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Posts by Claudio Cutolo

Finalmente ci conosciamo

Capitolo 29 – Finalmente ci conosciamo Camillo parlava con voce spaventata e stringeva il coltello tra le mani. Betta chiese che cosa stesse succedendo ma Pamela la tirò per la mano e si andarono a piazzare dietro Camillo. Pamela guardò oltre la spalla dell’amico e scorse una figura maschile lungo il corridoio della scuola. Li fissava con le mani poggiate sui fianchi. «E voi da dove uscite? Ma non avete sentito parlare di Dabby Dan? Lo sapete che voi ragazzi per primi dovreste starvene nascosti?» «E tu perché non sei nascosto?» chiese Camillo con aria di sfida. «Sono un reporter, io vivo di queste storie. Se riesco a farci un bel servizio mi faccio un sacco di soldi e un po’ di notorietà in più! Mi chiamo Gustavo Pralli!» risposti. Fu il nostro primo incontro. «E perché ti nascondi in questa scuola? I reporter non dovrebbero stare in strada a chiedere interviste?» «Dico… ma li hai visti quelli? I soldati? Pensi che mi rilascerebbero un'intervista? Da due giorni stanno arrestando tutti coloro che incontrano per strada, senza motivo, solo perché hanno continuato a stare per strada, venendo meno ai loro ordini!». «Lo sappiamo, hanno arrestato pure un nostro amico!» Alla fine i ragazzi presero coraggio e si avvicinarono. Camillo continuò a stringere il coltello nella mano che teneva nascosta dietro la schiena. Erano diffidenti, giustamente, poi notai la macchina fotografica. «Quella è una Konin Rflex, una Konin SGF3, con obiettivo 400mm!» dissi. «SGF4! Sì un 400 mm!» «Hey, quella macchinetta costa più di mille euro, più l’obbiettivo è una super-costosissima apparecchiatura, che ci fa nelle tue mani?». «Me l’ha regalata il mio vecchio per il mio ultimo compleanno!» disse Camillo con la diffidenza che incominciava a scemare. «Venite, ne ho una anche io, non così costosa ma è lo stesso bella!». Si guardarono tutti e tre negli occhi, poi mi seguirono a debita distanza. Li condussi in una delle classi da cui si accedeva in un’altra stanza che sembrava un ripostiglio. Invece era una stanza attigua, semi vuota, nella quale mi ero accampato perché da lì potevo osservare tutto senza farmi notare. Ero in possesso di attrezzatura professionale, tre piedi, macchina fotografica e anche io avevo uno zoom di 400mm. Microfono e registratore, videocamera, quaderni su cui scrivevo i miei appunti e glieli mostrai per fargli comprendere che ero davvero un giornalista. Si sedettero e per un po’ ci fissammo senza palare. Poi chiesi loro che cosa facessero per strada da soli, con in giro Dabby Dan. Pian piano incominciarono a sciogliersi ed iniziarono a raccontarmi la loro storia. Ne fui entusiasta era una storia meravigliosa, e mentre parlavano incominciai a registrare e a scrivere appunti. Pamela fu più reticente, ma Camillo e Betta erano due fiumi in piena, il primo contro il padre e le istituzioni, e l’altra contro l’orfanotrofio, in special modo questa suor Cetaceo. Non feci altro che registrare e annotare tutto su un blocchetto. Segnai solo i loro nomi, erano minorenni e non potevo pubblicarli. «Vuoi fare un articolo su di noi?» mi chiese Camillo preoccupato. «Non volete? Potrebbe esservi di aiuto, innanzitutto una volta che avranno arrestato Dabby Dan, e tutto tornerà alla normalità non spediranno Betta e Pamela di nuovo in quell’orfanotrofio. E poi diremo che hanno arrestato l’unica persona che si è occupata di voi!». Le ragazze si mostrarono contente, Camillo un po’ meno. «Sì… ma la storia di mio padre… non mi va che legga le cose che ho detto di lui!». Gli diedi una pacca sulla spalla. «Sta’ tranquillo… non sono un giornalista di gossip che estorce interviste e poi pubblica quello che ha promesso di non pubblicare!». Camillo si tranquillizzò. «Davvero volete liberare il vostro amico? Siete sicuri che lo abbiano arrestato?» chiesi. «L’abbiamo visto che lo stavano portando via insieme ad altri prigionieri! In realtà sappiamo