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Una passeggiata pericolosa


Una passeggiata pericolosa

Capitolo 22 – Una passeggiata pericolosa I ragazzi decisero di uscire. Non pioveva più e volevano osservare i soldati da più vicino. Camillo portò con sé la fotocamera per scrutare con l’obbiettivo. Usciti dalla roulotte si diressero verso una piccola apertura sul reticolato che circondava il Luna Park, era situata proprio dietro una roulotte vicina e dava su una stradina di periferia che costeggiava un lungo lato del Luna Park. Percorsero la via fino al punto in cui si immetteva di nuovo nella città. Si muovevano guardinghi percorrendo le strade più isolate, completamente deserte. Ad un certo punto una voce improvvisa li fece sobbalzare dalla paura. «Ragazzi ma che fate in giro? Scappate, c’è Dabby Dan!». Era una signora anziana che parlava da dietro le persiane in alluminio aperte un palmo di mano. «Ma… ma… ma noi siamo figli dei soldati!» rispose Camillo preso alla sprovvista. Le due ragazze lo guardarono incredule. «Ah… bene bene, e ditemi ragazzi com’è la situazione? Ancora non si può uscire?» «Nooo signora, Dabby Dan è ancora in giro. Pensi che ha già ucciso dieci soldati!». La signora sbarrò immediatamente le persiane e si barricò di nuovo dentro casa senza nemmeno salutare i ragazzi. «Ma sei impazzito? Perché le hai detto che siamo figli dei soldati?» chiese Pamela divertita. «Così ci ha lasciati in pace, non hai visto?» Betta ancora tremava dallo spavento preso per quell’incursione improvvisa dell'anziana signora. Giunsero in una zona adiacente ad una di quelle presiediate dal soldati. I ragazzi si nascosero dietro un muretto da dove potevano spiare senza farsi vedere. Era impressionante la mole di carri armati e militari sparsi per le strade. Nemmeno nei film di guerra Camillo aveva visto una tale portata di forze armate. Betta era pietrificata e chiese più volte di tornare alla roulotte. Pamela cercò invano di rassicurarla. Camillo era in preda ad una forte curiosità, voleva sapere, voleva conoscere i particolari. Come mai non avevano ancora catturato il mostro? Eppure loro lo avevano incontrato più volte. Forse era scappato lontano? Decise di avvicinarsi. Disse alle ragazze di non muoversi e inutili furono i tentativi di Pamela e Betta di farlo desistere, voleva vederci chiaro ma Betta era troppo spaventata così convennero che sarebbe stato meglio separarsi, le ragazze sarebbero tornate alla roulotte e lui le avrebbe raggiunte dopo circa un’ora. Pamela e Betta si incamminarono sulla via del ritorno, ma qualcosa andò storto perché si trovarono in un piccolo borgo di case che non avevano percorso all’andata. Ad un centinaio di passi notarono dei soldati e furono prese dal panico. Si fiondarono in un piccolo porticato, lo percorsero tutto e poi presero una piccola scalinata a due rampe che portava su un pianerottolo esterno dell’ingresso di un'abitazione. Si accovacciarono lì sperando di non essere viste dai soldati. Ma la porta dell’abitazione si aprì di un palmo di mano e uscì la canna di un fucile. «Via di qua o vi sparo!» urlò un uomo da dietro la porta. Betta, memore della burla di Camillo fatta all'anziana signora, disse che erano povere ragazze e che Dabby Dan le voleva mangiare. Ma il signore invece di intimorirsi abbassò il fucile e glielo puntò diritto in faccia. «Vattene, pezzo di animale! Non mi imbrogli lo so che sei tu Dabby Dan. Non ci sono ragazze in giro!». Le due ragazze si precipitarono giù per le scale ed uscirono dal porticato, era meglio essere viste dai soldati che essere uccise perché scambiate per il mostro. Ma proprio alla fine del porticato c’era un'ombra nera, le ragazze si fermarono di colpo, era Dabby Dan, le guardava con occhi spiritati. Betta diede un urlo ma il mostro si avventò su di loro. Anche Pamela incominciò ad urlare. Le aveva quasi raggiunte quando sentirono gridare: «Chi va là? Siamo l’Esercito Nazionale!» sentirono passi veloci che correvano verso di loro. Il mostro si fermò di colpo, si girò e scappò via. Le ragazze incominciarono a correre nella direzione opposta. Trovarono una porticina semi aperta e senza pensarci su entrarono chiudendo la porta dietro di loro.