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Ritorno in città


Ritorno in città

Capitolo 28 – Ritorno in città Si catapultarono nella campagna. Non ricordavano la strada ma procedevano spediti voltandosi di tanto in tanto per accertarsi di non essere seguiti dalle due vecchie pazze. Giunsero in riva al fiume che costeggiava la città e lo fiancheggiarono fino a quando non intravidero le prime mura. Entrarono in città dalla periferia ovest nel primo pomeriggio, sembrava che ci fosse più vita. Per la prima volta videro persone civili percorrere le strade, ma i militari intimavano di ritornare nelle loro abitazioni. Notarono, con disappunto, che la maggior parte dei negozi erano ora chiusi, con le saracinesche abbassate. «E ora dove ci nascondiamo?» chiese Pamela. «Bella domanda, stanno controllando tutto, negozi, edifici!». Proseguirono camminando nei vicoli periferici, dove c'erano meno militari. Da lontano Camillo scorse un edificio a lui familiare! «La mia vecchia scuola elementare. La conosco come le mie tasche! Se non ci sono soldati possiamo entrare, conosco un sacco di posti dove nasconderci!». Per loro fortuna non c’erano militari. Riuscirono ad entrare da una porta sul retro. Le ragazze seguivano Camillo che camminava spedito. Salirono all’ultimo piano dove c’era un laboratorio, dietro c’era un deposito. Camillo fece sistemare lì le ragazze e scese di nuovo. Tornò con molti cuscini presi dai divani dall’ufficio del dirigente. Lanciò i cuscini per terra per creare un giaciglio comodo. Dal deposito c’era una finestra dalla quale si vedeva buona parte del centro città. Camillo ne approfittò per spiare con la sua fotocamera digitale professionale. I militari erano diminuiti sensibilmente, inoltre sembravano più rilassati parlavano tra di loro, fischiettavano. Il comandante con il blasone d’oro era sparito, restavano solo due, forse tre di quelli con una stella d’oro ed erano loro a dare ordini adesso. Sulla strada principale c'era una sfilata di personaggi, dalle finestre incominciò ad affacciarsi qualche curioso. Guardando meglio Camillo capì che in realtà non si trattava di una sfilata: stavano caricando prigionieri sui carri militari per portarli chissà dove. C’erano persone che Camillo non conosceva. Dopo alcuni personaggi sconosciuti Camillo scorse una loro vecchia conoscenza. «Hanno arrestato Lupin!» disse rivolgendosi a Pamela. «Bene… così impara quel ladro!» «Ma quello… ma quello è il custode!» Camillo sobbalzò in piedi. «Hanno arrestato il custode!» urlò disperato. Pamela e Betta corsero alla finestra. Camillo inquadrò la scena e spostò la fotocamera in modo che loro potessero vederla. «Lo sapevo!» esclamò Pamela infuriata. «Che idioti i soldati, hanno arrestato tutte quelle persone tranne che Dabby Dan!» disse Camillo. «Però il custode non possiamo lasciarlo in galera, dobbiamo liberarlo!» Pamela abbassò gli occhi. «Noi?» disse. «Ma quelli sono un migliaio di soldati armati e noi solo tre, come lo liberiamo?» «Non lo so, ma il custode è stato con noi nei momenti più difficili, ci ha salvati dai soldati!». Si alzò prese la sua roba e s’incamminò fuori dalla stanza. Devo fare qualcosa!» «Ma dove va?» chiese rivolgendosi a Betta. «Camillo, aspetta, Camillo!» urlò a squarciagola. Poi corse fuori seguita da Betta, trovò Camillo immobile. «Dai aspetta, non puoi andare da solo, dobbiamo organizzare un piano!» «Non vi muovete. State dietro di me!».     Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Una casa davvero strana

