino da Mattia Ranzinelli, ricco e potente. Ma poi Michelino scomparve. Incominciai ad indagare proprio su Mattia Ranzinelli… ma un giorno…» fu scossa da un brivido di paura «Si presentarono due uomini vestiti da poliziotti a scuola della mia nipotina, dicendo che era successo un incidente a sua madre, cioè mia sorella. La prelevarono e poi mi telefonarono dicendo che quello era solo un avvertimento, se non avessi abbandonato il caso e le ricerche la prossima volta non avrei più rivisto mia nipote!». «Cavolo… ma quindi il bambino è finito nelle mani del politico e hanno detto che era morto?» chiesi. «No, Mattia Ranzinelli e la moglie dopo alcuni mesi hanno adottato una bambina!» Non riuscivo a credere alle mie orecchie, Dabby Dan era innocente, e io lo avevo trattato come una animale. Poi come di rito, chiesi anche all’avvocato Carlotta Orfìo se sapesse qualcosa del Caso 2514, ma come tutti nemmeno lei sapeva cosa volesse dire. Il mio umore era a terra. Come si poteva costruire una tale storia ai danni di un innocente, per altro con problemi di handicap? E che fine aveva fatto Michelino? Era stato ucciso davvero? E se sì chi lo aveva ucciso?   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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La mamma di Dabby Dan

Capitolo 35 – La mamma di Dabby Dan Scesi in strada, pioveva e faceva freddo, mi strinsi nel cappotto ed aprì l’ombrello. Ero turbato, i pensieri mi giravano nella testa come trottole che si scontravano tra di loro e venivano scaraventate ai margini della testa dove rimbalzavano e ritornavano a rigirare per poi riscontrarsi. Le scarpe scalpicciavano nelle pozzanghere, la pioggia era diventata acquerugiola, guardai il cielo e decisi che a qualunque costo avrei scoperto la verità e per farlo sarei andato fino in fondo a questa storia, e l’avrei fatto incominciando dalle origini: trovare la mamma di Dabby Dan. Pensavo sarebbe stata una ricerca difficile, ma invece fu più facile del previsto, su internet trovai il suo cognome, signora Savini. Sull’elenco telefonico c’erano solo tre Savini, due erano uomini. Era tardi e andai a dormire. La mattina appena sveglio presi il telefonino e chiamai la donna, Gaia Savini. Rispose una donna con voce stanca. «Pronto!» «Pronto signora, sono un giornalista, volevo sapere se lei è la madre di Dabby Dan!». Riagganciò. Richiamai. Non rispose. Così richiamai altre volte fino a quando rispose furibonda. «QUI NON C’È NESSUN DABBY DAN! VADA AL DIAVOLO!» stava per riagganciare. «Ho parlato con Dabby Dan solo due giorni fa!» «Balle, come tutti i suoi colleghi!» «Solo il giornalista, quello che ha realizzato il servizio, sono amico dei tre ragazzini. Credo che suo figlio sia innocente!». Restò in silenzio, ma non aveva riagganciato. Poi capii che non stava in silenzio, stava piangendo, un pianto silenzioso, impercettibile, un pianto pieno di dolore, il dolore più grande che un essere umano possa provare: la perdita di un figlio. «Mi permetta di aiutarla, mi permetta di aiutare sia lei che suo figlio!». Accettò di incontrarmi. Mi disse che potevo andare anche subito. Aveva sessantacinque anni, ma sembrava ne avesse più di ottanta. Aveva i capelli bianchi, rughe profonde sulla fronte, e pelle del viso rugosa. Due occhiaie segno di chi dorme poco e soprattutto piange spesso. Ma aveva uno sguardo tenero e dolce, anche se profondamente triste, fortemente lacerato dal dolore. La casa era umile, semplice di mobili e suppellettili, ma pulita e in ordine, decorata con molte bomboniere e oggetti di vetro. «Come sta?» fu la prima cosa che mi chiese subito dopo avermi fatto accomodare su un divano modesto. Mi offrì un caffè e dei biscotti, presi il caffè ma rifiutai i biscotti. Si sedette su una poltrona davanti a me. Teneva le mani conserte. «Credo che stesse meglio, quando