anche perché lo hanno arrestato!» disse Camillo sentendosi in colpa. «Lui è il custode del Luna Park. Abbiamo scoperto che i soldati si stanno appropriando delle vettovaglie da consegnare ai cittadini, così, con il custode, abbiamo svaligiato il deposito dei soldati e con il treno del Luna Park abbiamo consegnato le provviste ai cittadini!». «Ma… siete stati voi? Oh mio Dio, ma voi meritate una medaglia, pensate che i soldati hanno sparso la voce che non li avevano ancora consegnati perché li avevano rubati, e che poi sono stati loro a consegnare le provviste!» «Che bugiardi!» esclamò Pamela. «Intanto di Dabby Dan non c’è nessuna traccia e quel pazzo è ancora libero e se ne va in giro in cerca di prede! Hey ragazzi ho avuto un’idea, perché non uniamo le forze e lavoriamo insieme?» proposi ad un tratto. «Vuoi aiutarci a liberare il custode?» mi chiese Camillo. «Se mi fate scrivere un bellissimo articolo io vi aiuterò!» dissi ammiccando. Ormai era tardi e decidemmo di trascorrere la notte nella scuola. Ci riunimmo nella mia stanza perché era la migliore postazione per osservare i movimenti dei soldati. Portammo lì tutti i cuscini che avevamo trovato. Avevamo poca roba da mangiare, ma Betta al ritorno da una perlustrazione della scuola disse che c’era una dispensa nella sala mensa. Decisi di accompagnarla. Tornammo con scatolette di tonno, fagioli precotti e qualche bottiglia di acqua. Non era il massimo ma almeno potevano mangiare. Feci vedere loro il luogo dove tenevano prigionieri tutti quelli che avevano arrestato. Era un edificio rosa che probabilmente doveva essere la sede dell’amministrazione comunale. Tutt’intorno soldati con una stella rossa pattugliavano armati. Io e Camillo guardavamo attraverso i nostri zoom. In una finestra Camillo vide il custode, era in piedi. «Eccolo, quello è il nostro amico!» esclamò Camillo preoccupato, poi urlò. «Ma c'è Dabby Dan che parla con lui!» Guardai nell’obbiettivo e restai sconcertato. «Quindi il custode è quello che parla con Dabby Dan?» chiesi. L'uomo nero se ne stava in piedi di fronte al custode. «Ma perché parlano tra di loro!» chiesi senza capire. «Perché quel mostro ha…!» Pamela si interruppe perché c’era Betta. «Ha ucciso il figlio del custode!» continuò Camillo. Mi lasciai cadere all’indietro sgomento. «A questo punto credo che i soldati non sappiano di aver arrestato Dabby Dan. Sono in pochi a conoscere la sua faccia. Io la conosco perché tempo fa ho avuto modo di vedere, per pochi secondi, un fascicolo della procura che poi è andato perso!». «Ma si sono dimezzati, per strada non ci sono più tanti soldati!» disse Camillo. «Ti sbagli, non sono diminuiti, è che stanno perlustrando anche le abitazioni adesso! Ed è mia opinione che stiano fermando tutti quelli che hanno una faccia strana!». «Speriamo che arrestino suor Cetaceo!» disse Betta. La guardai sorridendole, e anche Camillo le sorrise e poi le accarezzò la testa. Pamela fu felice che Camillo si fosse affezionato a Betta. «Gustavo, dobbiamo liberare il custode, prima che Dabby Dan gli faccia del male!» disse Camillo. «Scusate, non possiamo andare dai soldati e dire che tra i prigionieri c'è Dabby Dan? Loro lo arresterebbero e libererebbero gli altri!» propose Pamela. «Ok… agiremo stanotte! Le misure di sicurezza non sono così strette, stanno pattugliando in maniera superficiale perché pensano che si tratti di gente comune. Non sanno di avere Dabby Dan tra i loro fermati!». «Ragazzi, se come mi diete il custode è stato arrestato perché ha rubato le provviste e le ha consegnate alla gente, non lo libereranno mai!» dissi triste. «E allora che facciamo?» chiese Pamela. «Agiremo stanotte e lo libereremo, poi denunciamo Dabby Dan!» rispose Camillo. Nella scuola ho visto un amplificatore ed un lettore Mp3… avrei in mente un piano che potrebbe liberare il vostro amico!». Spiegai loro il mio piano, e i ragazzi ne furono entusiasti. Pamela aveva un po’ paura, dovuta al fatto che per circa quindici minuti lei e Betta