cloud
cloud
cloud
cloud
cloud
cloud

In carcere


In carcere

Capitolo 33 – In carcere Il mio direttore, non so come, riuscì a farmi avere l’esclusiva di un’intervista a Dabby Dan. Fu così che feci la conoscenza del mostro, il divoratore di bambini, o almeno così pensavo. Lo tenevano prigioniero dall’altra parte della città nell’attesa di trasferirlo nel carcere sotterraneo di massima sicurezza a 40 km sottoterra. Il carcere cittadino era una sorta di caserma militare circondata da un muro sulla cui cima c'era del filo spinato lungo tutto il perimetro. Il portone di ingresso era presieduto da una decina di soldati. Mi perquisirono, mi tolsero il registratore e a nulla valsero le mie proteste sul fatto che era il mio lavoro registrare. Mi concessero quindici minuti, non un secondo di più. Il piazzale intorno all’edificio era una piana desolata e maltenuta. C’erano soldati ovunque. Una volta entrati mi accompagnarono fino ad una stanza con fuori soldati armati fino ai denti e con un cappuccio nero sulla testa che copriva anche il viso: erano le teste di cuoio, soldati super addestrati alle missioni più difficili. Mi fecero entrare. Dabby Dan era seduto su una sedia, mi voltava le spalle. Indossava una camicia di forza che a sua volta era legata alla sedia e ogni gamba della sedia aveva una fascia che andava a bloccarsi vicino a quattro ganci ai quattro lati della parete. Non avevo mai visto un tale sistema per fermare una persona. Dovetti scavalcare due fasce per giungere davanti a lui. Appena vidi il suo volto fui scosso da un brivido, non per paura, ma per tristezza, sembrava un gattino ferito. Aveva la gamba fasciata dove lo avevano sparato. Lo sguardo perso nel vuoto. Nemmeno mi guardò quando mi posizionai di fronte a lui. Aveva una benda per chiudergli la bocca, ma si era allentata ed era caduta sul mento. Lo salutai ma non rispose. Chiamai il suo nome, ma nemmeno si girò a guardarmi. La sua espressione contrastava con il mostro che aveva ucciso tanti bambini. Come poteva una persona con quel viso e con quell’espressione aver commesso tali nefandezze? Era grassottello, con il viso tondeggiante, capelli folti e schizzati che sovrastavano la testa come una criniera, alto poco più di un ragazzino. Il tutto gli conferiva un non so che di divertente, che contrastava completamente con l’espressione di malinconia stampata sul viso. Avevo poco tempo ed erano già trascorsi forse cinque minuti senza che fosse successo niente. Ebbi un moto di rabbia e avrei voluto prenderlo a schiaffi per tutti quei bambini che aveva ucciso. Così decisi di provare a trovare una briciola di sentimento in lui. «Lo sai che Camillo è un bravo ragazzo? Anche Pamela!» Si girò a guardarmi, sembrava continuasse a pensare ad altro, ma mi guardava. «Oh amici miei, mi vengono a trovare!» disse, e per la prima volta comparve un sorriso sul suo viso, non era un ghigno, era un sorriso tenero. «Io, quando esco li vado a trovare!». «Dabby Dan… tu non uscirai mai più dal carcere!». Si intristì di nuovo. «Io, niente ho mai fatto!». «Dabby Dan… tu hai ucciso tanti bambini, come puoi dire che non hai mai fatto niente?». Mi guardò senza capire. Non so come mi venne, forse in me incominciò a farsi strada l’idea che in lui qualcosa non funzionasse. «Hai fatto la bua a tanti bambini!» «La bua, qualcosa che non si fa!» «Pamela, Betta e Camillo tu li volevi uccidere, vero? Hai fatto scomparire molti bambini!». «Nascondino, è il gioco di scomparire per nascondersi!». Persi completamente la pazienza, lo afferrai per la camicia di forza e lo scossi arrabbiandomi senza urlare per non dare nell’occhio ai soldati. «Pezzo di mascalzone sei sono un lurido assassino!». Ma fu un errore perché si chiuse di nuovo a riccio, riprese a guardare il vuoto con lo sguardo spaventato. Mi ripresi e gli chiesi scusa. Ma restò immobile a fissare il vuoto. Riprovai a dire il nome dei ragazzi sperando che producesse lo stesso effetto di prima. Ma non un battito di ciglio modificò la sua espressione spaventata di uccellino ferito. Ero stato un vero imbecille. Poi la porta si aprì e mi ordinarono perentorio di uscire. Mi alzai amareggiato e mi diressi verso la porta. «Se non sei un mostro, chi ha fatto sparire tutti quei bambini?» chiesi sarcastico. «Caso 2514, bisogna chiedere a lui!» disse laconico. Non potei domandargli cosa intendesse, il soldato mi prese il braccio e mi spinse fuori con forza senza troppi convenevoli. Caso 2514, che cosa voleva dire? Quella sera tornai a casa con una strana sensazione di tristezza. Ma chi era Dabby Dan? Come poteva essere un mostro e allo stesso tempo fingere così bene? Forse era uno