era libero!» risposi sincero. «Ha vissuto per un po’ di tempo insieme ai tre ragazzi della storia, Pamela, Betta e Camillo. I ragazzi hanno detto che si è preso cura di loro, non sapevano che fosse Dabby Dan!». «E Dabbeo, il “mostro”…» sottolineò la frase, «…non gli ha torto un capello, ma i ragazzi l’hanno fatto arrestare!» disse con sarcasmo. Il suo vero nome era Dabbeo. «No! Anzi è stato premuroso e amorevole! Ma non sono stati loro a farlo arrestare, anzi stavano cercando di liberarlo. Lo hanno creduto i militari, e io, credendolo un mostro, ho fatto il resto!». «Non è mai stato cattivo, non farebbe del male ad una mosca! Lo hanno solo condannato per motivi che non ho mai capito!». «Lei quindi pensa che non ha fatto del male neanche al suo figlio?» «Figlio?» si fece una risata… ma quella del figlio è stata una trovata di quella canaglia di quell’infame del giornalista, Dabbeo non ha mai avuto un figlio. È stata detta questa cosa per renderlo ancora più cattivo e mostruoso di quello che già avevano inventato. Non era suo figlio, nemmeno mio, era figlio della sorella di Dabbeo, Carla!» restai in silenzio aspettando che continuasse. Ma restò zitta. Fuori il cielo si aprì un po’ e un raggio di sole colpì perpendicolarmente la campagna che si vedeva dalla finestra del soggiorno, si fermò a guardarlo come se avesse visto un’apparizione. «E la mamma, sua figlia Carla, dov’è ora?» chiesi impaziente. Mi guardò come fossi stato un alieno. Poi il suo sguardo assente si posò sulla parete dove c’era un quadro con due bambini che si tenevano per mano. Intuì che si trattava di Dabby Dan e la sorella. «Era una ragazza madre. Il fidanzato la lasciò quando rimase incinta. La sua famiglia voleva che abortisse, ma Carla si rifiutò. Così crebbe Michelino da sola, fino a quando non tornò il fidanzato scappato che le chiese di seguirlo in Messico senza il bambino. Carla era troppo giovane e innamorata, lasciò Michelino a me e Dabbeo e seguì il fidanzato. Per Dabbeo Michelino era come un figlio, nonostante il suo ritardo si occupava del nipotino in maniera molto responsabile. Ma la famiglia del fidanzato voleva l’affidamento di Michelino, andarono per vie legali, ma nonostante fossero persone molto ricche, il giudice, decise che Michelino doveva restare con noi, grazie anche all’avvocato Carlotta Orfìo!». «Poi che cosa è successo?». «Non lo so, all’improvviso il mondo mi è crollato addosso, i miei datori di lavoro mi hanno accusata di furto, ma io non ho mai rubato un centesimo. Mi hanno denunciato e licenziata. Dopo due settimane sono arrivati gli assistenti sociali dicendo che dovevo provvedere al mantenimento del bambino o me lo avrebbero tolto. Inoltre se al processo fossi stata ritenuta colpevole di furto, mi avrebbero tolto comunque il bambino. Michelino allora aveva quattro anni. Dopo arrivarono i carabinieri e arrestarono Dabbeo dicendo che maltrattava Michelino, che lo malmenava, che era pericoloso perché era ritardato. Michelino fu rinchiuso in un istituto e Dabbeo in una comunità psichiatrica. Ma ancora una volta l’avvocato Carlotta Orfìo riuscì a risolvere la situazione, e lo fece gratis. Dimostrò che Michelino non aveva nemmeno un graffio e che le accuse erano infondate. Dopo quattro mesi Dabbeo e Michelino tornarono a casa. Ma dopo un mese Michelino sparì e di lui non si è saputo più niente. Dabbeo questa volta fu arrestato, fu accusato di aver ucciso Michelino. Poi il Giornalaccio scrisse che si trattava del figlio illegittimo, incominciò ad accusarlo della scomparsa di altri bambini, in breve diventò un mostro. Poi, un giorno, inaspettatamente, l’avvocato Carlotta Orfìo rinunciò al mandato senza dare spiegazioni, e questo rafforzò l’ipotesi che fosse colpevole. La popolazione incominciò ad avere paura, incominciò a spargersi la voce che Dabbeo aveva tentato di evadere, che avesse poteri magici, che fosse in grado di leggere nel pensiero e pilotare la mente… e così costruirono il supercarcere in due mesi. Esattamente cinque anni fa. Da allora non ho più visto né lui, né Michelino!» piangeva. Non sapevo che cosa dire, le poggiai una mano sulla spalla. Poi mi feci dare tutti i contatti delle persone che avevano avuto a che fare con quella storia. Stavo andando via quando ancora una volta mi ricordai di una cosa. «Per caso sa che cosa vuol dire Caso 2514?» ma anche lei mi guardò senza capire.