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Posts by Claudio Cutolo

Il custode del Luna Park, un nuovo amico

Capitolo 14 – Il custode del Luna Park, un nuovo amico Il custode entrò in una baracca. Era composta da due stanze, in una c’era un letto, nell’altra c’era una credenza di legno dipinta di verde. Sopra vi erano poggiate delle confezioni di cioccolata. Al centro c’era un tavolo di legno, una panca, e due sedie, poi in un angolo un divanetto. I ragazzi si sedettero al tavolo. Alle finestre c’erano le tendine, che facevano filtrare poca luce. I ragazzi si guardavano intorno, mentre lui preparava della cioccolata calda utilizzando pezzi di cioccolata e acqua, invece del latte e del cacao. Prese dei cornetti e si sedette e offrì cioccolata e cornetti ai ragazzi. «La pioggia, tanta verrà giù!» Disse guardando la finestra. «È il custode…» spiegò Camillo a Pamela, «…di tutte le giostre, le ripara anche!» L’uomo continuava a guardare la finestra. Quando finirono di mangiare e bere prese dalla credenza delle caramelle gommose. Prese due pezzi per lui ed il resto lo diede ai ragazzi. «Il treno!» disse uscendo dalla baracca «… il treno, chi non ce l'ha non può farci un giro!» I ragazzi lo seguirono mangiando caramelle gommose. Si avvicinarono alla locomotiva, era blu con due strisce gialle laterali, alta quanto Camillo. Pamela era titubante a causa dell’incidente avvenuto qualche ora prima alla stazione, ma accettò volentieri, visto che a guidare sarebbe stato un adulto. Il custode spostò la locomotiva a mano fino ai vagoni, li agganciò e poi salì e si mise alla guida. I due ragazzi sedettero sul primo vagone subito dopo la locomotiva. Ogni vagone era di un colore diverso, quasi a formare un arcobaleno. Il treno stentò a partire, Pamela si irrigidì e chiese se fosse tutto a posto. «Era ferma da molto tempo!» spiegò Camillo per rassicurarla. Cominciò il viaggio e Pamela si tranquillizzò. I ragazzi osservavano il Luna Park e gli sembrava di essere nel paese delle meraviglie. Camillo si immaginò un viaggio insieme a Pamela e ogni tanto, mentre passavano tra una giostra e l’altra, dava un’occhiata alla compagna di viaggio. Ma Pamela era rapita da tutto quello che vedeva intorno a lei, era in estasi. Fino ad un giorno prima non sapeva cosa fosse la serenità, e ora, addirittura, assaporava la felicità, una contraddizione visto che da qualche parte, nascosto, forse nemmeno tanto lontano, c'era il mostro, c'era Dabby Dan. Il cielo buio sovrastava immenso il Luna Park, ma lei era talmente felice che avrebbe potuto piangere dall’emozione, un vortice di sensazioni che l’avvolgevano e l’abbracciavano. Tutto era bello, tutto era immensamente meraviglioso. Ed incominciò a volare, libera, volteggiando velocemente, per poi capitombolare su nuvole soffici che la cullavano, mentre intorno al loro il mondo era avvolto da una musica dolcissima che faceva da ninna nanna. E anche lei, in quel momento, sperò che la gente non uscisse più dalle case, che potessero restare per sempre solo lei, Camillo, il Custode del Luna Park ed il treno. Ma se è vero che i pensieri vagano da soli, ed è impossibile tenerli a freno perché liberi e indipendenti, è altrettanto vero che anche il risveglio non si può trattenere, ed in un istante la riportarono alla realtà, in modo brusco, con uno scossone e di colpo si destò. Il treno era uscito dal Luna Park. Il custode guidava tranquillo tra le strade deserte della città. Destreggiandosi tra le auto lasciate in maniera disordinata. Pamela guardò Camillo preoccupata. «Ma si può uscire dal Luna Park?» «Normalmente penso di no. Ma non c’è nessuno in giro!» Lo sguardo di Camillo fu attratto da un’ombra nera nascosta dietro un pilastro dei porticati dove c’erano i negozi. Fu scosso da un