sarebbero dovute restare da sole. Ma Camillo la tranquillizzò dicendo che se il piano avesse funzionato sarebbero bastati anche meno. I ragazzi andarono a riposare, li avrei svegliati all’orario prestabilito. Io restai sveglio, ne approfittai per abbozzare la prima parte dell’articolo. Parlava di tre ragazzini disposti a tutto, a sfidare anche il mostro, Dabby Dan, pur di liberare il loro amico, l’unico che si era preso cura di loro, il custode del Luna Park. Mentre tutti li avevano scacciati, abbandonati nella notte, al buio, per le strade, senza un riparo, alla mercé del mostro, lui era restato accanto a loro. Sì, ne ero sicuro, grazie a questo articolo avrei fatto il grande salto, sarei diventato finalmente un giornalista professionista, con contratto, scrivania, e la maggior parte delle reti televisive avrebbero fatto a gara per avermi.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Ritorno in città

Capitolo 28 – Ritorno in città Si catapultarono nella campagna. Non ricordavano la strada ma procedevano spediti voltandosi di tanto in tanto per accertarsi di non essere seguiti dalle due vecchie pazze. Giunsero in riva al fiume che costeggiava la città e lo fiancheggiarono fino a quando non intravidero le prime mura. Entrarono in città dalla periferia ovest nel primo pomeriggio, sembrava che ci fosse più vita. Per la prima volta videro persone civili percorrere le strade, ma i militari intimavano di ritornare nelle loro abitazioni. Notarono, con disappunto, che la maggior parte dei negozi erano ora chiusi, con le saracinesche abbassate. «E ora dove ci nascondiamo?» chiese Pamela. «Bella domanda, stanno controllando tutto, negozi, edifici!». Proseguirono camminando nei vicoli periferici, dove c'erano meno militari. Da lontano Camillo scorse un edificio a lui familiare! «La mia vecchia scuola elementare. La conosco come le mie tasche! Se non ci sono soldati possiamo entrare, conosco un sacco di posti dove nasconderci!». Per loro fortuna non c’erano militari. Riuscirono ad entrare da una porta sul retro. Le ragazze seguivano Camillo che camminava spedito. Salirono all’ultimo piano dove c’era un laboratorio, dietro c’era un deposito. Camillo fece sistemare lì le ragazze e scese di nuovo. Tornò con molti cuscini presi dai divani dall’ufficio del dirigente. Lanciò i cuscini per terra per creare un giaciglio comodo. Dal deposito c’era una finestra dalla quale si vedeva buona parte del centro città. Camillo ne approfittò per spiare con la sua fotocamera digitale professionale. I militari erano diminuiti sensibilmente, inoltre sembravano più rilassati parlavano tra di loro, fischiettavano. Il comandante con il blasone d’oro era sparito, restavano solo due, forse tre di quelli con una stella d’oro ed erano loro a dare ordini adesso. Sulla strada principale c'era una sfilata di personaggi, dalle finestre incominciò ad affacciarsi qualche curioso. Guardando meglio Camillo capì che in realtà non si trattava di una sfilata: stavano caricando prigionieri sui carri militari per portarli chissà dove. C’erano persone che Camillo non conosceva. Dopo alcuni personaggi sconosciuti Camillo scorse una loro vecchia conoscenza. «Hanno arrestato Lupin!» disse rivolgendosi a Pamela. «Bene… così impara quel ladro!» «Ma quello… ma quello è il custode!» Camillo sobbalzò in piedi. «Hanno arrestato il custode!» urlò disperato. Pamela e Betta corsero alla finestra. Camillo inquadrò la scena e spostò la fotocamera in modo che loro potessero vederla. «Lo sapevo!» esclamò Pamela infuriata. «Che idioti i soldati, hanno arrestato tutte quelle persone tranne che Dabby Dan!» disse Camillo. «Però il custode non possiamo lasciarlo in galera, dobbiamo liberarlo!» Pamela abbassò gli occhi. «Noi?» disse. «Ma quelli sono un migliaio di soldati armati e noi solo tre, come lo liberiamo?» «Non lo so, ma il custode è stato con noi nei momenti più difficili, ci ha salvati dai soldati!». Si alzò prese la sua roba e s’incamminò fuori dalla stanza. Devo fare qualcosa!» «Ma dove va?» chiese rivolgendosi a Betta. «Camillo, aspetta, Camillo!» urlò a squarciagola. Poi corse fuori seguita da Betta, trovò Camillo immobile. «Dai aspetta, non puoi andare da solo, dobbiamo organizzare un piano!» «Non vi muovete. State dietro di me!».     Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Una casa davvero strana

