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Posts by Claudio Cutolo

Il mostro

Capitolo 12 – Il mostro Camillo osservò spostando solo le orbite degli occhi, poi la esortò ad alzarsi e si rintanarono nel bar. L’uomo non li aveva visti, si nascosero e lo spiarono da dietro le vetrine. La figura si avvicinò. Era vestito di nero, nero dalla testa ai piedi. Aveva il viso scarno e bianco. Era alto ricurvo sulla schiena. Le punte delle labbra rivolte verso il basso gli davano un’espressione malvagia. Gli occhi spiritati e rossi ne facevano la persona più spaventosa che ragazzi avessero mai visto. Ma la cosa più raccapricciante era che in mano aveva un lungo coltello. Pamela strinse forte la mano di Camillo, tremava come una foglia. Era talmente terrorizzata e paralizzata che non ebbe nemmeno la forza di piangere. Camillo venne meno nelle gambe, dovette fare uno sforzo immane per non svenire. «È più orribile di quanto io potessi immaginare!» disse Camillo quando si riprese. «Sarà meglio cercare un posto sicuro dove nascondersi!». L’uomo in nero si allontanò, i ragazzi uscirono guardinghi, camminavano rasentando i muri. Dovevano trovare un rifugio quanto prima. Mentre erano intenti nella loro ardua ricerca di un rifugio adatto alle loro esigenze, soprattutto alle loro paure, sentirono della musica. Corsero come dannati seguendo quella melodia armoniosa e ritmata, per raggiungere il luogo da cui proveniva: forse la gente stava ritornando per le strade? Il pericolo era scampato? Dabby Dan era stato catturato e ora stavano festeggiando?   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Una strana donna

Capitolo 11 - Una strana donna Stavano per riprendere il cammino quando sentirono una voce. Sembrava di donna. Cantava una canzone. Si mossero quatti quatti verso la voce, veniva dalla sala della biglietteria. Era una donna alta, bionda, gonna molto corta di pelle rossa, calze a rete nere, tacchi a spillo bianchi, camicetta bianca che lasciava intravedere un po’ di seno. I ragazzi si avvicinarono con prudenza mentre lei era intenta a rovistare in una valigia. Dovette sentire il rumore dei passi perché prima sollevò di scatto la testa, poi saltò su se stessa rimettendosi in piedi e le uscì un grido stridulo che si amplificò nella biglietteria. «Ragazzi!!! Mi avete spaventata, pensavo fosse qualche poliziotto!» «No siamo solo ragazzi rimasti fuori casa!» disse Camillo per tranquillizzarla. Continuò a rovistare nella valigia dalla quale estrasse una camicetta. La guardò con attenzione e fece uno sguardo soddisfatto prima di infilarla nella sua borsa. «Sapete… lo so che non è giusto rovistare nelle valigie, ma tanto le padrone chissà quando verranno a prendersele!» I due ragazzi erano ormai ad un palmo da lei, Pamela la studiò attentamente, poi urlò: «CAMILLO È UN UOMO VESTITO DA DONNA, È DABBY DAN, IL MOSTROOO!!!» Urlò la ragazzina spaventata. Camillo fu scosso da un brivido e venne meno nelle gambe, divenne bianco come un lenzuolo lavato con la candeggina, rifletté se scappare o se cercare di parlargli. L’uomo vestito da donna si voltò di scatto a guardare dietro di sé per vedere se ci fosse il mostro, ma non vide nessuno, poi si raddrizzò inarcò la schiena: aveva compreso che Pamela si riferiva a lei. Si poggiò una mano sul fianco e guardò Pamela con sufficienza. «Dabby Dan? Io? Una donna bella come me?» Mosse il capo all’indietro per far muovere i capelli. Camillo riprese colore ma Pamela continuò a stringergli il braccio. Poi il travestito li guardò con pietà, si girò e se ne andò. «Mocciosi… se avete così paura del mostro statevene a casa, che puzzate ancora di latte!» e fece per andarsene. Poi si girò di scatto con il fuoco negli occhi, fece il verso di un leone facendo finta di inseguirli. I ragazzi sobbalzarono dallo spavento e corsero via mentre il travestito