psicopatico che non si rendeva conto di quello che faceva? Certo è che un ritardo mentale lo aveva, se pur lieve, ma un mostro proprio non sembrava. Così andai su internet ed incominciai a navigare, digitai Dabby Dan: più di un milione di siti internet. Dovetti mettere dei filtri e inserire date di ricerca risalenti a cinque anni prima, quando fu arrestato. Navigai fino a notte inoltrata, ma non riuscii a trovare notizie reali. La maggior parte dei siti riportavano copia-incolla di altri siti principali, perlopiù quotidiani. Nessuno parlava di Dabby Dan e della sua storia. Nessuno diceva dove era nato, chi era, cosa faceva, solo che aveva ucciso il figlio ed un’infinità di bambini. Riportavano i nomi delle povere vittime, la loro storia e i commenti dei genitori che invocavano la pena di morte. Poi il profilo del mostro, completamente falso, sembrava la descrizione del Tirannosauro Rex: Bava alla bocca, denti canini come Dracula, occhi spiritati iniettati di sangue, mani rugose con unghie come artigli, irsutismo sulla maggior parte del corpo. Trovai però un trafiletto di un giornale locale che aveva pubblicato un’intervista rilasciata dallo psichiatra che aveva redatto il profilo psicologico della perizia del Pubblico Ministero. La cosa mi lasciò esterrefatto: “Mente fortemente disturbata. Cinico, di una spietatezza impassibile. Gode nel fare del male. Ride e si eccita nel vedere la vittima soffrire. Più la vittima piange, più lui prova piacere. È sadico, perverso, ambiguo. Finge di avere un ritardo per suscitare pietà, ma è una mente lucida e folle allo stesso tempo, più crudele di Hitler e Gengis Kahn, più pericoloso della peste, del colera, del vaiolo e di ebola. Se non fermato potrebbe rivelarsi la più grande piaga che il mondo abbia mai conosciuto! Dabby Dan? Quel Dabby Dan con cui avevo parlato lo stesso giorno? La mia testa stava fumando, ma davvero quel piccolo uomo, alto poco più di un papavero, corrispondeva alla descrizione appena letta? Mi addormentai e feci sogni confusi (ndr tranquillizziamo subito il lettore: in questo libro non si consumano inutili pagine per raccontare un sogno come nella maggior parte dei libri, così come non ci sarà nessun inseguimento di automobili come nei film americani!). Mi svegliai in tarda mattinata che avevo un forte mal di testa. Telefonai al direttore e gli chiesi il permesso di assentarmi per qualche giorno per fare indagini più approfondite sul mostro e, naturalmente, lui ne fu entusiasta. Così, partii alla volta della città di Dabby Dan, dove fu arrestato e dove si tenne il processo.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

Il padre e la suora

Capitolo 32 – Il padre e la suora Se ne andò nella Hall, era offeso, lui aveva difeso lei e Betta e per ringraziarlo Pamela lo accusava di essere stato scortese con la nonna. Voleva andarsi a sedere ai tavolini della hall ma notò una figura conosciuta che si intratteneva con la nonna di Pamela: suo padre. Nel suo caso non aveva dubbi, era lì per i soldi, per giocarseli a carte. Decise di dirlo a Pamela ma fu fermato da me che giungevo in quel momento, gli andai incontro e lo abbracciai affettuosamente. «Allora contenti? L’incubo è finito! Dabby Dan è stato catturato. Lo stanno interrogando, ma non parla, è un duro. Ma che c’è? Ti vedo pensieroso!» chiesi. «Gustavo che cosa vuol dire la questione dei soldi? Sono arrivati di colpo la nonna di Pamela e mio padre. Non si sono mai interessati a noi e ora di colpo arrivano qui!». «Pensi lo facciano per i soldi? Ma dai, sono comunque i vostri parenti, non possono non amarvi!». «Gustavo… mio padre spenderà tutti i soldi al gioco e… e a donne, come ha sempre fatto! La nonna di Pamela l’ha abbandonata all’istituto anni fa e non le ha fatto più visita, nemmeno una telefonata, ora è venuta, dà ordini, urla, minaccia, ha tirato i capelli a Betta facendola piangere, e ora mi dici che le vuole bene?» «Mhm… non lo so, ma certo è che quando si tratta di soldi le persone cacciano il peggio di sé!» «Oltretutto li ho visti anche confabulare!» «Chi?» «Mio padre e la nonna di Pamela!». Poggiai la sua mano sulla spalla di Camillo per tranquillizzarlo, poi gli dissi che mi sarei informato. Il ragazzo decise di non farsi vedere dal padre, aggirò la hall per tornare nella stanza, ma sulle scale vide Betta che correva come una furia, aveva appena incontrato suor Cetaceo che, stranamente, ma forse non troppo, l’aveva chiamata tesoro ed era stata gentilissima, ma Betta aveva avuto paura ed era scappata. Il quadro era completo. Camillo le disse di seguirlo nella sua stanza. Si rintanarono lì pensando a cosa fare. «Camillo non possiamo