Capitolo 27 – Una casa davvero strana Era notte fonda quando furono svegliati da rumori in lontananza. Il custode uscì sotto la pioggia. Tornò trafelato. «I soldati! Quelli a noi non ci piacciono!». I ragazzi sbiancarono. Uscirono dalla capanna e il custode indicò loro la luna e con il dito indicò il sentiero da seguire. «Tu non viene con noi?» chiese Pamela disperata. «Il signore nero, con lui devo parlare!» Pamela voleva urlargli che non doveva andare, che ormai per il suo bambino non c'era più niente da fare, ma Camillo la trattenne e le fece cenno di no con la testa. Si divisero, il custode andò incontro ai soldati, loro nella direzione opposta, sul sentiero verso la luna. Camminarono senza fermarsi tutta la notte sotto una pioggia incessante. Era quasi giorno quando videro una casetta in lontananza. All’esterno si presentava con una staccionata fatiscente. Attraversarono il cancelletto di legno. La porta d’ingresso era appoggiata. Erano esausti e l’unica cosa che notarono fu il letto, vi ci si catapultarono sopra sopraffatti dalla stanchezza. Quella che poteva sembrare un’avventura stava diventando sempre di più un incubo. Si tolsero scarpe e cappotti inzuppati, Camillo aveva acceso il caminetto. Senza accorgersene si addormentarono tutti e tre uno accanto all’altro. Si svegliarono la mattina del giorno dopo. Guardandosi attorno si accorsero che la casa era abitata, forse abbandonata da poco. In una dispensa trovarono pane e del formaggio e fecero una colazione fugace. Fremevano dalla voglia di esplorare la casa e i dintorni. Incominciarono a guardarsi in giro, la casa non era molto grande. Pamela si accorse di un fatto inconsueto: la casa, seppur piccolina, si divideva in due parti. Nella camera dove avevano dormito c’erano due letti, due comodini, due armadi, ma la cosa strana era che una delle due parti era ordinatissima, sistemata nei minimi particolari, l’altra era totalmente in disordine. Anche la cucina era divisa: c’erano due credenze, un tavolo con quattro sedie, ma al centro del tavolo c’era una lunga fioriera che lo divideva in due spazi. Il lavello e i fornelli dividevano in due la cucina, sui lati di fornelli e lavello altre due credenze, sulla prima credenza c’erano piatti allineati, tazzine in fila simmetrica, bicchieri riposti in ordine di grandezza e bomboniere che adornavano gli angoli. L’altra credenza era un deposito di stoviglie: piatti, bicchieri e posate, sembravano sporchi da giorni. E così era tutto il resto. Un lavello ordinato e pulito, l’altro era l’emblema del caos. I ragazzi si guardarono perplessi. Camillo notò una porta quasi nascosta in un angolo della cucina, dava su delle scale di pietra, percorsero le scale e si trovarono in un piccolo scantinato poco illuminato. C’era una finestrella che dava un po' di luce. C’erano vari scaffali disposti su due pareti. Su una delle pareti c’erano cianfrusaglie, barattoli e tanta roba sparsa in maniera disordinata, mentre sull’altra parete, ancora una volta, tutto era disposto con un ordine maniacale. Ogni scaffale era diviso in cinque ripiani e su ogni ripiano erano disposti barattoli e bottiglie sistemati per grandezza e contenuto. Su uno scaffale vi erano le marmellate, divise per gusti, sul ripiano in alto c’erano i barattoli con la marmellata di fragole, sotto le marmellate di ciliegie, poi le marmellate di rosa canina, poi quelle di pesca e sull’ultimo scaffale in basso c’erano barattoli di marmellata di lamponi. I succhi di frutta erano divisi in pera, mela, pesca, fragola e uva. Poi c’erano gli scaffali dei barattoli sottolio: peperoni, zucchine, carciofini, cipolline e pomodorini. Su ogni barattolo e su ogni bottiglia vi era incollato un foglietto con scritto il contenuto, era scritto a mano con un pennarello indelebile, ma con una bellissima calligrafia. Il prodotto, per esempio marmellata di fragole o succo di pesca, era scritto in corsivo, sotto, in stampatello, vi era posta la data. Erano tutti disposti con una precisione morbosa. Ogni scaffale era composto da cinque file di dieci barattoli, e cinque file di dodici bottiglie. Era uno spettacolo da vedersi, sembrava di stare nelle vecchie botteghe dei droghieri. Ma perché chi ci viveva ordinasse sempre un lato a discapito di un altro, era un mistero. Sull’ultimo scaffale c’erano pacchi di biscotti, salatini, zucchero, sale e tutto l'occorrente per poter restare lì a lungo. Almeno fino a quando la situazione non si sarebbe tranquillizzata. «Sembra un rifugio antiaereo!» disse Camillo. Ritornarono sopra ed uscirono nel giardino circostante. Anche