Capitolo 27 – Una casa davvero strana Era notte fonda quando furono svegliati da rumori in lontananza. Il custode uscì sotto la pioggia. Tornò trafelato. «I soldati! Quelli a noi non ci piacciono!». I ragazzi sbiancarono. Uscirono dalla capanna e il custode indicò loro la luna e con il dito indicò il sentiero da seguire. «Tu non viene con noi?» chiese Pamela disperata. «Il signore nero, con lui devo parlare!» Pamela voleva urlargli che non doveva andare, che ormai per il suo bambino non c'era più niente da fare, ma Camillo la trattenne e le fece cenno di no con la testa. Si divisero, il custode andò incontro ai soldati, loro nella direzione opposta, sul sentiero verso la luna. Camminarono senza fermarsi tutta la notte sotto una pioggia incessante. Era quasi giorno quando videro una casetta in lontananza. All’esterno si presentava con una staccionata fatiscente. Attraversarono il cancelletto di legno. La porta d’ingresso era appoggiata. Erano esausti e l’unica cosa che notarono fu il letto, vi ci si catapultarono sopra sopraffatti dalla stanchezza. Quella che poteva sembrare un’avventura stava diventando sempre di più un incubo. Si tolsero scarpe e cappotti inzuppati, Camillo aveva acceso il caminetto. Senza accorgersene si addormentarono tutti e tre uno accanto all’altro. Si svegliarono la mattina del giorno dopo. Guardandosi attorno si accorsero che la casa era abitata, forse abbandonata da poco. In una dispensa trovarono pane e del formaggio e fecero una colazione fugace. Fremevano dalla voglia di esplorare la casa e i dintorni. Incominciarono a guardarsi in giro, la casa non era molto grande. Pamela si accorse di un fatto inconsueto: la casa, seppur piccolina, si divideva in due parti. Nella camera dove avevano dormito c’erano due letti, due comodini, due armadi, ma la cosa strana era che una delle due parti era ordinatissima, sistemata nei minimi particolari, l’altra era totalmente in disordine. Anche la cucina era divisa: c’erano due credenze, un tavolo con quattro sedie, ma al centro del tavolo c’era una lunga fioriera che lo divideva in due spazi. Il lavello e i fornelli dividevano in due la cucina, sui lati di fornelli e lavello altre due credenze, sulla prima credenza c’erano piatti allineati, tazzine in fila simmetrica, bicchieri riposti in ordine di grandezza e bomboniere che adornavano gli angoli. L’altra credenza era un deposito di stoviglie: piatti, bicchieri e posate, sembravano sporchi da giorni. E così era tutto il resto. Un lavello ordinato e pulito, l’altro era l’emblema del caos. I ragazzi si guardarono perplessi. Camillo notò una porta quasi nascosta in un angolo della cucina, dava su delle scale di pietra, percorsero le scale e si trovarono in un piccolo scantinato poco illuminato. C’era una finestrella che dava un po' di luce. C’erano vari scaffali disposti su due pareti. Su una delle pareti c’erano cianfrusaglie, barattoli e tanta roba sparsa in maniera disordinata, mentre sull’altra parete, ancora una volta, tutto era disposto con un ordine maniacale. Ogni scaffale era diviso in cinque ripiani e su ogni ripiano erano disposti barattoli e bottiglie sistemati per grandezza e contenuto. Su uno scaffale vi erano le marmellate, divise per gusti, sul ripiano in alto c’erano i barattoli con la marmellata di fragole, sotto le marmellate di ciliegie, poi le marmellate di rosa canina, poi quelle di pesca e sull’ultimo scaffale in basso c’erano barattoli di marmellata di lamponi. I succhi di frutta erano divisi in pera, mela, pesca, fragola e uva. Poi c’erano gli scaffali dei barattoli sottolio: peperoni, zucchine, carciofini, cipolline e pomodorini. Su