scappare via?» «Sarebbe la cosa più bella del mondo… ma credo che Pamela non voglia… credo voglia andare insieme alla nonna!» disse il ragazzo con voce che trapelava tristezza. Pamela restò ancora sotto la veranda a meditare, ma era troppo scossa ed agitata per mettere in ordine i propri pensieri. Decise di fare una passeggiata ma si arrestò vedendo qualcosa che la fece rabbrividire: sua nonna che confabulava con suor Cetaceo ed un altro signore. La ragazzina fu tentata di scappare, ma un dubbio si insinuò dentro di lei. Prese coraggio e si avvicinò di soppiatto nascondendosi dietro una pianta. «Senta suora! La smetta con questa farsa! A lei non interessa niente della bambina! Lei vuole i soldi come noi!». Era la voce della nonna. «Ma io ci tengo al loro benessere!» si ostinava suor Cetaceo. «La faccia finita! Le voci che al suo istituto le bambine siano maltrattate giungono fino al polo nord. E il reportage di quel giornalista non le giova. Si accontenti della piccolina e non intralci i nostri affari! Pamela viene con me, insieme ai suoi soldi» urlò la nonna! L’uomo continuava a stare in silenzio. Aveva i capelli sporchi e unti di grasso. Robusto e alto, indossava jeans sgualciti e scuciti ed un cappotto loden vecchio e logoro. Guardava le due donne alternativamente. Poi d’un tratto si alzò di scatto. «Senta suora… mi hai rotto. Prenditi la bambina piccola e taci o ti torco il collo!» disse con fare così minaccioso che Pamela in un attimo provò pena per Camillo pensando a tutto quello che aveva subito nella sua vita accanto a quel farabutto, ma insieme alla paura e il ribrezzo per il comportamento di quell’uomo provò un leggero piacere nel vedere l’espressione sconfitta e spaventata di quella canaglia di suor Cetaceo; di solito, era lei a far tremare gli altri. «Ok… si prenda i soldi, ma poi sua nipote ritorna al Prosperitano non posso rinunciare alla retta che ci passa il comune! Come farei con quelle povere bambine altrimenti?» disse con tono di finta tristezza. Ma i due manco la stavano a sentire. «Dobbiamo prendere i soldi quanto prima!» disse l’uomo rivolto alla nonna di Pamela. «Una volta presi i soldi può prendersi la smorfiosetta!» disse la nonna con astio rivolgendosi alla suora. «Visto che ci tiene tanto ai ragazzi…» fece il padre di Camillo, «…perché non si prende pure il mio ragazzo?» «È maschio… la nostra è una casa famiglia femminile!» «E allora lo faccio vestire da donna!» disse ridendo come un animale. «Conosco un istituto di preti, adatto alle esigenze di quel piccolo criminale!» disse la suora ancora inviperita per come era stata trattata da Camillo. Pamela aspettò che si fossero allontanati, poi con corse a perdifiato su per le scale e giunse fino alla stanza di Camillo sperando di trovarlo. Aprì senza nemmeno bussare. Camillo stava sdraiato sul letto a guardare il soffitto, Betta guardava fuori dalla finestra. Sobbalzarono all’entrata rumorosa di Pamela. «Presto!» urlò Pamela, «Dobbiamo andare via di qui!». Betta scatto come un militare sugli attenti e stava già per uscire. Camillo, evidentemente ancora umiliato, restò immobile. «Dabby Dan l’hanno arrestato, per cosa dovremmo scappare?» chiese sarcastico. «Avevi ragione, mi dispiace! Si sono messi d’accordo, mia nonna, suor Cetaceo e… tuo padre, c’è anche lui!». «L’ho visto… e di cosa si sarebbero messi d’accordo?» chiese Camillo continuando a restare immobile. Era contento delle scuse di Pamela, ma voleva mantenere ancora il punto. «Stanno vendendo a prenderci, vogliono portarci con loro per ritirare i soldi. Mia nonna i miei, tuo padre i tuoi e suor Cetaceo quelli di Betta. Poi ognuno per la sua strada… ma senza di noi. Mia nonna ha preso accordi con la suora per farmi tornare al Prosperitano dopo che ha preso i soldi. Tuo padre…!» non ebbe il coraggio di continuare. «Mio padre?» chiese Camillo incuriosito «Tuo padre ha chiesto alla suora di trovarle un istituto per te… la suora ha detto che ne conosce uno… molto rigido!» evitò di dirgli la pessima battuta sul farlo vestire da donna. Camillo sorrise. «Sì, mi ci mandassero all'istituto rigido, che lo ammollisco io!». «Sono così angosciata, questo mondo è davvero brutto! Nessuno ci vuole bene!» disse Pamela. «Dabby Dan ce ne voleva!» disse Camillo all’improvviso. «Il mostro? Ma sei impazzito?» rispose Pamela. Betta spalancò gli occhi dallo spavento. «Mostro? Che cosa ha fatto per essere un mostro?» «Camillo ha ucciso un migliaio di bambini!» «E perché noi no? Pensaci, abbiamo dormito con lui molte notti, ma non ci ha mai torto un capello. Avrebbe potuto ucciderci in ogni momento, invece si è sempre preso cura di noi, perché?» «Forse voleva farci ingrassare per essere più appetitosi!» disse Pamela. «Se… va be’… la strega di Hansel e Gretel!» Betta si mise a ridere e convenne che la storia di Pamela non reggeva. In fondo anche Pamela nutriva dubbi sulla sua colpevolezza. «Di sicuro mi piaceva stare più con lui che con mia nonna o suor Cetaceo». Camillo si morse le labbra dalla rabbia, si avvicinò alla finestra e guardò fuori, una pioggerella batteva sul prato che circondava l'hotel.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