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Giacomo Ferretti

Capitolo 34 – Giacomo Ferretti Giunsi in tarda mattinata e mi recai subito al giornale locale, quello dell’intervista allo psichiatra. Avevo già chiamato il giorno precedente e preso contatti con l’autore dell’intervista. Si chiamava Giacomo Ferretti e si rivelò una persona molto affabile. Era un uomo di mezza età, con pochi capelli bianchi e baffi, alto e magro. Mi raccontò di quel periodo, furono giorni febbrili, confusi e angoscianti. La gente era terrorizzata, non usciva dalle case, nonostante Dabby Dan fosse in carcere, non si sentivano sicuri, a causa delle storie terrificanti alimentate dagli psicologi e dal pubblico ministero. Dicevano che Dabby Dan era capace anche di ipnotizzare le persone e ucciderle, così sarebbe potuto scappare dal carcere in pochi minuti. La città era desolata, perfino i criminali avevano paura di uscire dalle loro tane. Furono giorni interminabili. Il popolo si calmò solo quando fu costruito il carcere a 40 km sotto terra. Il suo racconto fu minuzioso, ricco di dettagli. Ma quando chiesi quali fossero le prove dei crimini che Dabby Dan aveva compiuto, fece spallette. «Nessuno lo sa! Tutti sono a conoscenza che ha ucciso il figlio e tanti altri bambini, ma come, quando, dove e perché nessuno lo sa. Gli atti sono secretati a causa della sua crudeltà!». «Sai Giacomo… ho avuto modo di conoscere Dabby Dan…» dissi, «…ma proprio non sono riuscito a trovare niente del profilo fatto dallo psichiatra che tu hai intervistato!». Giacomo fece un sorriso amaro! «Gustavo!» disse con tono dispiaciuto, «…eravamo tutti presi dalla paura e dai fatti che molte cose non le abbiamo viste, o non le abbiamo volute vedere. Ma con il senno di poi, a distanza di tempo, posso dire che la mia opinione è che lo psichiatra il dottor Battilemani…» si fermò un attimo, fece un sospiro e poi continuò, «…credo che lo psichiatra non abbia mai incontrato Dabby Dan!». «E come a fatto la diagnosi?» trasalii. «Semplice, o gliel’hanno suggerita, o se l’è inventata!». Restai in silenzio per qualche secondo. Poi gli chiesi se riteneva che Dabby Dan fosse colpevole. Giacomo mi guardò serio e poi disse risoluto: «O è innocente, o se proprio ha commesso un omicidio è solo quello del figlio, ma per errore o perché incapace di intendere e di volere, ma il mostro che hanno creato… quello proprio no!». «Ma come si può condannare un innocente e costruire una simile storia su di lui?» chiesi sconvolto. Ma Giacomo alzò le spalle. «Non lo so. Ma…» fece un’altra pausa, si morse le labbra. «Forse non dovrei dirtelo, o forse è meglio che ti metta in guardia. Ad un certo punto anche a me venne il dubbio ed incomincia a fare ricerche, ma quando la cosa si venne a sapere il direttore del mio giornale mi ordinò di lasciar perdere o mi avrebbe licenziato, inoltre, negli stessi giorni mia moglie fu sospesa dal lavoro a tempo indeterminato con l’accusa di aver rubato dei soldi, cosa assolutamente non vera. Una sera squillò il telefono e una voce disse che se io avessi smesso di indagare l’accusa a mia moglie sarebbe stata archiviata. E così fu! Ma è lì, nella scrivania del datore di lavoro di mia moglie, pronta a ripartire in qualunque momento!». «Questo dimostra che per