continuò a rovistare nelle valige ridendo. Si ritrovarono di nuovo per strada. «Camillo perché un uomo si veste da donna?» «Non lo so, alcuni lo fanno per soldi. Però una che conosco, che incontravo spesso, mi ha detto che molti di loro sono donne che nascono in un corpo maschile! Mi diceva che non aveva scelto lei di essere così, lo era e basta!». Decisero che la stazione non faceva al caso loro, troppe emozioni, emozioni forti, troppo forti, mentre fuori si sentivano liberi e al sicuro. In strada non c’era anima viva, eppure ormai si sentivano parte di quella desolazione che regnava implacabile. Camillo poi, aveva l’illusione che facendo parte di quei pochi rimasti in giro, fosse un esperto di quel mondo. Si sentiva un uomo di strada navigato, quasi potesse affrontare qualsiasi situazione, anche la più difficile, la più pericolosa, la più insormontabile, dimenticando che pochi minuti prima, davanti al travestito, stava venendo meno nelle gambe. Il sole stava indossando il pigiama, tra qualche ora sarebbe calato il buio, dovevano trovare assolutamente un posto per dormire. «Camillo io ho bisogno di un posto dove potermi lavare e cambiarmi… almeno…!» Disse la piccola imbarazzata. Camillo annuì, affrettandosi a precisare che anche lui doveva cambiarsi, non tanto perché ne sentisse davvero il bisogno, ma perché non voleva fare brutta figura con la ragazzina, una ragazzina che oltretutto considerava carina, molto carina. Entrarono in un negozio di abbigliamento e presero tutto il necessario. Pamela prese anche un paio di vestitini eleganti, così da potersi togliere, finalmente, quella orribile divisa verde e arancione del Prosperitano. Infine prese un cappottino blu. Camillo oltre l’intimo si accontentò di un giubbotto caldo. La cassa era aperta e piena di soldi di carta. Pamela lo fece notare a Camillo, che però si offese. «Non sono un ladro. I vestiti li prendiamo per necessità, ma i soldi no! Lupin prende tutto, noi solo il necessario!» Pamela si mortificò per la risposta brutale dell’amico, non aveva nessuna intenzione di prendere i soldi, né voleva li prendesse Camillo, voleva solo far notare fino a che punto la gente era scappata impaurita, ma non ebbe la forza di replicare, e lasciò cadere cadere il discorso nonostante il disagio. Si sedettero ai tavolini di un bar. Camillo prese due bibite frizzanti e dei biscotti. «Dobbiamo solo trovare un posto per dormire!» «Camillo… c’è un signore…!» disse Pamela.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Un pazzesco giro in treno

Capitolo 10 - Un pazzesco giro in treno Erano affamati, entrarono in un fast-food dove trovarono ancora delle frittelle del giorno prima ma ancora commestibili. Si sedettero al tavolino e Camillo nella cucina trovò due bicchieri a forma di calice, ci versò dentro una bevanda gassata e brindarono come se fosse stato champagne. «Che facciamo ora?» Chiese Pamela. «Dovremmo incominciare a trovare un posto per stanotte!». Pamela avrebbe preferito ritornare nel negozio dove avevano pernottato, ma Camillo le spiegò che era rischioso. «Stiamo all’erta, forse riusciamo a trovare qualcun altro oltre Lupin, qualcuno più… più normale, che magari ci ospita a casa sua fin quando non sarà finita questa storia!» Pamela si fece cupa. Per lei la fine di quella storia avrebbe significato il ritorno all’inferno: il Prosperitano. Non disse una parola ma Camillo dovette carpire qualcosa perché corresse subito il tiro. «Anche se non penso che finirà subito!» e lei sorrise. Ricominciarono a camminare, girovagarono fin quando non giunsero alla stazione centrale. Era sconvolgente quanta paura avesse la gente di Dabby Dan, nella fretta di darsela a gambe avevano abbandonato tutto ciò che avrebbe potuto ostacolare la loro fuga. La stazione era una parata di borse e valigie sparse dovunque: nella biglietteria, vicino ai