ogni barattolo e su ogni bottiglia vi era incollato un foglietto con scritto il contenuto, era scritto a mano con un pennarello indelebile, ma con una bellissima calligrafia. Il prodotto, per esempio marmellata di fragole o succo di pesca, era scritto in corsivo, sotto, in stampatello, vi era posta la data. Erano tutti disposti con una precisione morbosa. Ogni scaffale era composto da cinque file di dieci barattoli, e cinque file di dodici bottiglie. Era uno spettacolo da vedersi, sembrava di stare nelle vecchie botteghe dei droghieri. Ma perché chi ci viveva ordinasse sempre un lato a discapito di un altro, era un mistero. Sull’ultimo scaffale c’erano pacchi di biscotti, salatini, zucchero, sale e tutto l'occorrente per poter restare lì a lungo. Almeno fino a quando la situazione non si sarebbe tranquillizzata. «Sembra un rifugio antiaereo!» disse Camillo. Ritornarono sopra ed uscirono nel giardino circostante. Anche lì la contraddizione era lampante. Il lato destro della casa aveva un orticello ben tenuto, con verdure di ogni genere. Disposte nel terreno sempre con quell’ordine ossessivo. Sulla parete della casa vi era un pannello sul quale vi erano posti gli attrezzi del giardinaggio, in ordine di grandezza e tipologia. Sul lato sinistro della casa, invece, c’era un orto mal tenuto, con verdura sparsa senza un ordine preciso. Utensili da giardinaggio sparsi ovunque o disposti senza ordine in un secchio. Decisero di restare lì, sperando che i soldati non arrivassero fino in quel posto sperduto. Trascorsero la giornata chiacchierando e risposando. Di tanto in tanto uscivano in giardino a prendere un po' d'aria. Verso sera Pamela incominciò ad essere assalita dall’ansia, per la prima volta chiese del custode. «Lo avranno preso i militari? Se sanno che è stato lui a rubare e consegnare le provviste lo arresteranno?» Camillo scrollò le spalle, poi scese in cantina e prese dei barattoli di ortaggi sottolio. Nella credenza in ordine Pamela trovò altro pane, raffermo, ma ancora buono. Imbandì la tavola e si sedettero. C'era silenzio, tutto era silenzioso in quel luogo sperduto tra le campagne. «Sembriamo marito e moglie!» disse Pamela con noncuranza. Camillo arrossì e si alzò facendo finta di cercare qualcosa nel frigo. «Sì, sì, che bello e io sono vostra figlia!» disse Betta euforica. Pamela divenne rossa come un peperone e si pentì di quell’affermazione. Cercò di sdrammatizzare parlando del custode. «Quando torna gliene canto quattro. Era proprio necessario andare incontro ai soldati?». «Credo lo abbia fatto per salvare noi. Così non ci hanno più cercato!» Poi si aprì la porta, Pamela sbiancò e Betta l’abbracciò. Camillo si alzò di scatto. Erano due vecchiette dal viso simpatico. Le due donne furono felicemente sorprese! «Buonasera!» salutarono con educazione. «Che bella sorpresa! Chi siete?» chiese una delle due con modi gentili. «Non sapevamo fosse abitata, non sapevamo dove andare e abbiamo trovato aperto e ci siamo rifugiati. Ci sono i soldati in città. Pensavamo che la casa fosse abbandonata, volevamo riposarci un po’! Ma ce ne andiamo subito!» disse Camillo preoccupato. Ma per tutta risposta una delle due li pregò di non andarsene, che a lei avrebbe fatto piacere se fossero restati, era contenta della presenza di altre persone visto che viveva da sola. I ragazzi si scambiarono uno sguardo interrogativo. Subito dopo anche l’altra vecchietta disse che sarebbe contenta di un po’ di compagnia perché, anche lei, abitava da sola. Le due donne apparecchiarono la tavola e, ognuna per conto suo incominciarono a raccontare. «Mi chiamo Elvezia, e abitavo qui con mia sorella Clodimira. Poi abbiamo litigato, e ci siamo separate. Ora io abito sola!» «Io mi chiamo Clodimira e vivo sola, fino a qualche anno fa abitavo con mia sorella Elvezia, poi lei fu molto cattiva con me e io la cacciai di casa. Ora non so dove abita!» Pamela era un po’ spaventata e non appena le due sorelle furono a debita distanza mosse le sue