montare una simile storia dietro ci devono essere persone potenti… e disoneste!». «Uno dei giornalisti che ha contribuito a rendere Dabby Dan un mostro è stato Roberto Di Miola, un giornalista disposto a tutto per la carriera e le opinioni politiche! Un viscido… lui probabilmente sa molto… ma non ti direbbe niente! Il suo giornale “Il Giornalaccio” è stato quello che ha creato il mostro!». Ringraziai Giacomo e gli strinsi forte la mano per l’aiuto che mia aveva dato. Gli avevo già dato le spalle quando mi ricordai improvvisamente di una cosa. «Per caso sai che cosa è il Caso 2514?» Giacomo mi guardò con aria interrogativa. «È l’ultima cosa che mi ha detto Dabby Dan quando l’ho incontrato!» dissi. «Mai sentito di questa cosa!» disse ignaro.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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In carcere

Capitolo 33 – In carcere Il mio direttore, non so come, riuscì a farmi avere l’esclusiva di un’intervista a Dabby Dan. Fu così che feci la conoscenza del mostro, il divoratore di bambini, o almeno così pensavo. Lo tenevano prigioniero dall’altra parte della città nell’attesa di trasferirlo nel carcere sotterraneo di massima sicurezza a 40 km sottoterra. Il carcere cittadino era una sorta di caserma militare circondata da un muro sulla cui cima c'era del filo spinato lungo tutto il perimetro. Il portone di ingresso era presieduto da una decina di soldati. Mi perquisirono, mi tolsero il registratore e a nulla valsero le mie proteste sul fatto che era il mio lavoro registrare. Mi concessero quindici minuti, non un secondo di più. Il piazzale intorno all’edificio era una piana desolata e maltenuta. C’erano soldati ovunque. Una volta entrati mi accompagnarono fino ad una stanza con fuori soldati armati fino ai denti e con un cappuccio nero sulla testa che copriva anche il viso: erano le teste di cuoio, soldati super addestrati alle missioni più difficili. Mi fecero entrare. Dabby Dan era seduto su una sedia, mi voltava le spalle. Indossava una camicia di forza che a sua volta era legata alla sedia e ogni gamba della sedia aveva una fascia che andava a bloccarsi vicino a quattro ganci ai quattro lati della parete. Non avevo mai visto un tale sistema per fermare una persona. Dovetti scavalcare due fasce per giungere davanti a lui. Appena vidi il suo volto fui scosso da un brivido, non per paura, ma per tristezza, sembrava un gattino ferito. Aveva la gamba fasciata dove lo avevano sparato. Lo sguardo perso nel vuoto. Nemmeno mi guardò quando mi posizionai di fronte a lui. Aveva una benda per chiudergli la bocca, ma si era allentata ed era caduta sul mento. Lo salutai ma non rispose. Chiamai il suo nome, ma nemmeno si girò a guardarmi. La sua espressione contrastava con il mostro che aveva ucciso tanti bambini. Come poteva una persona con quel viso e con quell’espressione aver commesso tali nefandezze? Era grassottello, con il viso tondeggiante, capelli folti e schizzati che sovrastavano la testa come una criniera, alto poco più di un ragazzino. Il tutto gli conferiva un non so che di divertente, che contrastava completamente con l’espressione di malinconia stampata sul viso. Avevo poco tempo ed erano già trascorsi forse cinque minuti senza che fosse successo niente. Ebbi un moto di rabbia e avrei voluto prenderlo a schiaffi per tutti quei bambini che aveva ucciso. Così decisi di provare a trovare una briciola di sentimento in lui. «Lo sai che Camillo è un bravo ragazzo? Anche Pamela!» Si girò a guardarmi, sembrava continuasse a pensare ad altro, ma mi guardava. «Oh amici miei, mi vengono a trovare!» disse, e per la prima volta comparve un sorriso sul suo viso, non era un ghigno, era un sorriso tenero. «Io, quando esco li vado a trovare!». «Dabby Dan… tu non uscirai mai più dal carcere!». Si intristì di