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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L’amore è nell’aria

Capitolo 21 – L'amore è nell'aria Il pomeriggio di Natale trascorse nell’insegna della serenità. Un pomeriggio fatto di sguardi, silenzi, chiacchierate, coccole. I ragazzi erano contenti, l’unico elemento di disturbo erano i soldati, nemmeno Dabby Dan faceva loro più paura, almeno fino a quando c’era il custode. Le candele rendevano la stanza dorata. Il pomeriggio smise di piovere e fu visibile il tramonto, un raggio color lava penetrò dalla finestra creando un gioco di colori. I ragazzi furono stregati e restarono in silenzio a guardare incantati quello spettacolo di colori che si scontravano e si mescolavano tra loro. Forse durò meno di un minuto, ma a loro sembrò un’eternità. Quando incominciò a fare buio tornò il custode, aveva portato degli affettati e del pane in cassetta. Camillo gli chiese dove li avesse trovati ma non rispose. Quando fu completamente buio chiusero le tende e accesero una sola candela nel lato della roulotte senza finestre, per non essere scoperti dai soldati. Intanto dalla città arrivavano ancora rumori, ma soprattutto luci. C’erano grandi fari posizionati per le strade e alcune vie erano illuminate quasi a giorno. In lontananza si udivano ancora i carri armati, ma i rumori si erano attenuati, segno che ormai avevano completato il piano di azione. Cenarono parlando poco. Solo Betta ogni tanto faceva qualche domanda, perlopiù domande vaghe, senza senso, ma nemmeno si aspettava una risposta. Dopo cena restarono a guardare ancora un po’ fuori, poi, vuoi per la stanchezza, vuoi per il freddo, decisero di andare a letto, ma forse la verità era che per la prima volta avevano un letto vero su cui dormire, con coperte sotto cui rannicchiarsi e proteggersi dalle paure. Il custode e Camillo si coricarono sui letti alti lasciando i posti in basso alle ragazze. Il custode si addormentò in un baleno. I ragazzi restarono svegli ancora un po’. «Vorrei che il tempo si fermasse, ora, per sempre!» disse Pamela. «Anche io!» risposero Betta e Camillo all’unisono. Dopo un po’ si addormentò anche Betta. Calò il silenzio per molto. «Camillo sei sveglio?» chiese ad un tratto Pamela, «Non riesco a prendere sonno!». Camillo scese e si sedette sul bordo del letto. Poi si alzò e guardò fuori dalla finestra. «Vieni, usciamo!» Pamela si avvolse la coperta sulle spalle e la testa e lo seguì. La roulotte vicino alla loro aveva una scala in ferro per salire sul tetto, Camillo salì e invitò l’amica a salire. Si sdraiarono, faceva molto freddo e si coprirono entrambi con la coperta che aveva portato Pamela. Mancavano pochi giorni al plenilunio, la luna era crescente e si nascondeva dietro a grandi nuvoloni, grigi e neri, che attraversavano il cielo, per poi ricomparire dopo pochi secondi. Quando era coperta i suoi raggi creavano effetti di luce che illuminavano la parte di cielo spoglio di nuvole, sembravano raggi d’argento. Pamela prese la mano di Camillo e la strinse forte. «Non ho mai avuto un ragazzo!». Camillo incominciò a tremare, Pamela se ne accorse e poggiò la sua testa sul suo petto. Restarono così in silenzio per un po’ prima di rientrare, il