brivido, cercò, però, di non darlo a vedere a Pamela. L’ombra si spostava di pilastro in pilastro. Li stava seguendo. «Stai calma!» «Sono calma!» «Stai calma, devo dirti una cosa!» La ragazza si fece seria. «C’è Dabby Dan!» Non fece in tempo a finire la frase che la sua amica incominciò a piangere. In silenzio. Le lacrime le solcavano il viso. Era terrorizzata. Non riusciva a muoversi. Camillo pensò un modo per dirlo al custode, ma la paura prese il sopravvento. «Dabby Dan!» urlò con quanto fiato avesse nei polmoni. Il custode si voltò a guardarlo di scatto. «È là, dietro quei pilastri sotto i porticati!» disse Camillo agitato. Il custode guardò sotto i porticati, lo vide. Fermò di colpo il treno. Poi, invece di fuggire invertì il senso di marcia e diresse il treno verso i porticati. Camillo e Pamela incominciarono ad urlare. «Noooo, che fai… ci mangerà vivi!» Ma il custode nemmeno li ascoltò. Il treno si fermò vicino ai porticati. Camillo prese la mano di Pamela e l’aiutò a saltare ed incominciarono a correre lontano. L’uomo nero scappò ed il custode incominciò ad inseguirlo a piedi lasciando il treno incustodito. I due ragazzi giunsero a debita distanza e si nascosero dietro un’auto in sosta. «Ma cosa fa è pazzo?» urlò Camillo. «Camillo scappiamo!» «Ma dobbiamo avvertirlo. Forse non sa che quello è Dabby Dan!» Ma ormai si erano persi in lontananza. I ragazzi restarono di nuovo da soli. Si diressero in fretta verso il lato opposto in cui erano andati Dabby Dan e il custode. Si ritrovarono nei pressi del negozio di elettrodomestici dove Camillo aveva appreso della fuga di Dabby Dan. Il ragazzo entrò seguito a ruota da Pamela che non capiva che cosa stesses facendo ma era ancora scossa e non osava chiedere. Camillo camminava veloce tra i corridoi degli scaffali, sembrava cercasse qualcosa in particolare. Giunsero al reparto fotocamere digitali. Il ragazzo storse il muso; non era quello che cercava. Poi alzò lo sguardo e notò qualcosa su uno scaffale in alto, era una di quelle macchine fotografiche professionali, con un lungo obiettivo. Camillo la prese, la esaminò facendo uscir l’obbiettivo che si allungò del doppio della lunghezza dell’apparecchio. Tirò Pamela per il braccio e si avviarono verso l'uscita. «Camillo ma questo è un furto, hai visto quanto costa? Sono più di mille euro!» «Ci serve!» «Devi fare un book fotografico a Dabby Dan?» chiese caustica. Ma Camillo non capì il sarcasmo. «No. Mi serve per un’altra cosa. Quando tutto sarà finito la restituirò!» Prima di uscire Camillo si guardò intorno con circospezione.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Il Luna Park

Capitolo 13 – Il Luna Park Si trovarono davanti ad un Luna Park itinerante, in funzione. Le luci accese formavano un caleidoscopio di colori che scintillavano nel cielo ormai quasi buio. Ma il Luna Park era completamente vuoto, non c’era nessuno. Pamela era al settimo cielo. Non c'era il bigliettaio ed entrarono senza pagare. La ragazzina sgranò gli occhi e spalancò la bocca. Si guardava intorno imbambolata. Camillo cercò di fare l’adulto dicendo che erano giochi da bambini piccoli, ma Pamela manco lo ascoltava. «Ma non hai mai visto una giostra?» chiese lui con spocchia. Ma il fievole “no” di Pamela lo zittì. La vita della sua compagna di viaggio non doveva essere stata per niente facile se non aveva mai visto le giostre. Era la giostra dei cavalli ad attirare maggiormente lo sguardo della fanciulla, così Camillo, per rimediare all'antipatia mostrata poco prima, la invitò a salire. Pamela quasi non credeva alle sue orecchie: davvero ci si poteva salire sopra? Non se lo fece ripetere due volte e senza mostrare la benché minima paura per la giostra in movimento balzò su un cavallo bianco ed incominciò a cavalcarlo con i suoi lunghi capelli