nuovo. «Io, niente ho mai fatto!». «Dabby Dan… tu hai ucciso tanti bambini, come puoi dire che non hai mai fatto niente?». Mi guardò senza capire. Non so come mi venne, forse in me incominciò a farsi strada l’idea che in lui qualcosa non funzionasse. «Hai fatto la bua a tanti bambini!» «La bua, qualcosa che non si fa!» «Pamela, Betta e Camillo tu li volevi uccidere, vero? Hai fatto scomparire molti bambini!». «Nascondino, è il gioco di scomparire per nascondersi!». Persi completamente la pazienza, lo afferrai per la camicia di forza e lo scossi arrabbiandomi senza urlare per non dare nell’occhio ai soldati. «Pezzo di mascalzone sei sono un lurido assassino!». Ma fu un errore perché si chiuse di nuovo a riccio, riprese a guardare il vuoto con lo sguardo spaventato. Mi ripresi e gli chiesi scusa. Ma restò immobile a fissare il vuoto. Riprovai a dire il nome dei ragazzi sperando che producesse lo stesso effetto di prima. Ma non un battito di ciglio modificò la sua espressione spaventata di uccellino ferito. Ero stato un vero imbecille. Poi la porta si aprì e mi ordinarono perentorio di uscire. Mi alzai amareggiato e mi diressi verso la porta. «Se non sei un mostro, chi ha fatto sparire tutti quei bambini?» chiesi sarcastico. «Caso 2514, bisogna chiedere a lui!» disse laconico. Non potei domandargli cosa intendesse, il soldato mi prese il braccio e mi spinse fuori con forza senza troppi convenevoli. Caso 2514, che cosa voleva dire? Quella sera tornai a casa con una strana sensazione di tristezza. Ma chi era Dabby Dan? Come poteva essere un mostro e allo stesso tempo fingere così bene? Forse era uno psicopatico che non si rendeva conto di quello che faceva? Certo è che un ritardo mentale lo aveva, se pur lieve, ma un mostro proprio non sembrava. Così andai su internet ed incominciai a navigare, digitai Dabby Dan: più di un milione di siti internet. Dovetti mettere dei filtri e inserire date di ricerca risalenti a cinque anni prima, quando fu arrestato. Navigai fino a notte inoltrata, ma non riuscii a trovare notizie reali. La maggior parte dei siti riportavano copia-incolla di altri siti principali, perlopiù quotidiani. Nessuno parlava di Dabby Dan e della sua storia. Nessuno diceva dove era nato, chi era, cosa faceva, solo che aveva ucciso il figlio ed un’infinità di bambini. Riportavano i nomi delle povere vittime, la loro storia e i commenti dei genitori che invocavano la pena di morte. Poi il profilo del mostro, completamente falso, sembrava la descrizione del Tirannosauro Rex: Bava alla bocca, denti canini come Dracula, occhi spiritati iniettati di sangue, mani rugose con unghie come artigli, irsutismo sulla maggior parte del corpo. Trovai però un trafiletto di un giornale locale che aveva pubblicato un’intervista rilasciata dallo psichiatra che aveva redatto il profilo psicologico della perizia del Pubblico Ministero. La cosa mi lasciò esterrefatto: “Mente fortemente disturbata. Cinico, di una spietatezza impassibile. Gode nel fare del male. Ride e si eccita nel vedere la vittima soffrire. Più la vittima piange, più lui prova piacere. È sadico, perverso, ambiguo. Finge di avere un ritardo per suscitare pietà, ma è una mente lucida e folle allo stesso tempo, più crudele di Hitler e Gengis Kahn, più pericoloso della peste, del colera, del vaiolo e di ebola. Se non fermato potrebbe rivelarsi la più grande piaga che il mondo abbia mai conosciuto! Dabby Dan? Quel Dabby Dan con cui avevo parlato lo stesso giorno? La mia testa stava fumando, ma davvero quel piccolo uomo, alto poco più di un papavero, corrispondeva alla descrizione appena letta? Mi addormentai e feci sogni confusi (ndr tranquillizziamo subito il lettore: in questo libro non si consumano inutili pagine per raccontare un sogno come nella maggior parte dei libri, così come non ci sarà nessun inseguimento di automobili come nei film americani!). Mi svegliai in tarda mattinata che avevo un forte mal di testa. Telefonai al direttore e gli chiesi il permesso di assentarmi per qualche giorno per fare indagini più approfondite sul mostro e, naturalmente, lui ne fu entusiasta. Così, partii alla volta della città di Dabby Dan, dove fu arrestato e dove si tenne il processo.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Il padre e la suora