binari, sulle panchine e nella sala d’attesa. Era un tesoro per ladri e borseggiatori, ma di ladri e borseggiatori, fatta eccezione di Lupin “insomma”, non ce n’era neanche l’ombra. C’era una tale desolazione che i ragazzi furono presi da angoscia. Per strada era diventato quasi normale non vedere nessuno, ma nella stazione era tutto così strano, così insolito, era tutto fastidiosamente statico. I treni erano come paralizzati, non sembravano sostare, sembravano fermati da un incantesimo. I convogli si erano fermati per una breve sosta, i passeggeri sarebbero scesi, altri sarebbero saliti, e il treno sarebbe risalito, ma invece restarono lì, vuoti, immobili, come morti. Camillo saltò su una vettura ed entrò nella cabina pilotaggio da dove incominciò a salutare dal finestrino. Pamela si guardò intorno e dopo qualche secondo saltò su, non ne aveva una gran voglia, ma aveva più paura a restare giù, da sola. In cabina di pilotaggio chiese a Camillo dove fosse il volante, il ragazzo la fissò incredulo, poi le spiegò che i treni non avevano ruote che giravano, ma che procedevano dritte sulle rotaie. I treni acceleravano e rallentavano ma non giravano, le spiegò. Pamela non era certa della spiegazione e lo guardò titubante. Camillo incominciò ad urlare. «Ultima chiamata! Salite in carrozza! Treno proveniente da Milano e diretto in Australia è in partenza dal settimo binario!» Quello che Camillo non immaginava era che i macchinisti erano saltati giù dai treni appena appresa la notizia di Dabby Dan e, scappando, non si erano preoccupati di spegnere i motori e quando il ragazzo, per gioco, tirò la leva verso di lui il treno incominciò a muoversi in retromarcia. Pamela sbiancò. Camillo restò qualche secondo disorientato, poi d’istinto spostò la leva di nuovo in avanti e il treno invertì direzione di marcia, ma prese troppa velocità ed andò a sbattere vicino al binario tronco. L’urto fu talmente forte che i due ragazzi furono catapultati per terra. Si alzarono in fretta e furia. Il treno tremava poiché era rimasto in accelerazione e la trazione spingeva verso il paraurti del binario tronco che ne bloccava la corsa. Camillo cercò di tirare la leva verso il centro e fermare tutto ma la leva era bloccata e facendo forza la tirò ancora all’indietro e di nuovo il treno ripartì a retromarcia. Provò un'altra volta a spostarla verso il centro ma era completamente bloccata e anche con tutta la forza non riuscì a spostarla. «Giù dal treno!!!» urlò con tutto il fiato che aveva. Corsero verso le porte ma si erano chiuse. Pamela scoppiò a piangere. Camillo premette il pulsante per aprire le porte ma non accadde nulla. Poi guardò le porte dall’alto in basso e poi da destra a sinistra, c’erano le leve di emergenza per l’apertura delle porte, le afferrò con le due mani facendo pressione verso i latti opposti, finalmente le porte si aprirono ma il treno marciava troppo veloce per saltare giù. Cercò poi il freno di emergenza, lo trovò e lo tirò con tutte le forze che aveva, il treno rallentò senza fermarsi ma acquistò una velocità moderata tale da permettergli di saltare giù. Camillo prese la mano di Pamela che però la ritrasse. La guardò serio e le disse con lo sguardo supplichevole che dovevano saltare. Pamela si fece coraggio e saltò da sola, seguita a ruota da Camillo. Caddero sull’ultimo tratto della banchina. Si rialzarono tastandosi per constatare se fossero ancora interi. Pamela era bianca come un cadavere, poi pian piano incominciò a prendere colore. Stranamente, però, invece di riprendere il suo colore naturale, diventava sempre più rossa, fino a diventare viola. Camillo pensò che stesse per prendere fuoco. «MA SEI IMPAZZITO? CHE RAZZA DI GIOCHI SCEMI FAI? LO SAI CHE POTEVAMO MORIRE?» urlò con rabbia. «Non l’ho fatto a posta, mi dispiace, non volevo spaventarti!». Pamela smise di urlare ma continuò