freddo era pungente. Furono svegliati da Betta. «Il custode non c’è. Quando mi sono svegliata era già uscito. Sembra l’uomo dei misteri questo signor Custode!». Camillo e Pamela si guardarono imbarazzati, poi si sorrisero. «Effettivamente!» rispose Camillo per non dare nell’occhio, ma Betta era troppo sveglia, li guardò entrambi più volte. «Qui c’è qualcosa di strano… qualcosa tra di voi!». Poi cominciò a cantare la marcia nuziale e i due amici diventarono prima rossi come una ciliegia, poi porpora come un tulipano olandese. Il custode tornò dopo un po’, aveva con sé cornetti e una bottiglia di latte. Ancora una volta alle domande dei ragazzi su dove trovasse tutto quel cibo non rispose. Ma la cosa poco interessava loro, soprattutto di fronte alla possibilità di mangiare dei buonissimi cornetti alla marmellata di fragole. Camillo versò il latte nelle tazze e fu mentre versava che lesse vicino alla bottiglia la scritta: Esercito Nazionale. Camillo strabuzzò gli occhi e girò la bottiglia verso le ragazze per condividere con loro quello che aveva scoperto. Il custode stava rassettando il reparto letto. «Li ruba ai soldati!» esclamò Pamela, mettendosi a ridere compiaciuta dalla cosa. Risero tutti e tre a bassa voce. Il custode uscì di nuovo e si mise ad armeggiare con la giostra dei cavalli.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice      

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Notte di Natale

Capitolo 20 – Notte di Natale Il custode entrò in una delle roulotte parcheggiate. L’interno era bellissimo ed accogliente e appena entrati i tre ragazzi spalancarono la bocca dalla sorpresa. Di fronte alla porta d’entrata c’era un comò antico, con alcuni oggetti etnici come soprammobili, sul lato sinistro c’era un piccolo cucinino, con un tavolo allestito da una bellissima tovaglia rossa a fiori. Intorno a due lati del tavolo c'era una cassapanca con la seduta di velluto blu imbottito. Poi due sedie, una per ogni lato scoperto, erano fissate al pavimento, anche esse imbottite con rivestimento blu. Alle finestre c’erano tendine rosa, poi altre due tende più spesse di colore bordeaux. Sul lato sinistro c’erano due letti a castello fissati alle pareti, tipo quelli dei vagoni letto nei treni. C’era un piccolo bagno. Il custode accese delle candele che posizionò al centro del tavolo. Aprì una credenza e tirò fuori una torta di mele che posizionò sul top del cucinino, e dei piattini. Spense le luci e accese le candele sul tavolo, poi andò verso la camera da letto e accese un alberello di Natale con luci colorate intermittenti. «Natale, è bello festeggiare!» disse. «Natale? Oggi è Natale?» urlarono i tre ragazzi all’unisono. Si precipitarono a porgersi gli auguri, l’uno con l’altro. «Signor Custode, grazie, da quando ci sei tu, è tutto più bello!» disse Pamela abbracciandolo. «Voi, quando ci siete è bello!» rispose lui restituendo un flebile abbraccio. Tagliò la torta in tante fette, preparò dei piattini e poggiò tutto sul tavolo aggiungendo dello sciroppo di lampone da bere e dell’uva passa in una scodella. Si sedette con loro. La pioggia picchiettava leggermente sulla roulotte. Mangiarono due fette di torta di mele a testa; brindarono, bevvero e sorseggiarono lo sciroppo di lampone come fanno gli adulti con il vino. Restarono per un po’ in silenzio. I tre ragazzi si inginocchiarono sulla cassapanca guardando fuori dalla finestra. In lontananza si vedevano i carri armati e i soldati che transitavano davanti all’entrata. La pioggia formava degli enormi acquitrini sul piazzale del Luna Park, e le gocce di pioggia, precipitando, si andavano ad infrangere contro di essi, bucherellandoli, facendoli sembrare un colapasta, tanti piccoli puntini che