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La mamma di Dabby Dan

Capitolo 35 – La mamma di Dabby Dan

Scesi in strada, pioveva e faceva freddo, mi strinsi nel cappotto ed aprì l’ombrello. Ero turbato, i pensieri mi giravano nella testa come trottole che si scontravano tra di loro e venivano scaraventate ai margini della testa dove rimbalzavano e ritornavano a rigirare per poi riscontrarsi.
Le scarpe scalpicciavano nelle pozzanghere, la pioggia era diventata acquerugiola, guardai il cielo e decisi che a qualunque costo avrei scoperto la verità e per farlo sarei andato fino in fondo a questa storia, e l’avrei fatto incominciando dalle origini: trovare la mamma di Dabby Dan.
Pensavo sarebbe stata una ricerca difficile, ma invece fu più facile del previsto, su internet trovai il suo cognome, signora Savini.
Sull’elenco telefonico c’erano solo tre Savini, due erano uomini. Era tardi e andai a dormire. La mattina appena sveglio presi il telefonino e chiamai la donna, Gaia Savini. Rispose una donna con voce stanca.
«Pronto!»
«Pronto signora, sono un giornalista, volevo sapere se lei è la madre di Dabby Dan!».
Riagganciò. Richiamai. Non rispose. Così richiamai altre volte fino a quando rispose furibonda.
«QUI NON C’È NESSUN DABBY DAN! VADA AL DIAVOLO!» stava per riagganciare.
«Ho parlato con Dabby Dan solo due giorni fa!»
«Balle, come tutti i suoi colleghi!»
«Solo il giornalista, quello che ha realizzato il servizio, sono amico dei tre ragazzini. Credo che suo figlio sia innocente!».
Restò in silenzio, ma non aveva riagganciato. Poi capii che non stava in silenzio, stava piangendo, un pianto silenzioso, impercettibile, un pianto pieno di dolore, il dolore più grande che un essere umano possa provare: la perdita di un figlio.
«Mi permetta di aiutarla, mi permetta di aiutare sia lei che suo figlio!».
Accettò di incontrarmi. Mi disse che potevo andare anche subito.
Aveva sessantacinque anni, ma sembrava ne avesse più di ottanta. Aveva i capelli bianchi, rughe profonde sulla fronte, e pelle del viso rugosa. Due occhiaie segno di chi dorme poco e soprattutto piange spesso. Ma aveva uno sguardo tenero e dolce, anche se profondamente triste, fortemente lacerato dal dolore. La casa era umile, semplice di mobili e suppellettili, ma pulita e in ordine, decorata con molte bomboniere e oggetti di vetro.
«Come sta?» fu la prima cosa che mi chiese subito dopo avermi fatto accomodare su un divano modesto.
Mi offrì un caffè e dei biscotti, presi il caffè ma rifiutai i biscotti. Si sedette su una poltrona davanti a me. Teneva le mani conserte.
«Credo che stesse meglio, quando era libero!» risposi sincero.
«Ha vissuto per un po’ di tempo insieme ai tre ragazzi della storia, Pamela, Betta e Camillo. I ragazzi hanno detto che si è preso cura di loro, non sapevano che fosse Dabby Dan!».
«E Dabbeo, il “mostro”…» sottolineò la frase, «…non gli ha torto un capello, ma i ragazzi l’hanno fatto arrestare!» disse con sarcasmo.
Il suo vero nome era Dabbeo.
«No! Anzi è stato premuroso e amorevole! Ma non sono stati loro a farlo arrestare, anzi stavano cercando di liberarlo. Lo hanno creduto i militari, e io, credendolo un mostro, ho fatto il resto!».
«Non è mai stato cattivo, non farebbe del male ad una mosca! Lo hanno solo condannato per motivi che non ho mai capito!».
«Lei quindi pensa che non ha fatto del male neanche al suo figlio?»