La nonna

Capitolo 31 – La nonna Pamela continuava a non capire e quando restarono soli chiese spiegazioni a Camillo. Il ragazzo le spiegò che i soldati non avevano capito che loro erano amici di Dabby Dan, ma anzi, pensavano che fossero stati loro a consegnare il mostro ai soldati. Gustavo poi ci aveva costruito una storia inventata ad hoc per fare un articolo. Pamela restò in silenzio. «Camillo come abbiamo fatto a dormire con il mostro e non accorgercene?». «Era molto bravo a fingere! Sembrava una brava persona!» rispose Betta al posto di Camillo che non fece altro che annuire. I soldati disposero che i ragazzi fossero accompagnati nel miglior Hotel della città. Intanto le strade si stavano ripopolando, molti avevano ripreso le loro attività, altri invece non si erano ancora ripresi dallo spavento e si muovevano ancora guardinghi. Nel frattempo aveva ricominciato a piovere. Il cielo era nero. I soldati avevano fatto in modo di fargli recapitare borse piene di vestiti nuovi. Dopo essersi lavati, vestiti, si incontrarono nella hall dell’hotel, poi si andarono a sedere fuori, sotto una veranda. Faceva freddo, presero una cioccolata calda e restarono per un po’ a guardare la pioggia che scendeva copiosa. Nessuno aveva voglia di parlare. Erano tristi e malinconici e allo stesso tempo ansiosi. Cosa sarebbe stato di loro adesso? Pamela e Betta avevano paura di ritornare al Prosperitano. Camillo non voleva lasciare le ragazze. Mentre erano sedute lì ad un tratto sentirono una voce femminile al quanto fastidiosa. «Pamela… tesoruccio!» Pamela saltò sulla sedia pensando fosse suor Cetaceo. Ma non era lei, era una signora anziana. Quando si avvicinò le sorrise con freddezza. «Pameluccia, nipotina mia, cosa ti è successo? Piccola della nonna!». Pamela sgranò gli occhi. «Nonna?» domandò. Non si ricordava di lei o almeno il ricordo che aveva non corrispondeva alla donna che aveva davanti. Una signora elegante, piena di gioielli. Si muoveva e si esprimeva in modo elegante ma severo e altezzoso. «Piccola mia, sono tua nonna, la tua adorata nonna, che cosa ti ha fatto quel mostro di suor Cetaceo? Ma non ti ha dato tutte le lettere che ti scrivevo? Non ti ha detto che non potevo venire perché ero tanto malata? Ma ora sto bene e ti porto subito via con me. Va’ prendi le tue cose e partiamo subito. Dai sbrigati che non ho tempo. E poi dobbiamo sbrigare la faccenda della ricompensa!» «Ma nonna… i miei amici…!» «Ma che sciocchezze, gli amici ti voltano le spalle non appena ti giri. Sono le nonne che non ti abbandonano mai!». «Ma Gustavo? Non è ancora tornato…» Pamela cercava di prendere tempo. Era disorientata, non voleva abbandonare gli amici, almeno non così subito. Da un lato era contenta di non tornare al Prosperitano, ma dall’altra quella donna per lei era una perfetta sconosciuta. «E Betta? Lei è una sorella per me, voglio che venga a stare con me!» chiese prendendo la mano alla sorellina. La donna perse totalmente la pazienza. «Ora basta, mica faccio la baby-sitter! Mi hai stufata. Vuoi che me ne vada? Ma sappi che tornerai dalla tua cara suora, e sarà peggio, perché saprà che hai raccontato al mondo intero come ti ha trattata… la tua vita sarà un inferno. Alza i tacchi e muoviti!». Camillo e Betta erano rimasti in silenzio, pietrificati. Betta incominciò a piangere a singhiozzo. La donna, la nonna di Pamela, le mise una mano sul viso come per accarezzarla. «Non piangere piccola! Così è la vita. Si nasce, si muore. Sii forte, ti gioverà questa sofferenza, da grande sarai più forte. Sei troppo fragile, è un bene per te stare al Prosperitano!» poi la mano scivolò su per il viso e le afferrò i capelli e incominciò a tirare forte, sempre più forte! «Non piangere, ti ho detto non piangere non voglio sentirti!» diceva mentre tirava sempre più. Betta smise di singhiozzare e pianse in silenzio. Camillo sobbalzò dalla sedia e la spinse via con forza che la donna quasi cadeva. «LA LASCI STAREEEE!» urlò con quanto fiato aveva in gola. Poi, in preda alla rabbia continuò ad urlare fino a far accorrere i soldati. «Lei ha abbandonato sua nipote in un orfanotrofio tanti anni