color rame che mossi dal vento sembravano fiamme incandescenti. Aveva gli occhi lucidi che facevano a botte con il sorriso della bocca. Era la prima volta che Camillo la vedeva sorridere in quel modo, era spensierata, distratta, felice. E fu in quel preciso istante che comprese di essersi innamorato, se fu in quello stesso istante che sperò che Dabby Dan non venisse mai arrestato e che la gente restasse per sempre chiusa nelle proprie case. Non aveva mai avuto una ragazza, e neanche pensava di piacergli alle ragazze; un po' a causa del suo fisico un po' rotondetto, un po' perché pensava di essere poco attraente. Era alto per la sua età, ma era comunque molto in carne e i ragazzi lo prendevano in giro. Le ragazze invece non lo prendevano mai in giro, anzi, risultava loro molto simpatico e alcune lo sceglievano come amico. E lui si era così abituato a fare l’amico che non pretendeva mai niente di più, ma forse a quattordici anni non si poteva pretendere di più. Mentre Pamela girava, Camillo notò un signore che stava aggiustando una delle giostre. Diede un’occhiata a Pamela che stava dondolando felice e si mosse verso l’uomo. Stava armeggiando intorno ad una locomotiva. Poco distante c’erano anche le carrozze, ognuna di esse era piccola con quattro posti a sedere, aperta ai lati. «Tu non sei scappato come tutti gli altri?» L’uomo restò impassibile, fece un leggero diniego mentre continuava a lavorare. «Non hai sentito del mostro?» L’uomo fece ancora segno di no con il capo, mentre continuava ad aggiustare. «Allora stai attento, dicono che mangia i bambini!» L’uomo non rispose. «Sei il custode?» L’uomo fece di sì con il capo. «Wow, il tuo sì che è un bel lavoro. Vorrei poterlo fare io. Anzi no, vorrei fare il collaudatore di giostre!» L’uomo lo guardò perplesso con lo sguardo interrogativo. «Beh… quando si costruiscono le giostre non c’è qualcuno che le prova per dire se sono divertenti? Come fanno a sapere se una giostra piace o no?» chiese il ragazzo. L’uomo era alto poco più di un bambino, grassottello, con una criniera elettrizzata sulla testa. Vestiva in maniera trasandata, sembrava fosse andato a dormire con i vestiti. Pamela si avvicinò in silenzio. «Vado a mangiare, ho fame. Chi fame ha, viene a mangiare con me!» I due ragazzi si guardarono. «Camillo ci possiamo fidare?» Camillo alzò le spalle. Poi lo seguirono.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Il mostro

Capitolo 12 – Il mostro Camillo osservò spostando solo le orbite degli occhi, poi la esortò ad alzarsi e si rintanarono nel bar. L’uomo non li aveva visti, si nascosero e lo spiarono da dietro le vetrine. La figura si avvicinò. Era vestito di nero, nero dalla testa ai piedi. Aveva il viso scarno e bianco. Era alto ricurvo sulla schiena. Le punte delle labbra rivolte verso il basso gli davano un’espressione malvagia. Gli occhi spiritati e rossi ne facevano la persona più spaventosa che ragazzi avessero mai visto. Ma la cosa più raccapricciante era che in mano aveva un lungo coltello. Pamela strinse forte la mano di Camillo, tremava come una foglia. Era talmente terrorizzata e paralizzata che non ebbe nemmeno la forza di piangere. Camillo venne meno nelle gambe, dovette fare uno sforzo immane per non svenire. «È più orribile di quanto io potessi immaginare!» disse Camillo quando si riprese. «Sarà meglio cercare un posto sicuro dove nascondersi!». L’uomo in nero si allontanò, i ragazzi uscirono guardinghi, camminavano rasentando i muri. Dovevano trovare un rifugio quanto prima. Mentre erano intenti nella loro ardua ricerca di un rifugio adatto alle loro esigenze, soprattutto alle loro paure, sentirono della musica. Corsero come dannati seguendo quella melodia armoniosa e ritmata, per raggiungere il luogo da cui proveniva: forse la gente stava ritornando per le strade? Il pericolo era scampato? Dabby Dan era stato catturato e ora stavano festeggiando?   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Una strana donna

