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Posts by Claudio Cutolo

Completamente soli

Capitolo 8 - Completamente soli Ma non c’era nessuno, solo odore di paura. In compenso c’erano i ratti. Si dovevano essere accorti che la città era deserta. Pamela fu presa da paura e nausea. Per fortuna i roditori avevano più paura di loro e si allontanavano velocemente. I ragazzi vagavano per la città senza nemmeno sapere cosa o chi stessero cercando. Camminavano in silenzio, ogni tanto si scambiavano sguardi imbarazzati. Non riuscivano a rompere il ghiaccio, i loro discorsi erano sporadici, brevi e soprattutto banali. Si resero conto che in fondo di giorno, nonostante l’abbandono totale, la città non era poi così male. Di giorno le paure lasciavano il posto ad altre emozioni, come la curiosità, la libertà di poter fare tutto quello che si vuole senza dover dar conto a nessuno e dopo aver vagato per un bel po’, diventò persino divertente girare da soli per la città. E pian piano, complice quell’atmosfera surreale che si andava via via creando, il ghiaccio incominciò a sciogliersi, e la compagnia forzata stava diventando piacevole. Merito soprattutto di Camillo che iniziò a far emergere la propria simpatia, riuscendo anche a far ridere la sua compagna di viaggio. Si ritrovò così nell’insolita veste di guida turistica di una città che conosceva bene, la sua città. «Sulla vostra sinistra potete ammirare il monumento dedicato agli esseri umani che una volta abitavano questo paese. C’erano meccanici, idraulici, maestri, suore…» Pamela gli rivolse uno sguardo minaccioso. «…e… no… di suore non ce ne erano… le avevano buttate tutte nella spazzatura, anzi no, nel letame!» Pamela cominciò a ridere a crepapelle. Era da molto che non si divertiva tanto, quasi non si ricordava come ci si divertiva.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all'indice    

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Di nuovo in città

Capitolo 6 - Di nuovo in città La città sembrava ancora più deserta di prima. Continuava a camminare sotto i porticati per la paura. La fame lo portò ad entrare in un negozio, prese un pacco di patatine, una barretta di cioccolato, una scatola di biscotti ed una bottiglia di cola. Infilò tutto nello zaino tranne la busta di patatine. Fu mentre mangiava che vide un’ombra in lontananza. Ebbe un sussulto. Si nascose dietro la porta del negozio sperando di non essere visto. Era terrorizzato. Era il mostro di cui parlavano? L’ombra si avvicinava sempre di più. Il cuore batteva così forte che sembrava un treno, ma un treno che stava per deragliare, pensò che se ci fosse il mostro lì fuori avrebbe sentito il suo battito. Poi l’ombra passò senza fermarsi, era la ragazzina di prima. Sollievo. «Hey!» Disse Camillo. «Aaaahhhh» Urlò Pamela dallo spavento. Si voltò di scatto e quando vide Camillo, incominciò ad urlare come un’isterica. «Ma sei scemo? Ti diverti a fare gli scherzi? Ma bravo, ma come sei divertente!» «Ma io volevo solo… no va be’ scusa!» Camillo le voltò le spalle e si avviò nella direzione opposta. Pamela si calmò. «Aspetta… guarda che lo so del mostro, è vero! Siamo solo io te in città… non c’è proprio nessuno?» Camillo si fermò e restò fermo a guardare per terra. Aveva vergogna di suggerirle che forse sarebbe stato il caso di restare insieme, aveva paura della sua reazione. «No, non c’è nessuno, ti conviene cercare un posto dove nasconderti, non hai una famiglia una casa?» Sul volto di Pamela si stampò uno sguardo di terrore. «Ti prego non lasciarmi sola! Io non conosco nessuno!» «Hai fame? Ho preso qualcosa da mangiare in quel negozio, vuoi qualcosa?» «Magari dopo. Ora ho freddo e sono stanca!»   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all'indice    