lì la contraddizione era lampante. Il lato destro della casa aveva un orticello ben tenuto, con verdure di ogni genere. Disposte nel terreno sempre con quell’ordine ossessivo. Sulla parete della casa vi era un pannello sul quale vi erano posti gli attrezzi del giardinaggio, in ordine di grandezza e tipologia. Sul lato sinistro della casa, invece, c’era un orto mal tenuto, con verdura sparsa senza un ordine preciso. Utensili da giardinaggio sparsi ovunque o disposti senza ordine in un secchio. Decisero di restare lì, sperando che i soldati non arrivassero fino in quel posto sperduto. Trascorsero la giornata chiacchierando e risposando. Di tanto in tanto uscivano in giardino a prendere un po' d'aria. Verso sera Pamela incominciò ad essere assalita dall’ansia, per la prima volta chiese del custode. «Lo avranno preso i militari? Se sanno che è stato lui a rubare e consegnare le provviste lo arresteranno?» Camillo scrollò le spalle, poi scese in cantina e prese dei barattoli di ortaggi sottolio. Nella credenza in ordine Pamela trovò altro pane, raffermo, ma ancora buono. Imbandì la tavola e si sedettero. C'era silenzio, tutto era silenzioso in quel luogo sperduto tra le campagne. «Sembriamo marito e moglie!» disse Pamela con noncuranza. Camillo arrossì e si alzò facendo finta di cercare qualcosa nel frigo. «Sì, sì, che bello e io sono vostra figlia!» disse Betta euforica. Pamela divenne rossa come un peperone e si pentì di quell’affermazione. Cercò di sdrammatizzare parlando del custode. «Quando torna gliene canto quattro. Era proprio necessario andare incontro ai soldati?». «Credo lo abbia fatto per salvare noi. Così non ci hanno più cercato!» Poi si aprì la porta, Pamela sbiancò e Betta l’abbracciò. Camillo si alzò di scatto. Erano due vecchiette dal viso simpatico. Le due donne furono felicemente sorprese! «Buonasera!» salutarono con educazione. «Che bella sorpresa! Chi siete?» chiese una delle due con modi gentili. «Non sapevamo fosse abitata, non sapevamo dove andare e abbiamo trovato aperto e ci siamo rifugiati. Ci sono i soldati in città. Pensavamo che la casa fosse abbandonata, volevamo riposarci un po’! Ma ce ne andiamo subito!» disse Camillo preoccupato. Ma per tutta risposta una delle due li pregò di non andarsene, che a lei avrebbe fatto piacere se fossero restati, era contenta della presenza di altre persone visto che viveva da sola. I ragazzi si scambiarono uno sguardo interrogativo. Subito dopo anche l’altra vecchietta disse che sarebbe contenta di un po’ di compagnia perché, anche lei, abitava da sola. Le due donne apparecchiarono la tavola e, ognuna per conto suo incominciarono a raccontare. «Mi chiamo Elvezia, e abitavo qui con mia sorella Clodimira. Poi abbiamo litigato, e ci siamo separate. Ora io abito sola!» «Io mi chiamo Clodimira e vivo sola, fino a qualche anno fa abitavo con mia sorella Elvezia, poi lei fu molto cattiva con me e io la cacciai di casa. Ora non so dove abita!» Pamela era un po’ spaventata e non appena le due sorelle furono a debita distanza mosse le sue perplessità. «Camillo ho un po’ paura… queste sono pazze!» «A me fanno ridere, sono un po’ pazzerelle, ma in fondo sono simpatiche!» «Anche a me fanno ridere!» disse Betta sorridendo. Durante la serata le due donne aggiunsero particolari alla loro storia. E mettendo insieme le notizie i ragazzi riuscirono a capire che Clodimira e Elvezia non si parlavano da venti anni, vivevano nella stessa casa e condividendo tutte le suppellettili, ma non si rivolgevano più la parola. Ciascuna viveva per conto suo. Ciascuna aveva la sua metà di camera da letto, metà cucina, metà giardino e metà cantina. Il motivo del litigio fu un gatto che viveva con loro. Per più di due anni il gatto aveva abitato in quella casa, poi, come molti gatti, decise di andare via e ognuna delle sorelle incolpò l’altra. Arrivarono a litigare così forte che si presero anche a capelli. La cosa assurda è che anche se non si parlavano facevano le stesse cose. Come per esempio la loro assenza nel giorno in cui