fa senza farsi mai sentire, senza andare mai a trovarla, e ora di punto in bianco torna, dà ordini, ci prende a botte!» continuava ad urlare Camillo. La donna stava per avere una reazione violenta, ma si morse la lingua per restare calma davanti ai soldati. «Mi ha tirato i capelli senza motivo!» rispose Betta ricominciando a piangere. «No… sono stata fraintesa… ma quando mai, io l’ho accarezzata!». «Signora se ne vada, chi l’ha fatta entrare?» «Ma io sono la…». «SE NE VADA!» urlò il soldato senza lasciarla continuare. La donna si allontanò imprecando! «Vi farò vedere io, me la pagherete uno per uno!» disse con gli occhi iniettati di sangue. Pamela era confusa, era in catalessi. «Come stai?» le chiese Camillo. «Non lo so… è mia nonna, sai per quanti anni l’ho aspettata? Sai quante notti ho trascorso a piangere? A sognare che da un momento all’altro venisse al Prosperitano e mi portasse via di là? E ora perché non mi ha provocato felicità rivederla?» «Pamela… lei è qui per i soldi!» «Sì Camillo… ma è sempre mia nonna e io le voglio bene… almeno penso di avergliene voluto! Forse non era il caso di urlare con lei!» replicò Pamela con astio. «Pamela… pensi che con lei saresti più felice?» chiese Betta. «Non lo so, di certo non sarò felice al Prosperitano! Non lo so davvero che cosa sarà di me, sicuro non finirò bene!» urlò Pamela sempre più nervosa. «Beh… almeno tu hai la possibilità di scegliere, io no! Dovrò tornare al Prosperitano!» disse Betta che si alzò e andò via. Pamela si pentì di aver alzato la voce, e voltò la testa per chiamarla ma Betta era già lontana. Quando rigirò la testa si accorse che anche Camillo se ne stava andando. «Hey… mi lasciate sola?» chiese la ragazza con tono di rimprovero, ma Camillo non la sentì, o fece finta di non sentirla.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

Dabby Dan, il mostro

Capitolo 30 – Dabby Dan, il mostro Il piano era quanto più semplice si potesse immaginare. Betta e Pamela si appollaiarono dietro un edificio giallo, era l’ufficio postale, distante duecento passi dalla scuola e cento dalla postazione dove tenevano i prigionieri, da quell’edificio c’era un viottolo stretto di una decina di passi che si immetteva su una via più grande che costeggiava il retro degli edifici, compresa la scuola. L’edificio postale era uno di quelli rimasti aperti a causa della fuga improvvisa dei dipendenti. Avevo registrato la mia voce facendo il verso di un mostro. Al momento convenuto Pamela e Betta incominciarono ad urlare a squarciagola: “Aiuto, aiuto, il mostro! Aiuto ci mangia… Noooo ti prego Dabby Dan… non ci mangiare. Aaaahhhhhhhhhhhh!”. Tutti i soldati si allarmarono e corsero in direzione dell’edificio con i mitra spianati. Dopo pochi secondi giunse sul posto l’uomo con il blasone d’oro, non era andato via come aveva pensato Camillo. Diede ordine a tutti i soldati di seguirlo. Insieme a lui c’erano tre soldati con una stella d’oro. Lasciarono un solo soldato con la stella rossa di guardia alla porta d’entrata dell’edificio dove erano tenuti i prigionieri. Camillo ed io sgattaiolammo immediatamente fuori dalla scuola elementare verso l’edificio dove tenevano i prigionieri. Lo aggirammo e giungemmo dietro al soldato con la stella rossa intento a guardare spaventato verso l'edificio giallo. Entrammo senza che si accorgesse di noi, poi all'interno aprimmo una finestra che dava sul lato da cui sarebbero giunte le ragazze, così che sarebbero potute entrare nell'edificio senza farsi vedere. Pamela e Betta nel frattempo corsero via a perdifiato dall’edificio Giallo, non prima di aver azionato il lettore Mp3 collegato all’amplificatore. Improvvisamente dall’edificio incominciarono a venir fuori delle voci raccapriccianti: “Vi mangioooo! Vi uccidoooo! Vi sbranoooo! Nessuno può fermare Dabby Dan!”. I soldati circondarono l’edificio assumendo quelle posizioni che si assumono in battaglia: chi sdraiato in terra con il fucile puntato, chi in ginocchio con il mitra, chi dietro i muri per non farsi vedere. Sembrava un film di guerra. Uno dei soldati con la stella d’oro ordinò ad alcuni con la stella rossa di entrare nell’edificio, ma la voce dall’amplificatore continuò: “Fermi soldati, non entrate, i vostri proiettili non servono contro di me, io sono imbattibile, io sono Dabby Dan!”