perplessità. «Camillo ho un po’ paura… queste sono pazze!» «A me fanno ridere, sono un po’ pazzerelle, ma in fondo sono simpatiche!» «Anche a me fanno ridere!» disse Betta sorridendo. Durante la serata le due donne aggiunsero particolari alla loro storia. E mettendo insieme le notizie i ragazzi riuscirono a capire che Clodimira e Elvezia non si parlavano da venti anni, vivevano nella stessa casa e condividendo tutte le suppellettili, ma non si rivolgevano più la parola. Ciascuna viveva per conto suo. Ciascuna aveva la sua metà di camera da letto, metà cucina, metà giardino e metà cantina. Il motivo del litigio fu un gatto che viveva con loro. Per più di due anni il gatto aveva abitato in quella casa, poi, come molti gatti, decise di andare via e ognuna delle sorelle incolpò l’altra. Arrivarono a litigare così forte che si presero anche a capelli. La cosa assurda è che anche se non si parlavano facevano le stesse cose. Come per esempio la loro assenza nel giorno in cui erano arrivati i ragazzi: erano andate a trovare una zia che abitava poco distante e avevano dormito da lei. Clodimira e Elvezia si mostrarono gentilissime e furono contente di avere i tre ragazzi in casa, tanto da insistere a rimanere per un po’ di tempo con loro e i ragazzi, dal canto loro, furono molto contenti di restare lì, almeno fino a quando non si fossero calmate le acque. Ma la convivenza con le due donnine diventò presto un incubo. Clodimira e Elvezia, incominciarono a cercare in tutti i modi di mettere i ragazzi uno contro l’altro. Non appena Pamela si avvicinava a Clodimira, Elvezia diceva a Camillo di stare attento alle ragazzine perché erano pericolose. E altrettanto faceva Elvezia con Pamela e Betta. Se poi Camillo si avvicinava a Clodimira, allora Elvezia diceva a Pamela di stare attenta a Camillo e Betta perché erano dei poco di buono. E Elvezia diceva a Camillo di non rivolgere la parola perché le ragazze erano false. All’inizio i ragazzi risero della cosa, ma dopo un po’ di giorni le due vecchiette incominciarono ad essere più insistenti e severe. Si arrabbiavano, minacciavano i ragazzi di non farli mangiare. Durante uno di questi rimproveri Camillo reagì dicendo che la dovevano smettere con questa storia altrimenti se ne sarebbero andati, ma le due donne dissero con tono minaccioso che da quella casa non se ne sarebbe andato nessuno. Poi Clodimira si avvicinò a Pamela e l’afferrò per un braccio cercando di spingerla in cantina. Pamela urlò e cercò di divincolarsi dando calci alla vecchia, ma la donna aveva una presa molto forte. Camillo si avventò immediatamente per salvarla ma Elvezia si interpose tra di loro mostrando due occhi di fuoco. Pamela stava cedendo per la paura e incominciò a piangere. Betta afferrò i capelli di Clodimira che urlò lasciando la presa. Camillo estrasse il coltello dalla tasca e lo fece vibrare in aria. Elvezia si spaventò e si fece da parte. Camillo si avvicinò a Clodimira continuando a far vibrare il coltello e intimandogli di non avvicinarsi alle ragazze. Clodimira oppose prima un po’ di resistenza, ma poi si allontanò. Pamela e Betta si nascosero dietro a Camillo che raccolse lo zaino e camminò in retromarcia coprendo le ragazze. «Se ci seguite vi uccido!» Uscirono in cortile. Si presero per mano e procedevano lentamente in retromarcia. Poi sentirono urlare nella casa. «È colpa tua se sono andati via!» «Nooo, la colpa è tua, tua tua!» «No, è colpa tua, sempre una volta in più! Tu, tu, tu!» «Camillo si parlano di nuovo!» disse Pamela. «Hai visto? Ora fanno pace grazie a noi. Andiamo via presto!»   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Notte nella capanna