a mugugnare per un po’. Il treno era diventato un treno fantasma, proseguì la sua corsa, lo seguirono con lo sguardo fino a quando non diventò un minuscolo puntino che si perse all’orizzonte. Non ebbero il coraggio di chiedersi quando e dove si sarebbe fermato, semmai si fosse fermato. Forse avrebbe fatto il giro del mondo, o forse in qualche parte del mondo la gente non era scappata e lo avrebbero visto arrivare e lo avrebbero salutato con la mano e il treno, per ringraziare si sarebbe fermato, avrebbe fatto un inchino e sarebbe ripartito. Perlomeno, a Pamela piaceva pensarla così. Ritornarono alla stazione dove accadde un fatto misterioso: molte delle valigie che i passeggeri impauriti avevano lasciato incustodite erano aperte e saccheggiate. Accanto ad esse, sparpagliati per terra, abiti da donna, trucchi, calze, reggiseni. I due ragazzi restarono immobili trattenendo il fiato. Scrutavano intorno circospetti. Non un suono uscì dalla loro bocca. Indietreggiarono di qualche passo camminando sulle punte. Si nascosero dietro un pilastro. «Pensi sia stato lui?» «Forse Lupin!» disse Camillo senza troppa convinzione.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Incontro con Lupin

Capitolo 9 - Incontro con Lupin Erano seduti per riposare ai tavolini di un bar quando videro un giovane uomo che camminava nervosamente guardandosi intorno come se cercasse qualcuno. I ragazzi si spaventarono. Pamela vide Camillo tirar fuori un coltello e si irrigidì. «Che vuoi fare? Sei pazzo?» «È Dabby Dan. Io non mi faccio mangiare!» «Ma che ne sai che è lui? E cosa vuoi fare con quel coso? Quello si mangia pure il coltello!» Poi lo sentirono imprecare e urlare. «Dove sei? Dove sei maledetto mostro? Esci fuori che ti devo spezzare le gambine. Vieni qua, infame. Esci fuori! Babbi San dove sei? Ciabbi Fan o come ti chiami, vieni qui bastardo, vieni qua che ti faccio vedere io!» Fino a quel momento non si era accorto della presenza dei nostri amici. Quando il suo sguardo si posò su di loro restò un attimo in silenzio poi urlò verso di loro in modo amichevole. Pamela si spaventò e urlò a Camillo che era meglio scappare. Il giovane uomo si avvicinò ma Camillo restò immobile stringendo il coltello nel pugno, quasi a farsi male. «Hey ma da dove uscite voi due? Non lo sapete che c’è in giro quel bastardo Facci Man? «Dabby Dan!» sottolineò Camillo. «Sì quell’infame. Ma non sapete che si mangia i bambini, insomma?» «Qualcuno dice anche gli adulti!» «È meglio per lui se non mi incontra, ci faccio passare la voglia di vivere, insomma.» I due ragazzi lo guardarono con sufficienza. Era mingherlino ma con una muscolatura nervosa, scuro di carnagione. Vestiva in modo trasandato, con camicia che usciva dai pantaloni. Era alto un palmo più di Camillo. «Sai se c’è qualcun altro oltre a noi?» chiese Camillo. «No no, quell’infame ha fatto scappare tutti, insomma.» Pamela acquistò coraggio. «Perché ce l’hai con lui?» «E quello ha fatto scappare tutti, e io, insomma, non posso lavorare!» «Che lavoro fai? chiesero i ragazzi. «Io… io mi occupo di alta finanza. Cioè faccio la guida turistica, rubo ai turist… ehm… accompagno i turisti in giro. Gli faccio vedere la città, insomma!» Camillo guardò sottecchi dentro il borsone che aveva in terra e notò portafogli, gioielli, borsette. L’uomo se ne accorse. «È roba mia, quando ho saputo di Scanza Ran…» «Dabby Dan.» corresse Pamela. «Eh… quello, Tappo Man. Comunque ho avuto paura che questo si rubava tutta questa roba, mia insomma, e così me la sto portando dietro, per non essere defratato. » «Defra che?» chiese Pamela. «Defra… detafrato, duedafra… che si piglia la mia roba insomma.» «Defraudato!» rispose Pamela boriosa. «Eh… e come sei precisina. Mamma mia, sembri la principessa sul pisello.» Pamela arrossì. «Amico!» disse rivolgendosi a Camillo. «Fai attenzione alla