. I soldati si fermarono impietriti. Il soldato con il blasone d’oro ordinò di aspettare. Pamela e Betta corsero come delle furie, aggirarono la scuola elementare e si diressero verso l’edificio rosa, trovarono la finestra aperta ed entrarono. Il soldato di guardia sembrava imbalsamato dalla paura. Le aspettammo poi io incomincia a riprendere con la videocamera, Camillo invece apriva le porte delle stanze. Erano aperte, i prigionieri non erano nemmeno chiusi a chiave. Evidentemente i soldati pensavano bastasse la loro presenza per evitare fughe. In una delle stanze c’era Lupin. «Hey amico! E tu che ci fai qui? Hanno arrestato pure a te?» chiese. Camillo stava per chiudere la porta, ma poi ci ripensò. «Scappa… vattene ora che i soldati non ci sono! Scappa dal retro!». Lupin non se lo fece ripetere due volte. «Grazie amico, a buon rendere!». «Vai prima che ci ripenso, e fai silenzio!». Intanto incominciarono ad aprirsi le porte delle stanze. Si affacciavano i prigionieri. Chiedevano se erano liberi e potessero uscire. Camillo disse a tutti di scappare in silenzio. Ma era impossibile. Richiamai Camillo per rimproverarlo. «Ma che fai? Così attiri l’attenzione! Libera il vostro amico e andiamo!». Ma ormai erano tutti in fuga, tutti tranne il custode che non si vedeva. Pamela corse in aiuto di Camillo insieme a Betta. Si sentirono passi militari e vocii. I soldati stavano tornando. «Stanno tornando i soldati. Dobbiamo scappare!» urlai in preda al panico. I ragazzi incominciarono ad aprire tutte le porte dicendo di scappare. Trovarono finalmente il custode e Pamela riuscì ad urlargli di scappare. Ma fu travolta dalla calca. Nel frattempo arrivarono i soldati così non trovammo altra via di fuga che salire per le scale e sci ritrovammo sul grande terrazzo, ma io Camillo e Betta eravamo sul lato opposto di Pamela. In un attimo Pamela si ritrovò di fronte all’uomo nero. Restò pietrificata. Erano vicino al ciglio del terrazzo. Poi si accorse che anche il custode era a pochi passi da lei. «Pamela scappa, Dabby Dan è pericoloso!» urlai. Pamela cercava il momento giusto per scappare. Non sapeva se andare dal custode o venire verso di me. «Vai Pamela, scappa di lì! È pericoloso!» urlava Camillo. Nel frattempo giunsero i soldati. «Che succede qui!» urlò il soldato con il blasone d’oro. Fu quello il momento in cui Pamela fece uno scatto felino e si nascose dietro il custode. I miei occhi uscirono dalle orbite! «Ma che fai Pamela? Sei pazza? Vattene via, Dabby Dan è pericoloso!» urlai. Camillo mi guardò in tralice. «Ma che dici? Quello è il custode del Luna Park, Dabby Dan è quello vestito di nero!». «Ma sei impazzito?» urlai, «Quello vestito di nero non so chi sia, ma l’altro sì: è Dabby Dan!». Camillo spalancò gli occhi, incominciò a tremare. Poi tutto si svolse in un attimo. Il soldato con il blasone d’oro urlò indicando il custode. «È lui! È Dabby Dan, puntate i fucili!». Pamela non capiva. Guardava tutti frastornata. Poi sentì la voce di Betta che urlava a più non posso: «Pamela scappa, il custode del Luna Park è Dabby Dan!» Pamela sbiancò e guardò Camillo. Sul viso del ragazzo c’era stampata un’espressione di morte, poi il ragazzo annuì. Pamela venne meno nelle gambe e svenne. Cadde all’indietro verso il ciglio e stava per precipitare. Dabby Dan, colui che credevano fosse il custode, l’afferrò per un piede. Il soldato con il blasone d’oro alzò il braccio per dire di fare fuoco. Ma Camillo si gettò di slancio tra i soldati che puntavano i fucili e Dabby Dan. «Non sparate è la mia ragazza, non sparate!». Dabby Dan tirò su Pamela, l’appoggiò per terra e le accarezzò il viso. «Non ucciderla ti prego, non ucciderla, lei è sempre stata buona con te!» urlò Camillo piangendo. «Lei è mia amica, non si deve spararla!» disse Dabby Dan rivolto ai soldati. Poi si alzò e andò verso l’uomo vestito di nero. I soldati spararono e lo colpirono alle gambe. Ci gettammo tutti per terra. «Catturatelo!» ordinò il soldato con il blasone d’oro. In un attimo Dabby Dan fu preso, picchiato, poi fu legato e imbavagliato. Dai suoi occhi spaventati uscivano lacrime. Avevo filmato tutto. Quando Pamela si risvegliò si trovavano al quartier generale dei soldati. Tutti i soldati facevano i complimenti a Camillo e Betta e guardavano Pamela con ammirazione. Camillo e Betta corsero da lei. «Ditemi che era un brutto sogno! Ditemi che non abbiamo trascorso tutti quei giorni insieme a Dabby Dan!». Camillo e Betta restarono in silenzio, e lei incominciò a piangere. Uno dei soldati accese il televisore e disse di guardarlo perché parlava di loro. “Cinquecentomila Euro, è questa la ricompensa che spetta ai ragazzi che hanno fatto arrestare il mostro. Dabby Dan è di nuovo al sicuro, grazie al loro coraggio, alla loro determinazione! Camillo B., Pamela S. e Betta D. hanno aiutato i soldati ad arrestare il mostro. Il mondo gli è grato, grazie a loro, al loro coraggio, ora possiamo ritornare a vivere, ritornare alla tranquillità di tutti i giorni, possiamo ritornare per le strade, l’incubo è finito! Era la mia voce quella al telegiornale, il mio principale mi diede una pacca sulla spalla, aveva gli occhi pieni di lacrime dall’emozione, mi disse che domani stesso mi avrebbe fatto firmare il contratto a tempo indeterminato e mi diede carta bianca. La mia rete televisiva aveva lo scoop. Era l’unica televisione ad avere la notizia dal vivo, in diretta.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by