Capitolo 26 – Notte nella capanna Aveva smesso di piovere, ma erba e terreno erano fradici. Percorsero alcuni chilometri, tra erba e fango, avevano le scarpe inzuppate e i piedi congelati. Camminavano veloci tra le sterpaglie. Giunsero nei pressi di un vecchio capanno in muratura che sembrava abbandonato. Dal contenuto del capanno era chiaro che si trattava del deposito di un contadino. C’erano ancora degli attrezzi. Forse era stato abbandonato alla comparsa di Dabby Dan, o forse prima. C’era un piccolo caminetto in pietra, il custode lo accese con un poco di legna asciutta che giaceva per terra. Si tolsero le scarpe inzuppate e si riscaldarono alla meglio. Incominciarono ad avere fame, non c’era stato tempo di fare colazione e nella fretta nessuno aveva pensato a portare delle provviste. Camillo e il custode decisero di uscire a cercare qualcosa da mangiare. Le ragazze rimasero nella capanna per mettere un po’ d’ordine e creare un giaciglio per la notte. Presero delle casse di legno che posizionarono come sedie e un tavolino. Con una scopa di paglia spazzarono alla meglio. Misero in ordine gli oggetti sparsi in giro e trovarono dei sacchi che sistemarono per terra per non dormire a contatto con il terreno. Quando dopo due ore tornarono gli uomini restarono sorpresi del cambiamento. «Femmine!» esclamò Camillo sorridendo a Pamela che cercava il suo sguardo. Gli “uomini di casa” avevano trovato un bel bottino. Roba da mangiare e alcune coperte. «Ma dove avete trovato tutta questa roba?» Camillo alzò le spalle come se niente fosse. «Semplice, nel deposito dei soldati!» «Siete tornati lì? Ma siete pazzi?» esclamò la ragazza preoccupata. «No, i soldati erano così concentrati a cercarci per tutta la città che hanno lasciato il deposito incustodito!» Poi Camillo raccontò che nel deposito avevano incontrato una vecchia conoscenza: Zucchero a velo. Era legato come un salame nell’attesa di essere portato in prigione. Aveva confessato di essere andato dai soldati dicendo che gli avrebbe dato delle informazioni importanti se gli avessero dato un po’ di roba. «Comunque gli ha detto solo del trenino del Luna Park, non ha saputo descriverci. Ancora una volta non si ricordava di me!» «Comunque quel ragazzo mi fa pena!» disse Pamela. Mangiarono e bevvero a sazietà. Si sedettero per terra e si rannicchiarono nelle coperte. Il custode guardava il soffitto, sembrava stesse pensando a qualcosa di importante. Pamela era pervasa da un senso di tristezza, aveva la sensazione che tutto stesse per finire. In fondo sapeva che quei momenti intrecciati di avventura e di tenerezza non potessero durare per sempre, ma ora aveva la sensazione che la fine fosse vicina, non sapeva perché, ma ne aveva un vivido sentore. Ma anche di un’altra cosa era certa: né lei, né Betta sarebbero più tornate al Prosperitano. Riprese a piovere intensamente, per fortuna, nonostante fosse vecchio, il capanno non aveva infiltrazioni. Nel pomeriggio incominciò a scurirsi. Betta si era addormentata e il custode guardava rapito fuori dalla finestrella. Pamela si adagiò tra le braccia di Camillo. «Ti ricorderai di me quando questa avventura finirà?» «Non potrei dimenticarti neanche se mi facessero il lavaggio del cervello!». Betta si risvegliò in preda ad un incubo, urlava e piamngeva. Pamela e Camillo l’abbracciarono, ci volle un po' prima che si calmasse. «Camillo… qualunque cosa succederà, io e Betta non torneremo in quell’istituto maledetto!» disse Pamela con le lacrime agli occhi. «Non ci tornerete, per nessuna ragione al mondo!».   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Fuga dal Luna Park

Capitolo 25 – Fuga dal Luna Park La mattina seguente furono svegliati da una pioggia fitta e da forti rumori. Camillo spiò dalla finestra e vide i soldati perlustrare il Luna Park. Ce ne erano molti intorno al trenino. Lo stavano perquisendo. Vicino a loro Camillo scorse Zucchero a velo che tremava. «Quel bastardo di Zucchero a velo ha fatto la spia! Stanno venendo qui!». Uscirono dalla roulotte uno alla volta, tenendo la porta semichiusa per non farsi vedere. Il custode davanti e i ragazzi dietro con il cuore che batteva all'impazzata. Si diressero verso l’apertura del reticolato. Voltarono a destra. Proseguirono per un tratto fino a quando entrarono in una cabina in muratura. C’era una