Capitolo 11 - Una strana donna Stavano per riprendere il cammino quando sentirono una voce. Sembrava di donna. Cantava una canzone. Si mossero quatti quatti verso la voce, veniva dalla sala della biglietteria. Era una donna alta, bionda, gonna molto corta di pelle rossa, calze a rete nere, tacchi a spillo bianchi, camicetta bianca che lasciava intravedere un po’ di seno. I ragazzi si avvicinarono con prudenza mentre lei era intenta a rovistare in una valigia. Dovette sentire il rumore dei passi perché prima sollevò di scatto la testa, poi saltò su se stessa rimettendosi in piedi e le uscì un grido stridulo che si amplificò nella biglietteria. «Ragazzi!!! Mi avete spaventata, pensavo fosse qualche poliziotto!» «No siamo solo ragazzi rimasti fuori casa!» disse Camillo per tranquillizzarla. Continuò a rovistare nella valigia dalla quale estrasse una camicetta. La guardò con attenzione e fece uno sguardo soddisfatto prima di infilarla nella sua borsa. «Sapete… lo so che non è giusto rovistare nelle valigie, ma tanto le padrone chissà quando verranno a prendersele!» I due ragazzi erano ormai ad un palmo da lei, Pamela la studiò attentamente, poi urlò: «CAMILLO È UN UOMO VESTITO DA DONNA, È DABBY DAN, IL MOSTROOO!!!» Urlò la ragazzina spaventata. Camillo fu scosso da un brivido e venne meno nelle gambe, divenne bianco come un lenzuolo lavato con la candeggina, rifletté se scappare o se cercare di parlargli. L’uomo vestito da donna si voltò di scatto a guardare dietro di sé per vedere se ci fosse il mostro, ma non vide nessuno, poi si raddrizzò inarcò la schiena: aveva compreso che Pamela si riferiva a lei. Si poggiò una mano sul fianco e guardò Pamela con sufficienza. «Dabby Dan? Io? Una donna bella come me?» Mosse il capo all’indietro per far muovere i capelli. Camillo riprese colore ma Pamela continuò a stringergli il braccio. Poi il travestito li guardò con pietà, si girò e se ne andò. «Mocciosi… se avete così paura del mostro statevene a casa, che puzzate ancora di latte!» e fece per andarsene. Poi si girò di scatto con il fuoco negli occhi, fece il verso di un leone facendo finta di inseguirli. I ragazzi sobbalzarono dallo spavento e corsero via mentre il travestito continuò a rovistare nelle valige ridendo. Si ritrovarono di nuovo per strada. «Camillo perché un uomo si veste da donna?» «Non lo so, alcuni lo fanno per soldi. Però una che conosco, che incontravo spesso, mi ha detto che molti di loro sono donne che nascono in un corpo maschile! Mi diceva che non aveva scelto lei di essere così, lo era e basta!». Decisero che la stazione non faceva al caso loro, troppe emozioni, emozioni forti, troppo forti, mentre fuori si sentivano liberi e al sicuro. In strada non c’era anima viva, eppure ormai si sentivano parte di quella desolazione che regnava implacabile. Camillo poi, aveva l’illusione che facendo parte di quei pochi rimasti in giro, fosse un esperto di quel mondo. Si sentiva un uomo di strada navigato, quasi potesse affrontare qualsiasi situazione, anche la più difficile, la più pericolosa, la più insormontabile, dimenticando che pochi minuti prima, davanti al travestito, stava venendo meno nelle gambe. Il sole stava indossando il pigiama, tra qualche ora sarebbe calato il buio, dovevano trovare assolutamente un posto per dormire. «Camillo io ho bisogno di un posto dove potermi lavare e cambiarmi… almeno…!» Disse la piccola imbarazzata. Camillo annuì, affrettandosi a precisare che anche lui doveva cambiarsi, non tanto perché ne sentisse davvero il bisogno, ma perché non voleva fare brutta figura con la ragazzina, una