«Figlio?» si fece una risata… ma quella del figlio è stata una trovata di quella canaglia di quell’infame del giornalista, Dabbeo non ha mai avuto un figlio. È stata detta questa cosa per renderlo ancora più cattivo e mostruoso di quello che già avevano inventato. Non era suo figlio, nemmeno mio, era figlio della sorella di Dabbeo, Carla!» restai in silenzio aspettando che continuasse. Ma restò zitta.
Fuori il cielo si aprì un po’ e un raggio di sole colpì perpendicolarmente la campagna che si vedeva dalla finestra del soggiorno, si fermò a guardarlo come se avesse visto un’apparizione.
«E la mamma, sua figlia Carla, dov’è ora?» chiesi impaziente.
Mi guardò come fossi stato un alieno. Poi il suo sguardo assente si posò sulla parete dove c’era un quadro con due bambini che si tenevano per mano. Intuì che si trattava di Dabby Dan e la sorella.
«Era una ragazza madre. Il fidanzato la lasciò quando rimase incinta. La sua famiglia voleva che abortisse, ma Carla si rifiutò. Così crebbe Michelino da sola, fino a quando non tornò il fidanzato scappato che le chiese di seguirlo in Messico senza il bambino. Carla era troppo giovane e innamorata, lasciò Michelino a me e Dabbeo e seguì il fidanzato. Per Dabbeo Michelino era come un figlio, nonostante il suo ritardo si occupava del nipotino in maniera molto responsabile. Ma la famiglia del fidanzato voleva l’affidamento di Michelino, andarono per vie legali, ma nonostante fossero persone molto ricche, il giudice, decise che Michelino doveva restare con noi, grazie anche all’avvocato Carlotta Orfìo!».
«Poi che cosa è successo?».
«Non lo so, all’improvviso il mondo mi è crollato addosso, i miei datori di lavoro mi hanno accusata di furto, ma io non ho mai rubato un centesimo. Mi hanno denunciato e licenziata. Dopo due settimane sono arrivati gli assistenti sociali dicendo che dovevo provvedere al mantenimento del bambino o me lo avrebbero tolto. Inoltre se al processo fossi stata ritenuta colpevole di furto, mi avrebbero tolto comunque il bambino. Michelino allora aveva quattro anni. Dopo arrivarono i carabinieri e arrestarono Dabbeo dicendo che maltrattava Michelino, che lo malmenava, che era pericoloso perché era ritardato. Michelino fu rinchiuso in un istituto e Dabbeo in una comunità psichiatrica. Ma ancora una volta l’avvocato Carlotta Orfìo riuscì a risolvere la situazione, e lo fece gratis. Dimostrò che Michelino non aveva nemmeno un graffio e che le accuse erano infondate. Dopo quattro mesi Dabbeo e Michelino tornarono a casa. Ma dopo un mese Michelino sparì e di lui non si è saputo più niente. Dabbeo questa volta fu arrestato, fu accusato di aver ucciso Michelino. Poi il Giornalaccio scrisse che si trattava del figlio illegittimo, incominciò ad accusarlo della scomparsa di altri bambini, in breve diventò un mostro. Poi, un giorno, inaspettatamente, l’avvocato Carlotta Orfìo rinunciò al mandato senza dare spiegazioni, e questo rafforzò l’ipotesi che fosse colpevole. La popolazione incominciò ad avere paura, incominciò a spargersi la voce che Dabbeo aveva tentato di evadere, che avesse poteri magici, che fosse in grado di leggere nel pensiero e pilotare la mente… e così costruirono il supercarcere in due mesi. Esattamente cinque anni fa. Da allora non ho più visto né lui, né Michelino!» piangeva.
Non sapevo che cosa dire, le poggiai una mano sulla spalla. Poi mi feci dare tutti i contatti delle persone che avevano avuto a che fare con quella storia.
Stavo andando via quando ancora una volta mi ricordai di una cosa.
«Per caso sa che cosa vuol dire Caso 2514?» ma anche lei mi guardò senza capire.

 

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