Finalmente ci conosciamo

Capitolo 29 – Finalmente ci conosciamo Camillo parlava con voce spaventata e stringeva il coltello tra le mani. Betta chiese che cosa stesse succedendo ma Pamela la tirò per la mano e si andarono a piazzare dietro Camillo. Pamela guardò oltre la spalla dell’amico e scorse una figura maschile lungo il corridoio della scuola. Li fissava con le mani poggiate sui fianchi. «E voi da dove uscite? Ma non avete sentito parlare di Dabby Dan? Lo sapete che voi ragazzi per primi dovreste starvene nascosti?» «E tu perché non sei nascosto?» chiese Camillo con aria di sfida. «Sono un reporter, io vivo di queste storie. Se riesco a farci un bel servizio mi faccio un sacco di soldi e un po’ di notorietà in più! Mi chiamo Gustavo Pralli!» risposti. Fu il nostro primo incontro. «E perché ti nascondi in questa scuola? I reporter non dovrebbero stare in strada a chiedere interviste?» «Dico… ma li hai visti quelli? I soldati? Pensi che mi rilascerebbero un'intervista? Da due giorni stanno arrestando tutti coloro che incontrano per strada, senza motivo, solo perché hanno continuato a stare per strada, venendo meno ai loro ordini!». «Lo sappiamo, hanno arrestato pure un nostro amico!» Alla fine i ragazzi presero coraggio e si avvicinarono. Camillo continuò a stringere il coltello nella mano che teneva nascosta dietro la schiena. Erano diffidenti, giustamente, poi notai la macchina fotografica. «Quella è una Konin Rflex, una Konin SGF3, con obiettivo 400mm!» dissi. «SGF4! Sì un 400 mm!» «Hey, quella macchinetta costa più di mille euro, più l’obbiettivo è una super-costosissima apparecchiatura, che ci fa nelle tue mani?». «Me l’ha regalata il mio vecchio per il mio ultimo compleanno!» disse Camillo con la diffidenza che incominciava a scemare. «Venite, ne ho una anche io, non così costosa ma è lo stesso bella!». Si guardarono tutti e tre negli occhi, poi mi seguirono a debita distanza. Li condussi in una delle classi da cui si accedeva in un’altra stanza che sembrava un ripostiglio. Invece era una stanza attigua, semi vuota, nella quale mi ero accampato perché da lì potevo osservare tutto senza farmi notare. Ero in possesso di attrezzatura professionale, tre piedi, macchina fotografica e anche io avevo uno zoom di 400mm. Microfono e registratore, videocamera, quaderni su cui scrivevo i miei appunti e glieli mostrai per fargli comprendere che ero davvero un giornalista. Si sedettero e per un po’ ci fissammo senza palare. Poi chiesi loro che cosa facessero per strada da soli, con in giro Dabby Dan. Pian piano incominciarono a sciogliersi ed iniziarono a raccontarmi la loro storia. Ne fui entusiasta era una storia meravigliosa, e mentre parlavano incominciai a registrare e a scrivere appunti. Pamela fu più reticente, ma Camillo e Betta erano due fiumi in piena, il primo contro il padre e le istituzioni, e l’altra contro l’orfanotrofio, in special modo questa suor Cetaceo. Non feci altro che registrare e annotare tutto su un blocchetto. Segnai solo i loro nomi, erano minorenni e non potevo pubblicarli. «Vuoi fare un articolo su di noi?» mi chiese Camillo preoccupato. «Non volete? Potrebbe esservi di aiuto, innanzitutto una volta che avranno arrestato Dabby Dan, e tutto tornerà alla normalità non spediranno Betta e Pamela di nuovo in quell’orfanotrofio. E poi diremo che hanno arrestato l’unica persona che si è occupata di voi!». Le ragazze si mostrarono contente, Camillo un po’ meno. «Sì… ma la storia di mio padre… non mi va che legga le cose che ho detto di lui!». Gli diedi una pacca sulla spalla. «Sta’ tranquillo… non sono un giornalista di gossip che estorce interviste e poi pubblica quello che ha promesso di non pubblicare!». Camillo si tranquillizzò. «Davvero volete liberare il vostro amico? Siete sicuri che lo abbiano arrestato?» chiesi. «L’abbiamo visto che lo stavano portando via insieme ad altri prigionieri! In realtà sappiamo anche perché lo hanno arrestato!» disse Camillo sentendosi in colpa. «Lui è il custode del Luna Park. Abbiamo scoperto che i soldati si stanno appropriando delle vettovaglie da consegnare ai cittadini, così, con il custode, abbiamo svaligiato il deposito dei soldati