tua fidanzata, questa ti mette sotto i piedi e nemmeno te ne accorgi!». «Non è la mia fidanzata!» si affrettò a rispondere Camillo per non essere preceduto da Pamela, ma diventò rosso come un peperone. Anche Pamela divenne rossa ma per la rabbia. «Comunque io per paura di essere defra… quella cosa là insomma, da Raspo Fan… quello là insomma, mi porto la roba dietro… così non mi ruba!» «Lui… ruba…!» ironizzò Camillo. «E chi se no? Io sono una brava persona, insomma. Questi sono tutti oggetti miei, di casa mia, insomma. Che ho preso per non farli rubare a lui, insomma.» «Comunque noi non abbiamo niente da farci rubare!» affermò Camillo. «Oh… stai calmo, io non rubo ai bambini… cioè… io non rubo proprio, insomma. Quello è Batti Pan che ruba… lui. Io sono bravo. Ma è bene che non avete niente. Così quello non vi ruba, insomma.» «Certo, al massimo ci mangia.» disse Pamela. «Sì, sì, brava, insomma! Mamma mia e quanto è pesante questa! È meglio che me ne vado!». Guardò in lontananza e poi senza rivolgere lo sguardo ai ragazzi incominciò a borbottare. «L’importante è che ci sta la salute, insomma. Ora vi saluto, che ho visto che molta gente ha lasciato le porte delle case aperte… insomma è meglio che gliele vado a chiudere. Ciao… ci vediamo… statevi bene. E salutatemi Lappo Can… con tutte queste porte aperte… quasi quasi mi ha fatto un favore quel Zappo Ban… insomma.» Se ne andò senza guardarli. «Ciao Lupin!» gli urlò ironico Camillo. «È vero… hai ragione…ciao ragazzi, ciao, scusate. Ciao ciao!» parlò seguitando a non guardarli. «Va be’ in fondo è una brava persona!» disse Pamela. «Bravo? Ma Pamela dove vivi?» «Ma se va a chiudere le porte delle case di persone che non conosce per non farle derubare!». «Pamela svegliati! Quello le svaligia le case!» «Ah… oh mio Dio! È per questo l’hai chiamato Lupin, come il famoso ladro?» «Sì… insomma! Direi di sì, insomma!» Pamela scoppiò a ridere. «Sì… direi… insomma!»   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Completamente soli

Capitolo 8 - Completamente soli Ma non c’era nessuno, solo odore di paura. In compenso c’erano i ratti. Si dovevano essere accorti che la città era deserta. Pamela fu presa da paura e nausea. Per fortuna i roditori avevano più paura di loro e si allontanavano velocemente. I ragazzi vagavano per la città senza nemmeno sapere cosa o chi stessero cercando. Camminavano in silenzio, ogni tanto si scambiavano sguardi imbarazzati. Non riuscivano a rompere il ghiaccio, i loro discorsi erano sporadici, brevi e soprattutto banali. Si resero conto che in fondo di giorno, nonostante l’abbandono totale, la città non era poi così male. Di giorno le paure lasciavano il posto ad altre emozioni, come la curiosità, la libertà di poter fare tutto quello che si vuole senza dover dar conto a nessuno e dopo aver vagato per un bel po’, diventò persino divertente girare da soli per la città. E pian piano, complice quell’atmosfera surreale che si andava via via creando, il ghiaccio incominciò a sciogliersi, e la compagnia forzata stava diventando piacevole. Merito soprattutto di Camillo che iniziò a far emergere la propria simpatia, riuscendo anche a far ridere la sua compagna di viaggio. Si ritrovò così nell’insolita veste di guida turistica di una città che conosceva bene, la sua città. «Sulla vostra sinistra potete ammirare il monumento dedicato agli esseri umani che una volta abitavano questo paese. C’erano meccanici, idraulici, maestri, suore…» Pamela gli rivolse uno sguardo minaccioso. «…e… no… di suore non ce ne erano… le avevano buttate tutte nella spazzatura, anzi no, nel letame!» Pamela cominciò a ridere a crepapelle. Era da molto che non si divertiva tanto, quasi non si ricordava come ci si divertiva.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all'indice    

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