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La prima notte insieme

Capitolo 7 - La prima notte insieme Era buio, la notte sarebbe giunta presto. Si misero in cammino in cerca di un rifugio. A differenza delle case i negozi erano tutti aperti, ma non era facile trovarne uno che andasse bene alla loro esigenze: alcuni erano troppo grandi, altri non avevano un angolo dove dormire, altri ancora avevano più entrate, e poi c’erano quelli in cui era troppo facile entrare e non sarebbero stati al sicuro. Camillo propose il centro commerciale ma Pamela scosse la testa vigorosamente, era ancora turbata dall’esperienza vissuta lì alcune ore prima. E poi le sembrava troppo grande e dispersivo, non le dava una sensazione di protezione. Finalmente trovarono qualcosa che faceva al caso loro. Sulla tabella c’era scritto: “C’era una volta!”. Era un negozio piccolo. C’erano due sedie a sdraio, il bagno e la saracinesca che si chiudeva dall’interno. Tra gli articoli in vendita c’erano anche tovaglie, lenzuola e asciugamani che avrebbero potuto utilizzare per difendersi dal freddo della notte. Camillo chiuse la saracinesca e le porte del negozio. Trascorsero la prima ora restando perlopiù in silenzio, un silenzio dettato soprattutto dall’imbarazzo. Giravano per il negozio guardandosi intorno e osservando la merce esposta. Poi Pamela si sedette su una delle sdraio. Camillo continuò a girovagare facendo finta di essere interessato alla mercanzia; prese una busta di caramelle e si andò a sedere. Ne offrì qualcuna alla compagna di viaggio. Poi Pamela fece il primo passo e si presentò. «Io sono Pamela!» «Camillo!» rispose il ragazzo guardando di lato visibilmente imbarazzato. Restarono ancora in silenzio e alla fine Pamela si mise a dormire. Camillo restò sveglio fino a tardi, girò per il negozio dando uno sguardo agli scaffali. In un angolo c’era un televisore con il telecomando, Camillo lo accese. Tutti i network erano oscurati tranne quello nazionale. Non c’erano conduttori, trasmettevano continuamente un documentario registrato su Dabby Dan. Vennero mostrati dei disegni di Dracula, Frankenstein, e atri mille personaggi della fantasia, ma nessuno che potesse far capire esattamente quale fosse l’aspetto del mostro. Spense e si addormentò. Era notte fonda quando si risvegliò, non riusciva a dormire. Accese di nuovo il televisore, trasmettevano il solito documentario. Dabby Dan è il peggior assassino mai esistito. In confronto Jack lo squartatore, il cannibale di Milwaukee e il Mostro di Rostov sono brave persone. Cerca soprattutto i bambini, non si sa cosa gli faccia, ma li fa soffrire, se li mangia crudi. È talmente un mostro che il primo bambino che ha ucciso è stato suo figlio. La cosa peggiore sta nel fatto che i bambini sono attratti da lui come il ferro dalla calamita, come se fossero ipnotizzati. Non si sa se mangia anche gli adulti, ma è comunque bene stargli alla larga. Barricatevi in casa, puntellate tutte le porte e finestre. Aprite solo ai militari che in questi giorni vi porteranno le vettovaglie. Se siete ancora in strada scappate a casa. Se non avete una casa che il buon Dio abbia pietà di voi. Poi un urlo lo fece sobbalzare. «Camillo, ho paura, ho paura!» Pamela piangeva a dirotto. «Spegni spegni, ho paura! Perché hai acceso il televisore? Non voglio vedere queste cose!» Camillo si mortificò e spense il televisore. «Scusa non lo sapevo!» Ormai non riuscirono più a prendere sonno. Camillo prese delle patatine da uno scaffale ed incominciarono a sgranocchiarle. Pamela era pallida. «Siamo gli unici in città, se ci trova se la prenderà sicuramente con noi!» Camillo cercò di consolarla, ma era altrettanto spaventato. «Forse è meglio spegnere la luce?» Suggerì Pamela. «Siamo al sicuro qui dentro, non ti preoccupare. Non ci sono altre entrate, solo questa con la saracinesca e l’abbiamo chiusa!» «Hai paura del buio? Non mi dire che dormi con la luce accesa?» Camillo diventò rosso come un peperone. «Ma no. È che a casa mia non ho le persiane e nella stanza arriva la luce di un lampione e così mi sono abituato a dormire con la luce… non per paura.» Pamela non insisté. Verso le cinque del mattino si addormentarono di nuovo. Era mattino inoltrato quando Camillo si svegliò. Dalla saracinesca passavano i primi raggi di sole. Dopo essersi strofinato gli occhi più volte vide Pamela armeggiare qualcosa sul bancone del negozio. Poi si portò verso di lui con un vassoio dove aveva preparato la colazione. Succo di arancio e pera, biscotti semplici e al cioccolato, cornetti e brioche. E poi qualche pacchetto di caramelle e di gomme. Pamela gli mostrò un sorriso e Camillo si sciolse dalla contentezza, in genere quando si trattava di mangiare era sempre felice, ma questa volta la gioia era doppia, sentiva che ora erano amici. Finita la colazione riempirono gli zainetti con provviste varie. Camillo prese anche un coltello con la lama a scatto, “non si sa mai” pensò. Uscirono dal negozio e si inoltrarono nella giungla, una giungla deserta fatta di bestie feroci e sabbie mobili invisibili. Una giungla che nascondeva insidie dietro ogni angolo, e l’insidia più grande era il mostro. «Ora è mattina, sicuramente troveremo qualcuno; di giorno la gente non ha paura!» disse Camillo per tranquillizzare l’amica e se stesso.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all'indice    