svanivano subito lasciando il posto ad altri piccoli puntini che sparivano altrettanto velocemente lasciando il posto ai nuovi. «È il più bel Natale che io abbia mai trascorso in vita mia!» esclamò Pamela. «Anche per me!» fece eco Camillo. «Noi non abbiamo mai festeggiato il Natale, figuriamoci; al Prosperitano Natale era andare a quella noiosa messa di mezzanotte e sentire la predica del prete e l’intervento delle suore!» continuò Pamela. Betta annuì. Il custode si avvicinò alla finestra e incominciò a guardare fuori insieme ai ragazzi, ma il suo sguardo si perdeva in lontananza, non era chiaro se fosse triste, arrabbiato o semplicemente pensieroso, aveva lo sguardo spento. Non uscirono dalla roulotte per tutta la mattinata. Restarono rintanati come se quello fosse il rifugio più sicuro al mondo. Pamela per la maggior parte del tempo se ne stette rannicchiata sulla cassapanca con una coperta avvolta sulle spalle. Betta esplorava la roulotte insieme a Camillo. Parlavano di tutto e di niente. Per pranzo mangiarono pasta con tonno che preparò Camillo. Aveva acceso i fornelli e aperto una piccola fessura della finestrella sulla cucina per far uscire il vapore senza dare nell’occhio. Su di lui c'era lo sguardo attento di Pamela che vigilava che non combinasse guai. Ma questa volta filò tutto liscio, anche perché il gas lo spense Pamela. Betta sparecchiò, Pamela lavò i piatti. Poi i ragazzi si misero a giocare a Scala quaranta con un mazzo di carte che avevano trovato nella roulotte. Il custode uscì sotto la pioggia. «Camillo ma tu ne hai visti tanti di… uomini vestiti da donna?». «Stai pensando al tizio... alla tizia... della stazione?» Pamela annuì. «Casa nostra era un viavai di donne e anche di travestiti a cui mio padre dava tutti i nostri soldi!». «Sono cattive?» «Credo di no, sono come tutte le donne che venivano a casa nostra, una di loro però era brava, sempre gentile con me. Mio padre si addormentava e loro se ne andavano. Martina, invece, restava un po’. Si preparava un caffè, me lo faceva bere anche a me, poi mangiavamo qualche dolce dalla credenza e mi chiedeva della mia vita. Ma era l’unica, le altre che frequentavano casa mi trattavano male, o non mi trattavano proprio!». «Ma chi avete incontrato? Che cosa è un travestito?» chiese Betta. Pamela le spiegò con semplicità che si trattava di un uomo vestito da donna. «Ah… un gay!» esclamò Betta con naturalezza. Sorrisero, poi tacquero.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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I soldati, soldati dappertutto

Capitolo 19 – I soldati, soldati dappertutto Stava calando il buio e dovevano cercare un posto per dormire, ma non avevano voglia di girare, e l’unico posto dove si sentivano al sicuro era la baracca del custode, tornarono lì. Lui non c’era, accesero una candela, si sedettero a tavola e mangiarono qualcosa che avevano nello zaino di Camillo. Del custode non c’era traccia. E ad un certo punto crollarono. Betta e Pamela si adagiarono sul divano, Camillo sulla panca. L’indomani mattina si svegliarono di soprassalto a causa di una pioggia intensa che batteva sulla baracca e da un forte trambusto. Si precipitarono alla finestra, forse il custode aveva rimesso in azione qualche giostra. Ma dalla finestra, guardando verso la strada che costeggiava l’entrata del Luna Park, videro un’invasione di carri armati. Camillo prese un sacchetto di plastica e si coprì capo e spalle e uscì sotto la pioggia. Si nascose dietro la giostra del drago, una giostra che girava in tondo velocemente. Da lì poteva osservare la strada senza farsi scoprire. La città era invasa da carri armati, sembrava un film di guerra, soldati in ogni angolo, armati fino ai