Capitolo 32 – Il padre e la suora Se ne andò nella Hall, era offeso, lui aveva difeso lei e Betta e per ringraziarlo Pamela lo accusava di essere stato scortese con la nonna. Voleva andarsi a sedere ai tavolini della hall ma notò una figura conosciuta che si intratteneva con la nonna di Pamela: suo padre. Nel suo caso non aveva dubbi, era lì per i soldi, per giocarseli a carte. Decise di dirlo a Pamela ma fu fermato da me che giungevo in quel momento, gli andai incontro e lo abbracciai affettuosamente. «Allora contenti? L’incubo è finito! Dabby Dan è stato catturato. Lo stanno interrogando, ma non parla, è un duro. Ma che c’è? Ti vedo pensieroso!» chiesi. «Gustavo che cosa vuol dire la questione dei soldi? Sono arrivati di colpo la nonna di Pamela e mio padre. Non si sono mai interessati a noi e ora di colpo arrivano qui!». «Pensi lo facciano per i soldi? Ma dai, sono comunque i vostri parenti, non possono non amarvi!». «Gustavo… mio padre spenderà tutti i soldi al gioco e… e a donne, come ha sempre fatto! La nonna di Pamela l’ha abbandonata all’istituto anni fa e non le ha fatto più visita, nemmeno una telefonata, ora è venuta, dà ordini, urla, minaccia, ha tirato i capelli a Betta facendola piangere, e ora mi dici che le vuole bene?» «Mhm… non lo so, ma certo è che quando si tratta di soldi le persone cacciano il peggio di sé!» «Oltretutto li ho visti anche confabulare!» «Chi?» «Mio padre e la nonna di Pamela!». Poggiai la sua mano sulla spalla di Camillo per tranquillizzarlo, poi gli dissi che mi sarei informato. Il ragazzo decise di non farsi vedere dal padre, aggirò la hall per tornare nella stanza, ma sulle scale vide Betta che correva come una furia, aveva appena incontrato suor Cetaceo che, stranamente, ma forse non troppo, l’aveva chiamata tesoro ed era stata gentilissima, ma Betta aveva avuto paura ed era scappata. Il quadro era completo. Camillo le disse di seguirlo nella sua stanza. Si rintanarono lì pensando a cosa fare. «Camillo non possiamo scappare via?» «Sarebbe la cosa più bella del mondo… ma credo che Pamela non voglia… credo voglia andare insieme alla nonna!» disse il ragazzo con voce che trapelava tristezza. Pamela restò ancora sotto la veranda a meditare, ma era troppo scossa ed agitata per mettere in ordine i propri pensieri. Decise di fare una passeggiata ma si arrestò vedendo qualcosa che la fece rabbrividire: sua nonna che confabulava con suor Cetaceo ed un altro signore. La ragazzina fu tentata di scappare, ma un dubbio si insinuò dentro di lei. Prese coraggio e si avvicinò di soppiatto nascondendosi dietro una pianta. «Senta suora! La smetta con questa farsa! A lei non interessa niente della bambina! Lei vuole i soldi come noi!». Era la voce della nonna. «Ma io ci tengo al loro benessere!» si ostinava suor Cetaceo. «La faccia finita! Le voci che al suo istituto le bambine siano maltrattate giungono fino al polo nord. E il reportage di quel giornalista non le giova. Si accontenti della piccolina e non intralci i nostri affari! Pamela viene con me, insieme ai suoi soldi» urlò la nonna! L’uomo continuava a stare in silenzio. Aveva i capelli sporchi e unti di grasso. Robusto e alto, indossava jeans sgualciti e scuciti ed un cappotto loden vecchio e logoro. Guardava le due donne alternativamente. Poi d’un tratto si alzò di scatto. «Senta suora… mi hai rotto. Prenditi la bambina piccola e