ragazzina che oltretutto considerava carina, molto carina. Entrarono in un negozio di abbigliamento e presero tutto il necessario. Pamela prese anche un paio di vestitini eleganti, così da potersi togliere, finalmente, quella orribile divisa verde e arancione del Prosperitano. Infine prese un cappottino blu. Camillo oltre l’intimo si accontentò di un giubbotto caldo. La cassa era aperta e piena di soldi di carta. Pamela lo fece notare a Camillo, che però si offese. «Non sono un ladro. I vestiti li prendiamo per necessità, ma i soldi no! Lupin prende tutto, noi solo il necessario!» Pamela si mortificò per la risposta brutale dell’amico, non aveva nessuna intenzione di prendere i soldi, né voleva li prendesse Camillo, voleva solo far notare fino a che punto la gente era scappata impaurita, ma non ebbe la forza di replicare, e lasciò cadere cadere il discorso nonostante il disagio. Si sedettero ai tavolini di un bar. Camillo prese due bibite frizzanti e dei biscotti. «Dobbiamo solo trovare un posto per dormire!» «Camillo… c’è un signore…!» disse Pamela.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Un pazzesco giro in treno

Capitolo 10 - Un pazzesco giro in treno Erano affamati, entrarono in un fast-food dove trovarono ancora delle frittelle del giorno prima ma ancora commestibili. Si sedettero al tavolino e Camillo nella cucina trovò due bicchieri a forma di calice, ci versò dentro una bevanda gassata e brindarono come se fosse stato champagne. «Che facciamo ora?» Chiese Pamela. «Dovremmo incominciare a trovare un posto per stanotte!». Pamela avrebbe preferito ritornare nel negozio dove avevano pernottato, ma Camillo le spiegò che era rischioso. «Stiamo all’erta, forse riusciamo a trovare qualcun altro oltre Lupin, qualcuno più… più normale, che magari ci ospita a casa sua fin quando non sarà finita questa storia!» Pamela si fece cupa. Per lei la fine di quella storia avrebbe significato il ritorno all’inferno: il Prosperitano. Non disse una parola ma Camillo dovette carpire qualcosa perché corresse subito il tiro. «Anche se non penso che finirà subito!» e lei sorrise. Ricominciarono a camminare, girovagarono fin quando non giunsero alla stazione centrale. Era sconvolgente quanta paura avesse la gente di Dabby Dan, nella fretta di darsela a gambe avevano abbandonato tutto ciò che avrebbe potuto ostacolare la loro fuga. La stazione era una parata di borse e valigie sparse dovunque: nella biglietteria, vicino ai binari, sulle panchine e nella sala d’attesa. Era un tesoro per ladri e borseggiatori, ma di ladri e borseggiatori, fatta eccezione di Lupin “insomma”, non ce n’era neanche l’ombra. C’era una tale desolazione che i ragazzi furono presi da angoscia. Per strada era diventato quasi normale non vedere nessuno, ma nella stazione era tutto così strano, così insolito, era tutto fastidiosamente statico. I treni erano come paralizzati, non sembravano sostare, sembravano fermati da un incantesimo. I convogli si erano fermati per una breve sosta, i passeggeri sarebbero scesi, altri sarebbero saliti, e il treno sarebbe risalito, ma invece restarono lì, vuoti, immobili, come morti. Camillo saltò su una vettura ed entrò nella cabina pilotaggio da dove incominciò a salutare dal finestrino. Pamela si guardò intorno e dopo qualche secondo saltò su, non ne aveva una gran voglia, ma aveva più paura a restare giù, da sola. In cabina di pilotaggio chiese a Camillo dove fosse il volante, il ragazzo la fissò incredulo, poi le spiegò che i treni non avevano ruote che giravano, ma che procedevano dritte sulle rotaie. I treni acceleravano e rallentavano ma non giravano, le spiegò. Pamela non era certa della spiegazione e lo guardò titubante. Camillo incominciò ad urlare. «Ultima chiamata! Salite in carrozza! Treno