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Ritorno al Prosperitano

Capitolo 4 - Ritorno al Prosperitano Era ormai buio quando giunse al Prosperitano. E per la prima volta nella sua vita era contenta di avervi fatto ritorno. Bussò al citofono, ma ninente. Ribussò. E bussò ancora, ma nessuno rispondeva. Incominciò a bussare insistentemente. Poi una voce. «Vattene mostro!» Aveva sentito bene? Le era parsa la voce di suor Cetaceo. «Suora! Sono Pamela!» «E che vuoi pezzente!» Sì, era proprio suor Cetaceo, l'epiteto più usato per appellare le bambine. Come mai era già tornata? E perché era tornata senza aspettarla? «Entrare!» «Chi c’è con te?» «Nessuno!» «Non ci credo, tu stai con il mostro, ti sta usando per entrare e mangiarsi tutti noi!» «Ma non è vero, sono sola, e fa freddo. È buio ed ho paura!» «No, no, qui non entri!» Pamela incominciò a piangere. «Suora la prego, mi faccia entrare, la supplico, ho paura!» «Vattene. Buttati nel fiume, così muori di morte naturale, sempre meglio che essere divorata dal mostro!» Poi il silenzio. Pamela riprovò a suonare ma sentì il fischio metallico di quando il citofono è staccato. Si accovacciò per terra. Era spaventata, inoltre pensava alla piccola Betta che era rimasta con le suore. Per Betta lei era come una sorella maggiore e la notte non si addormentava se Pamela non le raccontava una storia. Stava vivendo un incubo, non sapeva che cosa fare, dove andare. Ma lei non aveva paura di questo fantomatico mostro spaventoso, aveva paura di trascorrere la notte al freddo e al buio. Ogni tanto stringeva gli occhi si faceva coraggio dicendosi che era solo un incubo, che a breve si sarebbe svegliata, ma quando riapriva gli occhi era sempre lì, accovacciata davanti al cancello del Prosperitano. Poi si rialzò in piedi. I ricordi volarono a quando era piccola. Viveva con la nonna, una nonna che si lamentava sempre del fatto che non poteva prendersi cura di lei, che aveva i suoi impegni, che lei era un peso. Un giorno, quella nonna, l’accompagnò in un luogo sconosciuto; era un vecchio edificio grigio e cupo. Una volta entrati si accomodarono su delle sedie in uno stanzino angusto e buio. Attesero a lungo fino a quando non si avvicinò una donna che prese Pamela per mano in modo brusco, la ragazzina la guardò perplessa. La nonna disse poche parole. «Mi raccomando, gli accordi sono chiari, io la vedo una volta al mese. Non di più!». Non rivolse uno sguardo né una parola a Pamela. Una volta andata via con la donna Pamela non vide più sua nonna ed ormai erano trascorsi otto anni. La donna era un'assistente sociale e Pamela si ritrovò nel primo orfanotrofio della sua vita; dopo di quello ce ne furono altri, tanti altri. Poi un giorno approdò al più brutto di tutti: il Prosperitano e da lì non se ne andò più. I primi orfanotrofi erano cupi, freddi, rigidi, ma il Prosperitano era di gran lunga il peggiore, era terrore puro. I primi mesi trascorsi lì furono all'insegna di pianti e botte. Un giorno, mentre era rinchiusa in cantina per punizione, invocò mille volte la nonna o qualcuno che l'aiutasse, ma restò lì tre giorni, e nessuno corse in suo aiuto, così giurò a se stessa che se la sarebbe cavata sempre da sola, e per tutto il resto della sua vita non avrebbe mai più chiesto aiuto a nessuno. Memore di quel giuramento si alzò e decise che non si sarebbe arresa. Si guardò attorno, poi decise di muoversi verso la città, se la sarebbe cavata da sola, anche contro il mostro. Avrebbe mangiato qualcosa in qualche negozio aperto e dormito in qualche luogo appartato e sicuro. L’indomani avrebbe fatto i conti con il Prosperitano. Avrebbe preso un sacco di botte, ma a suor Cetaceo un calcio negli stinchi non glielo avrebbe tolto nessuno.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Camillo torna a casa