taci o ti torco il collo!» disse con fare così minaccioso che Pamela in un attimo provò pena per Camillo pensando a tutto quello che aveva subito nella sua vita accanto a quel farabutto, ma insieme alla paura e il ribrezzo per il comportamento di quell’uomo provò un leggero piacere nel vedere l’espressione sconfitta e spaventata di quella canaglia di suor Cetaceo; di solito, era lei a far tremare gli altri. «Ok… si prenda i soldi, ma poi sua nipote ritorna al Prosperitano non posso rinunciare alla retta che ci passa il comune! Come farei con quelle povere bambine altrimenti?» disse con tono di finta tristezza. Ma i due manco la stavano a sentire. «Dobbiamo prendere i soldi quanto prima!» disse l’uomo rivolto alla nonna di Pamela. «Una volta presi i soldi può prendersi la smorfiosetta!» disse la nonna con astio rivolgendosi alla suora. «Visto che ci tiene tanto ai ragazzi…» fece il padre di Camillo, «…perché non si prende pure il mio ragazzo?» «È maschio… la nostra è una casa famiglia femminile!» «E allora lo faccio vestire da donna!» disse ridendo come un animale. «Conosco un istituto di preti, adatto alle esigenze di quel piccolo criminale!» disse la suora ancora inviperita per come era stata trattata da Camillo. Pamela aspettò che si fossero allontanati, poi con corse a perdifiato su per le scale e giunse fino alla stanza di Camillo sperando di trovarlo. Aprì senza nemmeno bussare. Camillo stava sdraiato sul letto a guardare il soffitto, Betta guardava fuori dalla finestra. Sobbalzarono all’entrata rumorosa di Pamela. «Presto!» urlò Pamela, «Dobbiamo andare via di qui!». Betta scatto come un militare sugli attenti e stava già per uscire. Camillo, evidentemente ancora umiliato, restò immobile. «Dabby Dan l’hanno arrestato, per cosa dovremmo scappare?» chiese sarcastico. «Avevi ragione, mi dispiace! Si sono messi d’accordo, mia nonna, suor Cetaceo e… tuo padre, c’è anche lui!». «L’ho visto… e di cosa si sarebbero messi d’accordo?» chiese Camillo continuando a restare immobile. Era contento delle scuse di Pamela, ma voleva mantenere ancora il punto. «Stanno vendendo a prenderci, vogliono portarci con loro per ritirare i soldi. Mia nonna i miei, tuo padre i tuoi e suor Cetaceo quelli di Betta. Poi ognuno per la sua strada… ma senza di noi. Mia nonna ha preso accordi con la suora per farmi tornare al Prosperitano dopo che ha preso i soldi. Tuo padre…!» non ebbe il coraggio di continuare. «Mio padre?» chiese Camillo incuriosito «Tuo padre ha chiesto alla suora di trovarle un istituto per te… la suora ha detto che ne conosce uno… molto rigido!» evitò di dirgli la pessima battuta sul farlo vestire da donna. Camillo sorrise. «Sì, mi ci mandassero all'istituto rigido, che lo ammollisco io!». «Sono così angosciata, questo mondo è davvero brutto! Nessuno ci vuole bene!» disse Pamela. «Dabby Dan ce ne voleva!» disse Camillo all’improvviso. «Il mostro? Ma sei impazzito?» rispose Pamela. Betta spalancò gli occhi dallo spavento. «Mostro? Che cosa ha fatto per essere un mostro?» «Camillo ha ucciso un migliaio di bambini!» «E perché noi no? Pensaci, abbiamo dormito con lui molte notti, ma non ci ha mai torto un capello. Avrebbe potuto ucciderci in ogni momento, invece si è sempre preso cura di noi, perché?» «Forse voleva farci ingrassare per essere più appetitosi!» disse Pamela. «Se… va be’… la strega di Hansel e Gretel!» Betta si mise a ridere e convenne che la storia di Pamela non reggeva. In fondo anche Pamela nutriva dubbi sulla sua colpevolezza. «Di sicuro mi piaceva stare più con lui che con mia nonna o suor Cetaceo». Camillo si morse le labbra dalla rabbia, si avvicinò alla finestra e guardò fuori, una pioggerella batteva sul prato che circondava l'hotel.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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