erano arrivati i ragazzi: erano andate a trovare una zia che abitava poco distante e avevano dormito da lei. Clodimira e Elvezia si mostrarono gentilissime e furono contente di avere i tre ragazzi in casa, tanto da insistere a rimanere per un po’ di tempo con loro e i ragazzi, dal canto loro, furono molto contenti di restare lì, almeno fino a quando non si fossero calmate le acque. Ma la convivenza con le due donnine diventò presto un incubo. Clodimira e Elvezia, incominciarono a cercare in tutti i modi di mettere i ragazzi uno contro l’altro. Non appena Pamela si avvicinava a Clodimira, Elvezia diceva a Camillo di stare attento alle ragazzine perché erano pericolose. E altrettanto faceva Elvezia con Pamela e Betta. Se poi Camillo si avvicinava a Clodimira, allora Elvezia diceva a Pamela di stare attenta a Camillo e Betta perché erano dei poco di buono. E Elvezia diceva a Camillo di non rivolgere la parola perché le ragazze erano false. All’inizio i ragazzi risero della cosa, ma dopo un po’ di giorni le due vecchiette incominciarono ad essere più insistenti e severe. Si arrabbiavano, minacciavano i ragazzi di non farli mangiare. Durante uno di questi rimproveri Camillo reagì dicendo che la dovevano smettere con questa storia altrimenti se ne sarebbero andati, ma le due donne dissero con tono minaccioso che da quella casa non se ne sarebbe andato nessuno. Poi Clodimira si avvicinò a Pamela e l’afferrò per un braccio cercando di spingerla in cantina. Pamela urlò e cercò di divincolarsi dando calci alla vecchia, ma la donna aveva una presa molto forte. Camillo si avventò immediatamente per salvarla ma Elvezia si interpose tra di loro mostrando due occhi di fuoco. Pamela stava cedendo per la paura e incominciò a piangere. Betta afferrò i capelli di Clodimira che urlò lasciando la presa. Camillo estrasse il coltello dalla tasca e lo fece vibrare in aria. Elvezia si spaventò e si fece da parte. Camillo si avvicinò a Clodimira continuando a far vibrare il coltello e intimandogli di non avvicinarsi alle ragazze. Clodimira oppose prima un po’ di resistenza, ma poi si allontanò. Pamela e Betta si nascosero dietro a Camillo che raccolse lo zaino e camminò in retromarcia coprendo le ragazze. «Se ci seguite vi uccido!» Uscirono in cortile. Si presero per mano e procedevano lentamente in retromarcia. Poi sentirono urlare nella casa. «È colpa tua se sono andati via!» «Nooo, la colpa è tua, tua tua!» «No, è colpa tua, sempre una volta in più! Tu, tu, tu!» «Camillo si parlano di nuovo!» disse Pamela. «Hai visto? Ora fanno pace grazie a noi. Andiamo via presto!»   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Notte nella capanna

Capitolo 26 – Notte nella capanna Aveva smesso di piovere, ma erba e terreno erano fradici. Percorsero alcuni chilometri, tra erba e fango, avevano le scarpe inzuppate e i piedi congelati. Camminavano veloci tra le sterpaglie. Giunsero nei pressi di un vecchio capanno in muratura che sembrava abbandonato. Dal contenuto del capanno era chiaro che si trattava del deposito di un contadino. C’erano ancora degli attrezzi. Forse era stato abbandonato alla comparsa di Dabby Dan, o forse prima. C’era un piccolo caminetto in pietra, il custode lo accese con un poco di legna asciutta che giaceva per terra. Si tolsero le scarpe inzuppate e si riscaldarono alla meglio. Incominciarono ad avere fame, non c’era stato tempo di fare colazione e nella fretta nessuno aveva pensato a portare delle provviste. Camillo e il custode decisero di uscire a cercare qualcosa da mangiare. Le ragazze rimasero nella capanna per mettere un po’ d’ordine e creare un giaciglio per la notte. Presero delle casse di legno che posizionarono come sedie e un tavolino. Con una scopa di paglia spazzarono alla meglio. Misero in ordine gli oggetti sparsi in giro e trovarono dei sacchi che sistemarono per terra per non dormire a contatto con il terreno. Quando dopo due ore tornarono gli uomini restarono sorpresi del cambiamento. «Femmine!» esclamò Camillo sorridendo a Pamela che cercava il