proveniente da Milano e diretto in Australia è in partenza dal settimo binario!» Quello che Camillo non immaginava era che i macchinisti erano saltati giù dai treni appena appresa la notizia di Dabby Dan e, scappando, non si erano preoccupati di spegnere i motori e quando il ragazzo, per gioco, tirò la leva verso di lui il treno incominciò a muoversi in retromarcia. Pamela sbiancò. Camillo restò qualche secondo disorientato, poi d’istinto spostò la leva di nuovo in avanti e il treno invertì direzione di marcia, ma prese troppa velocità ed andò a sbattere vicino al binario tronco. L’urto fu talmente forte che i due ragazzi furono catapultati per terra. Si alzarono in fretta e furia. Il treno tremava poiché era rimasto in accelerazione e la trazione spingeva verso il paraurti del binario tronco che ne bloccava la corsa. Camillo cercò di tirare la leva verso il centro e fermare tutto ma la leva era bloccata e facendo forza la tirò ancora all’indietro e di nuovo il treno ripartì a retromarcia. Provò un'altra volta a spostarla verso il centro ma era completamente bloccata e anche con tutta la forza non riuscì a spostarla. «Giù dal treno!!!» urlò con tutto il fiato che aveva. Corsero verso le porte ma si erano chiuse. Pamela scoppiò a piangere. Camillo premette il pulsante per aprire le porte ma non accadde nulla. Poi guardò le porte dall’alto in basso e poi da destra a sinistra, c’erano le leve di emergenza per l’apertura delle porte, le afferrò con le due mani facendo pressione verso i latti opposti, finalmente le porte si aprirono ma il treno marciava troppo veloce per saltare giù. Cercò poi il freno di emergenza, lo trovò e lo tirò con tutte le forze che aveva, il treno rallentò senza fermarsi ma acquistò una velocità moderata tale da permettergli di saltare giù. Camillo prese la mano di Pamela che però la ritrasse. La guardò serio e le disse con lo sguardo supplichevole che dovevano saltare. Pamela si fece coraggio e saltò da sola, seguita a ruota da Camillo. Caddero sull’ultimo tratto della banchina. Si rialzarono tastandosi per constatare se fossero ancora interi. Pamela era bianca come un cadavere, poi pian piano incominciò a prendere colore. Stranamente, però, invece di riprendere il suo colore naturale, diventava sempre più rossa, fino a diventare viola. Camillo pensò che stesse per prendere fuoco. «MA SEI IMPAZZITO? CHE RAZZA DI GIOCHI SCEMI FAI? LO SAI CHE POTEVAMO MORIRE?» urlò con rabbia. «Non l’ho fatto a posta, mi dispiace, non volevo spaventarti!». Pamela smise di urlare ma continuò a mugugnare per un po’. Il treno era diventato un treno fantasma, proseguì la sua corsa, lo seguirono con lo sguardo fino a quando non diventò un minuscolo puntino che si perse all’orizzonte. Non ebbero il coraggio di chiedersi quando e dove si sarebbe fermato, semmai si fosse fermato. Forse avrebbe fatto il giro del mondo, o forse in qualche parte del mondo la gente non era scappata e lo avrebbero visto arrivare e lo avrebbero salutato con la mano e il treno, per ringraziare si sarebbe fermato, avrebbe fatto un inchino e sarebbe ripartito. Perlomeno, a Pamela piaceva pensarla così. Ritornarono alla stazione dove accadde un fatto misterioso: molte delle valigie che i passeggeri impauriti avevano lasciato incustodite erano aperte e saccheggiate. Accanto ad esse, sparpagliati per terra, abiti da donna, trucchi, calze, reggiseni. I due ragazzi restarono immobili trattenendo il fiato. Scrutavano intorno circospetti. Non un suono uscì dalla loro bocca. Indietreggiarono di qualche passo camminando sulle punte. Si nascosero dietro un pilastro. «Pensi sia stato lui?» «Forse Lupin!» disse Camillo senza troppa convinzione.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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