Capitolo 5 - Camillo torna a casa Camillo se ne stava seduto su un muretto e si guardava intorno. Era tutto così irrazionale. Come poteva essere che tutti avessero così tanta paura di un solo uomo? Ma era davvero così mostruoso? Fu percorso da un brivido di paura, pensò fosse meglio tornare a casa. Anche per lui era giunto il momento di nascondersi. Non aveva paura del mostro, ma di trascorrere la notte in strada da solo, o era un modoper autoconvincersi. Non sarebbe stata certo la prima volta, aveva già trascorso altre notti in strada: quando il padre aveva una donna tra le mani lo cacciava di casa senza preoccuparsi di dove il figlio potesse andare a dormire. Ma in quelle notti le strade erano affollate di gente, la gente della notte, ed era proprio tra quella gente che Camillo si era fatto una nutrita schiera di amici. Ma ora era solo, solo al buio in una grande città, un buio sinistro, preoccupante. Solo in un deserto di uomini scomparsi e uno scompiglio di oggetti sparpagliati. Camminò tenendosi attaccato ai muri dei palazzoni della città, non poteva stare in mezzo alla strada quando era deserta, soffriva di una lieve forma di agorafobia, la paura di grandi spazi, piazze, campi sportivi. In città non aveva mai sofferto di questo disturbo, ma ora che era vuota le strade si mostravano in tutta la loro agghiacciante grandezza. La casa era in periferia, dieci minuti dal centro. Appena arrivato infilò la chiave nella serratura, ma non entrava, segno che c’era già una chiave dietro, segno che il padre era in casa con una donna. Bussò il campanello, ma non venne nessuno ad aprire. Bussò insistentemente fino a quando il padre non urlò da dietro la porta. «Che volete? Sparite!» «Papà sono Camillo!» «Vattene, vai a dormire da qualche tuo amico!» «Papà non c’è nessuno in strada, sono scappati tutti, ho paura!» «Allora è il momento di diventare uomo, la paura fa crescere!» Di nuovo silenzio. Camillo si rimise a suonare insistentemente. La porta si aprì lasciando trasparire solo uno spiraglio, ma il ragazzo fece giusto in tempo a spostarsi per non essere colpito dall’asta della scopa con il quale il padre cercò di pestarlo. Gli urlò di nuovo di andarsene. Camillo incominciò a piangere per i nervi. Restò seduto sulle scale di casa per un po’ fino a quando non si calmò, uscì e si mise a camminare.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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