suo sguardo. Gli “uomini di casa” avevano trovato un bel bottino. Roba da mangiare e alcune coperte. «Ma dove avete trovato tutta questa roba?» Camillo alzò le spalle come se niente fosse. «Semplice, nel deposito dei soldati!» «Siete tornati lì? Ma siete pazzi?» esclamò la ragazza preoccupata. «No, i soldati erano così concentrati a cercarci per tutta la città che hanno lasciato il deposito incustodito!» Poi Camillo raccontò che nel deposito avevano incontrato una vecchia conoscenza: Zucchero a velo. Era legato come un salame nell’attesa di essere portato in prigione. Aveva confessato di essere andato dai soldati dicendo che gli avrebbe dato delle informazioni importanti se gli avessero dato un po’ di roba. «Comunque gli ha detto solo del trenino del Luna Park, non ha saputo descriverci. Ancora una volta non si ricordava di me!» «Comunque quel ragazzo mi fa pena!» disse Pamela. Mangiarono e bevvero a sazietà. Si sedettero per terra e si rannicchiarono nelle coperte. Il custode guardava il soffitto, sembrava stesse pensando a qualcosa di importante. Pamela era pervasa da un senso di tristezza, aveva la sensazione che tutto stesse per finire. In fondo sapeva che quei momenti intrecciati di avventura e di tenerezza non potessero durare per sempre, ma ora aveva la sensazione che la fine fosse vicina, non sapeva perché, ma ne aveva un vivido sentore. Ma anche di un’altra cosa era certa: né lei, né Betta sarebbero più tornate al Prosperitano. Riprese a piovere intensamente, per fortuna, nonostante fosse vecchio, il capanno non aveva infiltrazioni. Nel pomeriggio incominciò a scurirsi. Betta si era addormentata e il custode guardava rapito fuori dalla finestrella. Pamela si adagiò tra le braccia di Camillo. «Ti ricorderai di me quando questa avventura finirà?» «Non potrei dimenticarti neanche se mi facessero il lavaggio del cervello!». Betta si risvegliò in preda ad un incubo, urlava e piamngeva. Pamela e Camillo l’abbracciarono, ci volle un po' prima che si calmasse. «Camillo… qualunque cosa succederà, io e Betta non torneremo in quell’istituto maledetto!» disse Pamela con le lacrime agli occhi. «Non ci tornerete, per nessuna ragione al mondo!».   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Fuga dal Luna Park

Capitolo 25 – Fuga dal Luna Park La mattina seguente furono svegliati da una pioggia fitta e da forti rumori. Camillo spiò dalla finestra e vide i soldati perlustrare il Luna Park. Ce ne erano molti intorno al trenino. Lo stavano perquisendo. Vicino a loro Camillo scorse Zucchero a velo che tremava. «Quel bastardo di Zucchero a velo ha fatto la spia! Stanno venendo qui!». Uscirono dalla roulotte uno alla volta, tenendo la porta semichiusa per non farsi vedere. Il custode davanti e i ragazzi dietro con il cuore che batteva all'impazzata. Si diressero verso l’apertura del reticolato. Voltarono a destra. Proseguirono per un tratto fino a quando entrarono in una cabina in muratura. C’era una scala; la percorsero in fretta chiudendo la porta dietro di loro. Si trovarono nelle fogne della città. Pamela ebbe i brividi, Betta stringeva la sua mano sempre più forte. L'aria era pestiferas e cupa, era buio, un'atmosfera tetra spezzata di tanto in tanto da piccoli raggi provenienti dai tombini della strada in alto. Erano costretti a camminare in fila indiana per non finire con i piedi nell’acqua fetida e per scavalcare la spazzatura che incontravano sul loro cammino. Il custode faceva strada spedito e i ragazzi facevano fatica a stargli dietro. Era chiaro che non era la prima volta che percorreva i cunicoli delle fogne. Giunsero ad un incrocio di viuzze, il custode si fermò, alcuni ratti gli stavano attraversando la strada, Pamela e Betta urlarono e si aggrapparono a Camillo. Il custode la guardò con espressione inebetita. «Sono topolini, sempre bravi amici!» Pamela voleva urlare e controbattere, ma Camillo la fermò. «Sta scherzando Pamela!» disse, ma non era convinto del tutto della sua affermazione. Girarono nella direzione da dove stavano venendo i ratti. Pamela