denti. Avevano visi cupi e arrabbiati. Camillo ritornò nella baracca mezzo inzuppato, tremava, ma più per la paura che per il freddo. Pamela era bianca, era spaventata, non le piacevano i soldati. Betta non aveva ancora capito che cosa stesse succedendo. Probabilmente l’esercito era lì per catturare Dabby Dan, eppure incutevano più sgomento loro che il mostro, vuoi per il numero di militari, vuoi per l’imponenza, o semplicemente perché i soldati incutono sempre paura. Del custode non c’era ancora traccia. «Sai Camillo, mi fanno più paura loro che Dabby Dan!» disse Pamela. «Anche a me. Mi chiedo se davvero sia necessario l'esercito per un mostro che scappa quando vede il custode! Non bastava la polizia? Mah…» Non potevano uscire, non avrebbero saputo dove andare, e la soluzione migliore fu restare nella baracca. «E se vengono a controllare anche qui?» chiese Pamela. «Ci nascondiamo nella cassapanca!» Ma i soldati non perlustravano le case, nemmeno i luoghi privati, innalzavano solo barricate per strada, si posizionavano dietro pilastri come cecchini in attesa di sparare. Erano in gruppi di soldati, vestiti di verde scuro, ogni gruppo composto da una dozzina di elementi, tutti con una stella rossa sulla spalla, comandati da un soldato con una stella d’argento. I soldati con le stelle d’argento si rivolgevano ad uno con una stella d’oro. Infine, quelli con la stella d’oro, erano agli ordini di uno con un blasone d’oro. Quest’ultimo con blasone d’oro se ne stava dietro una barricata e guardava tutto con lo sguardo severo. Impartiva ordini con una bacchetta, tutti eseguivano i suoi ordini senza fiatare, sembravano formiche operaie. Era come il direttore di un'orchestra, muoveva la bacchetta in lungo e in largo senza parlare e, come in una grande orchestra tutti comprendevano gli ordini dal solo movimento della bacchetta, senza che questi pronunciasse una qualsiasi parola. Tutto e tutti si muovevano con azioni che era chiaro avevano imparato e ripetuto e ripetuto fino ad apprenderle alla perfezione. Tutto era stato studiato meticolosamente nei minimi particolari e tutti erano stati addestrati a non sbagliare una sola azione, tutto doveva procedere per il meglio, sotto la direzione attenta ed esperta del soldato con il blasone d’oro, il direttore d'orchestra. Mentre i tre ragazzi osservavano dalla finestra della baracca la preparazione bellica dei soldati si aprì la porta, i ragazzi sobbalzarono per la paura. Pamela diede anche un urlo. Era il custode che nemmeno si accorse dello spavento dei ragazzi. Entrò a testa bassa e si diresse direttamente alla credenza dove prese una bottiglia di acqua e bevve a sazietà. I ragazzi erano contenti del suo ritorno, si sentivano più sicuri. «Ci sono i soldati!» disse Pamela. «I soldati arrabbiati! A me non mi piacciono!» Anche i ragazzi manifestarono il loro timore per i soldati. Il custode fissava la credenza, poi uscì per rientrare dopo un secondo. «Noi, meglio che andiamo alla roulotte!» disse. «Roulotte? Quale roulotte?» chiese Camillo. Il custode uscì senza rispondere e i ragazzi lo seguirono a ruota. In fondo al Luna Park c’erano alcune roulotte, erano lontano dalla strada, ma da lì si poteva osservare tutto il Luna Park ed era un punto strategico per vedere se i soldati si fossero avvicinati.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Zucchero a velo