e con il treno del Luna Park abbiamo consegnato le provviste ai cittadini!». «Ma… siete stati voi? Oh mio Dio, ma voi meritate una medaglia, pensate che i soldati hanno sparso la voce che non li avevano ancora consegnati perché li avevano rubati, e che poi sono stati loro a consegnare le provviste!» «Che bugiardi!» esclamò Pamela. «Intanto di Dabby Dan non c’è nessuna traccia e quel pazzo è ancora libero e se ne va in giro in cerca di prede! Hey ragazzi ho avuto un’idea, perché non uniamo le forze e lavoriamo insieme?» proposi ad un tratto. «Vuoi aiutarci a liberare il custode?» mi chiese Camillo. «Se mi fate scrivere un bellissimo articolo io vi aiuterò!» dissi ammiccando. Ormai era tardi e decidemmo di trascorrere la notte nella scuola. Ci riunimmo nella mia stanza perché era la migliore postazione per osservare i movimenti dei soldati. Portammo lì tutti i cuscini che avevamo trovato. Avevamo poca roba da mangiare, ma Betta al ritorno da una perlustrazione della scuola disse che c’era una dispensa nella sala mensa. Decisi di accompagnarla. Tornammo con scatolette di tonno, fagioli precotti e qualche bottiglia di acqua. Non era il massimo ma almeno potevano mangiare. Feci vedere loro il luogo dove tenevano prigionieri tutti quelli che avevano arrestato. Era un edificio rosa che probabilmente doveva essere la sede dell’amministrazione comunale. Tutt’intorno soldati con una stella rossa pattugliavano armati. Io e Camillo guardavamo attraverso i nostri zoom. In una finestra Camillo vide il custode, era in piedi. «Eccolo, quello è il nostro amico!» esclamò Camillo preoccupato, poi urlò. «Ma c'è Dabby Dan che parla con lui!» Guardai nell’obbiettivo e restai sconcertato. «Quindi il custode è quello che parla con Dabby Dan?» chiesi. L'uomo nero se ne stava in piedi di fronte al custode. «Ma perché parlano tra di loro!» chiesi senza capire. «Perché quel mostro ha…!» Pamela si interruppe perché c’era Betta. «Ha ucciso il figlio del custode!» continuò Camillo. Mi lasciai cadere all’indietro sgomento. «A questo punto credo che i soldati non sappiano di aver arrestato Dabby Dan. Sono in pochi a conoscere la sua faccia. Io la conosco perché tempo fa ho avuto modo di vedere, per pochi secondi, un fascicolo della procura che poi è andato perso!». «Ma si sono dimezzati, per strada non ci sono più tanti soldati!» disse Camillo. «Ti sbagli, non sono diminuiti, è che stanno perlustrando anche le abitazioni adesso! Ed è mia opinione che stiano fermando tutti quelli che hanno una faccia strana!». «Speriamo che arrestino suor Cetaceo!» disse Betta. La guardai sorridendole, e anche Camillo le sorrise e poi le accarezzò la testa. Pamela fu felice che Camillo si fosse affezionato a Betta. «Gustavo, dobbiamo liberare il custode, prima che Dabby Dan gli faccia del male!» disse Camillo. «Scusate, non possiamo andare dai soldati e dire che tra i prigionieri c'è Dabby Dan? Loro lo arresterebbero e libererebbero gli altri!» propose Pamela. «Ok… agiremo stanotte! Le misure di sicurezza non sono così strette, stanno pattugliando in maniera superficiale perché pensano che si tratti di gente comune. Non sanno di avere Dabby Dan tra i loro fermati!». «Ragazzi, se come mi diete il custode è stato arrestato perché ha rubato le provviste e le ha consegnate alla gente, non lo libereranno mai!» dissi triste. «E allora che facciamo?» chiese Pamela. «Agiremo stanotte e lo libereremo, poi denunciamo Dabby Dan!» rispose Camillo. Nella scuola ho visto un amplificatore ed un lettore Mp3… avrei in mente un piano che potrebbe liberare il vostro amico!». Spiegai loro il mio piano, e i ragazzi ne furono entusiasti. Pamela aveva un po’ paura, dovuta al fatto che per circa quindici minuti lei e Betta sarebbero dovute restare da sole. Ma Camillo la tranquillizzò dicendo che se il piano avesse funzionato sarebbero bastati anche meno. I ragazzi andarono a riposare, li avrei svegliati all’orario prestabilito. Io restai sveglio, ne approfittai per abbozzare la prima parte dell’articolo. Parlava di tre ragazzini disposti a tutto, a sfidare anche il mostro, Dabby Dan, pur di liberare il loro amico, l’unico che si era preso cura di loro, il custode del Luna Park. Mentre tutti li avevano scacciati, abbandonati nella notte, al buio, per le strade, senza un riparo, alla mercé del mostro, lui era restato accanto a loro. Sì, ne ero sicuro, grazie a questo articolo avrei fatto il grande salto, sarei diventato finalmente un giornalista professionista, con contratto, scrivania, e la maggior parte delle reti televisive avrebbero fatto a gara per avermi.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

Posted by