chiuse gli occhi e afferrò la maglia di Camillo, lasciandosi trascinare senza guardare, tendendo Betta stretta tra le braccia. Ma nessuna paura è più grande del non vedere e di tanto in tanto apriva un po’ gli occhi per accertarsi che tutto fosse a posto e fu proprio in una di quelle brevi incursioni nel mondo reale che vide qualcosa muoversi dietro un angolo. Tirò la maglia di Camillo e gli sussurrò nell’orecchio che c’era qualcuno. Anche il custode dovette percepire una presenza e si fermò mettendosi con le spalle al muro. Altrettanto fecero i ragazzi. Si spingevano quanto più potessero al muro, quasi volessero diventare parte di esso. Restarono lì per alcuni minuti, a guardare quell’ombra che si muoveva in modo strano. Poi come per un sortilegio malefico l’ombra si duplicò. Ma non si era duplicata, erano in realtà due ombre avvinghiate che ad un tratto si erano separate. Ma che facevano due ombre abbracciate lì sotto? Le due ombre si spostarono passando sotto uno di quei tombini da dove filtrava la luce, i loro lineamenti divennero chiari per qualche secondo. La prima ombra era quella di uno soldato, uno di quelli con una stella rossa. La seconda ombra era di una donna. Era alta, bionda, con delle calze a rete. «Oh mio Dio!» esclamò Pamela. Fu però lesto Camillo a tapparle la bocca con una mano prima che quei due la sentissero. «Ma sei pazza, vuoi farci scoprire?» le disse con un fil di voce. «Camillo, quella non è una donna, è quell’uomo vestito da donna che abbiamo incontrato alla stazione!» Camillo annuì. «Camillo ma se un uomo bacia un altro uomo vestito donna, è gay?» chiese la ragazza. Pamela notò che Camillo era in difficoltà e troncò il discorso. Ad un certo punto il cunicolo si allargò, sulla parete destra c’era una porta. Poi sentirono urlare. «Alt, fermi, non fate un altro passo! Fermi, qualificatevi!». I ragazzi rabbrividirono. Da lontano videro splendere una stella d’oro sul braccio di un soldato. «Sono l’uomo delle fogne, sto pulendo le fogne!» disse Camillo. «Nessuno può pulire le fogne senza il mio permesso!» «Oh… pensavo che dovessi ascoltare quello che mi ha detto il soldato con il blasone d’oro!» «Il Generale? È stato il Generale a ordinarglielo?» chiese il soldato. «Sì!» «Ok, ma si sbrighi!» disse il soldato. Poi videro il soldato e il travestito passare ad un palmo da loro che correvano per non farsi scorgere dal soldato con la stella d’oro. «Grande, l’hanno bevuta, hanno creduto davvero che eri l’uomo delle fogne e che te l’avesse ordinato il generale!» disse Pamela a Camillo. Restarono soli, entrarono nella porta sul muro, c’era una scalinata e si ritrovarono sulla riva di un fiumiciattolo, sotto un ponte. Costeggiarono il torrente fino ad uno stagno, lì abbandonarono il corso d’acqua e si inoltrarono in aperta campagna.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Un treno carico di desideri

Capitolo 24 – Un treno carico di desideri Quando tornò il Custode gli raccontarono tutto, ma lui restò in silenzio. Camillo gli chiese se sapesse dove era il deposito delle provviste e il custode annuì. «Che cosa vuoi fare?» chiese Pamela. «Non sarebbe bello prendere le vettovaglie dal deposito e distribuirle alla gente?» disse Camillo. «E come la portiamo tutta la roba? Ci vorrebbe un camion!» disse Betta. «Un trenino, è fatto per portare tanta roba!» disse all’improvviso il custode. I ragazzi spalancarono gli occhi, era un’idea favolosa, restava solo il problema di come allontanare i soldati. «Posso urlare che c’è il mostro che mi vuole mangiare e farmi rincorrere dai soldati!» disse Betta. Sembrava un'idea tanto folle quanto realizzabile. Ma ancora una volta dovettero accettare di separarsi. A Camillo toccò anche pianificare la via di fuga, lui meglio di tutti conosceva la città. Poi insieme al custode andò al deposito con il trenino. Parcheggiarono sul retro, a debita distanza. Camillo entrò da una porta sul retro, non c’era nessuno, senza farsi notare aprì una finestra, chiuse la maniglia, e richiuse la finestra, sembrava chiusa