scala; la percorsero in fretta chiudendo la porta dietro di loro. Si trovarono nelle fogne della città. Pamela ebbe i brividi, Betta stringeva la sua mano sempre più forte. L'aria era pestiferas e cupa, era buio, un'atmosfera tetra spezzata di tanto in tanto da piccoli raggi provenienti dai tombini della strada in alto. Erano costretti a camminare in fila indiana per non finire con i piedi nell’acqua fetida e per scavalcare la spazzatura che incontravano sul loro cammino. Il custode faceva strada spedito e i ragazzi facevano fatica a stargli dietro. Era chiaro che non era la prima volta che percorreva i cunicoli delle fogne. Giunsero ad un incrocio di viuzze, il custode si fermò, alcuni ratti gli stavano attraversando la strada, Pamela e Betta urlarono e si aggrapparono a Camillo. Il custode la guardò con espressione inebetita. «Sono topolini, sempre bravi amici!» Pamela voleva urlare e controbattere, ma Camillo la fermò. «Sta scherzando Pamela!» disse, ma non era convinto del tutto della sua affermazione. Girarono nella direzione da dove stavano venendo i ratti. Pamela chiuse gli occhi e afferrò la maglia di Camillo, lasciandosi trascinare senza guardare, tendendo Betta stretta tra le braccia. Ma nessuna paura è più grande del non vedere e di tanto in tanto apriva un po’ gli occhi per accertarsi che tutto fosse a posto e fu proprio in una di quelle brevi incursioni nel mondo reale che vide qualcosa muoversi dietro un angolo. Tirò la maglia di Camillo e gli sussurrò nell’orecchio che c’era qualcuno. Anche il custode dovette percepire una presenza e si fermò mettendosi con le spalle al muro. Altrettanto fecero i ragazzi. Si spingevano quanto più potessero al muro, quasi volessero diventare parte di esso. Restarono lì per alcuni minuti, a guardare quell’ombra che si muoveva in modo strano. Poi come per un sortilegio malefico l’ombra si duplicò. Ma non si era duplicata, erano in realtà due ombre avvinghiate che ad un tratto si erano separate. Ma che facevano due ombre abbracciate lì sotto? Le due ombre si spostarono passando sotto uno di quei tombini da dove filtrava la luce, i loro lineamenti divennero chiari per qualche secondo. La prima ombra era quella di uno soldato, uno di quelli con una stella rossa. La seconda ombra era di una donna. Era alta, bionda, con delle calze a rete. «Oh mio Dio!» esclamò Pamela. Fu però lesto Camillo a tapparle la bocca con una mano prima che quei due la sentissero. «Ma sei pazza, vuoi farci scoprire?» le disse con un fil di voce. «Camillo, quella non è una donna, è quell’uomo vestito da donna che abbiamo incontrato alla stazione!» Camillo annuì. «Camillo ma se un uomo bacia un altro uomo vestito donna, è gay?» chiese la ragazza. Pamela notò che Camillo era in difficoltà e troncò il discorso. Ad un certo punto il cunicolo si allargò, sulla parete destra c’era una porta. Poi sentirono urlare. «Alt, fermi, non fate un altro passo! Fermi, qualificatevi!». I ragazzi rabbrividirono. Da lontano videro splendere una stella d’oro sul braccio di un soldato. «Sono l’uomo delle fogne, sto pulendo le fogne!» disse Camillo. «Nessuno può pulire le fogne senza il mio permesso!» «Oh… pensavo che dovessi ascoltare quello che mi ha detto il soldato con il blasone d’oro!» «Il Generale? È stato il Generale a ordinarglielo?» chiese il soldato. «Sì!» «Ok, ma si sbrighi!» disse il soldato. Poi videro il soldato e il travestito passare ad un palmo da loro che correvano per non farsi scorgere dal soldato con la stella d’oro. «Grande, l’hanno bevuta, hanno creduto davvero che eri l’uomo delle fogne e che te l’avesse ordinato il generale!» disse Pamela a Camillo. Restarono soli, entrarono nella porta sul muro, c’era una scalinata e si ritrovarono sulla riva di un fiumiciattolo, sotto un ponte. Costeggiarono il torrente fino ad uno stagno, lì abbandonarono il corso d’acqua e si inoltrarono in aperta campagna.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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