ma era aperta. Aspettarono che si facesse orario e chiudessero le porte. Il custode portò il treno vicino alla finestra. Camillo spinse la finestra ed entrò. Fu un duro lavoro ma riuscirono a caricare il trenino che sembrava la slitta di Babbo Natale. Poi si diressero verso il centro della città in un punto dove Betta potesse vederli e al segnale convenuto andò a posizionarsi vicino alla strada principale che portava fuori dalla città. Poi incominciò ad urlare con quanto fiato aveva nei polmoni. «Aiutoooo! Il mostro aiuto!» Quando vide accorrere i soldati incominciò a scappare a gambe levate, poi girò l’angolo. C’era una finestra aperta e vi si piombò dentro con un salto aiutata da Pamela. Poi all’arrivo dei soldati Pamela si affacciò alla finestra con un foulard in testa, la faccia sporcata con la terra e un paio di occhiali che Camillo aveva trovato nella roulotte. «Presto, presto, l’ha presa, Dabby Dan ha preso la bambina l’ha portata via di là verso il bosco, fate presto la stava già mangiando! Presto presto!» Armati di fucile, con i carri armati a seguito, i soldati si precipitarono verso l’uscita del paese capitanati dal soldato con il blasone d’oro. «Avanti tutta, facciamogli vedere chi siamo! Vivo o morto prendiamolo, sparate a vista, anche se ha in braccio la bambina. L’importante è catturare lui!». Betta che aveva ascoltato gli fece il gesto dell'ombrello. In men che non si dica i soldati tutti lasciarono il paese. Pamela e Betta si catapultarono fuori dalla casa, in realtà era un bar chiuso da anni. Camillo aveva forzato la finestra e fatto entrare Pamela. Le ragazze corsero a perdifiato fino al trenino. Salirono in corsa e mentre il custode guidava i tre ragazzi gettavano le provviste per strada. «Provviste, provviste, ritirate le vostre provviste!» urlavano. In men che non si dica le persone aprirono le porte e arraffarono tutto quello che poterono. Passarono anche presso la casa della anziana signora cieca. Pamela si premunì personalmente di portarle qualcosa. La signora la ringraziò più volte commossa e non le lasciava le mani. La ragazza dovette supplicarla di lasciarla andare. Da qualche finestra sentirono urlare: «Ma i soldati mandano i ragazzini a consegnare le provviste? Lo sanno o no che c’è il mostro in giro?» Salvatore urlò che i soldati erano proprio sulle sue tracce per questo erano loro a fare il giro. Ad un certo punto il custode dovette fermarsi di colpo perché davanti a loro si era parato un ragazzo. Era Zucchero a velo. «Hey… non avete un po’ di roba? Ehm… un po’ di medicine?» «Zucchero a velo!» disse Camillo in tono severo. «Siete un carabiniere? Maresciallo io sto solo cercando medicine, non pensate a male, Maresciallo!» Era così fatto che nemmeno riconobbe i ragazzi. «Zucchero a velo siamo Giulietta e Romeo, non i carabinieri. Prendi qualcosa da mangiare e vai a casa tua!» Ma questa volta Zucchero a velo non voleva sentire ragioni. Era in una evidente crisi di astinenza. Si mise ad urlare che voleva la roba. Afferrò Pamela per la giacca ed incominciò a tirarla. Camillo scavalcò i pacchi a grossi salti da un vagone all’altro e piombò vicino a Pamela in men che non si dica. Abbracciò la compagna e diede un calcio a Zucchero a Velo facendolo rovinare per terra. Poi fece cenno al custode di ripartire. Il ragazzo aveva gli occhi iniettati di odio, ma non ce la fece a reagire. Riuscirono a coprire quasi tutte le strade della città. Era la prima volta, dall’evasione di Dabby Dan, che si vedeva gente per le strade. Ma fu solo per un attimo, il tempo di arraffare le provviste e rifuggire nelle case. Ma fu una bella sensazione. Durante il giro, in un piccolo vicolo, notarono Lupin Insomma che armeggiava con molti pacchi di provviste, aveva preso più roba di quanto gli spettasse. Ma era tardi e non avevano tempo di mettersi a litigare anche con lui. Ritornarono alla roulotte esausti. Era sera e si addormentarono senza nemmeno cenare.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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