Capitolo 18 – Zucchero a velo Il cielo respirò un poco, la pioggia si stava riposando e i ragazzi uscirono. Il custode non c’era; era pomeriggio, in lontananza videro un ragazzo che camminava barcollando nel Luna Park. Uscirono dalla baracca senza farsi vedere, poi aggirarono qualche attrazione e si nascosero per osservarlo. Il giovane venne meno nelle gambe e cadde seduto per terra. Camillo si spaventò e gli corse incontro chiedendogli se stesse bene. «No, non mi sento bene, ho bisogno di rob…ehm… ho bisogno di medicine, ma non trovo spacc… ehm… rifornitori!». «Ma guarda che ci sono molti negozi aperti, forse trovi anche una farmacia aperta e ti prendi le medicine che ti servono!» disse Pamela che fino ad allora era rimasta in silenzio e in disparte insieme a Betta. «No, no… sono medicine speciali quelle che mi servono. Non ce le hanno in farmacia!». Camillo fece una smorfia alla sua amica. «Medicine!» sospirò Camillo, «…non ne abbiamo, ma se vuoi qualcosa da bere o da mangiare… ne abbiamo abbastanza. Magari non prendi le medicine… ma almeno prendi un po’ di forze!». «No, no… non ho fame… non è che hai visto uno che le vende quelle medicine di cui io ho bisogno?». «Non c’è nessuno in giro, non hai visto? Siamo soli non te ne sei reso conto? C’è Dabby Dan in giro, il mostro!». Il giovane uomo disse di chiamarsi Zucchero a velo. Camillo lo guardò in tralice e rispose che loro si chiamavano Giulietta e Romeo e la piccola era la loro figlioletta. Pamela e Betta lo guardarono perplesse, ma quel rintronato di Zucchero a velo era talmente in astinenza che ci credette, o forse non aveva nemmeno ascoltato le parole del ragazzo. Si girò e senza voltarsi disse ai ragazzi di stare attenti a Dabby Dan. E poi imprecò bestemmiando. Pamela coprì le orecchie di Betta. Ma fatti pochi passi tornò indietro, disse che qualcosa da mangiare l’avrebbe presa, non lo guariva ma almeno lo aiutava. Da quando c’era Dabby Dan in giro erano scomparsi tutti quelli che lui chiamava rifornitori di medicine. Uscirono dal Luna Park insieme, ma tenere una conversazione con Zucchero a velo era praticamente impossibile: ogni discorso che iniziava si interrompeva a metà per dire che aveva bisogno di medicine, e ogni discorso che iniziavano i ragazzi lui li bloccava perché cadeva, o stava per cadere e si appoggiava al muro. Fatti pochi passi Zucchero a velo li salutò dicendo che doveva andare a trovare un amico alla fermata dei pullman, evidentemente aveva già dimenticato che in giro non c’era nessuno. I ragazzi dal canto loro non se la sentirono di contraddirlo. Rimasti soli le ragazzine chiesero perché gli avesse detto della storia di Giulietta e Romeo e la loro bimba. Camillo sorrise. «Ma non lo avete capito? Lo chiamano Zucchero a velo per via della cocaina che sniffa. È un tossicodipendente!» aggiunse vedendo che le ragazzine non capivano. Le ragazze guardarono Zucchero a velo allontanarsi, si guardarono tra di loro, poi scrollarono le spalle. Fecero una lunga passeggiata in città. Non parlarono molto. Si guardavano intorno, ognuno con i propri pensieri. Da quando avevano visto il mostro Pamela non si sentiva più sicura nella città deserta, provava disagio intervallati a momenti di smarrimento. Camillo, invece, come sempre, sembrava indifferente a tutto il deserto caotico. Betta era contenta di stare con Pamela, le teneva la mano e le sorrideva continuamente. Sulla strada trovarono un furgoncino di quelli degli ambulanti. Sul portellone c'era incollato un manifesto con scritto Crêpes e Waffel da Francesco. Camillo entrò e si mise a scimmiottare uno Chef crêpier. «Crêpes, crêpes alla cioccolata, cioccolato bianco, marmellata. Crêpes di ogni gusto. Signorina vuole una crêpe? Mi dica il gusto e gliela preparo subito!» disse rivolgendosi a Betta. «Alla cioccolata!» rispose la bambina. «Allora, accendiamo la piastra, prendiamo il preparato, e in un battibaleno sarà pronta la sua crêpe signorina!» «Camillo fai attenzione, non dimenticare cosa è successo quando ti sei messo a guidare il treno!» lo ammonì Pamela. Ma Camillo ormai era senza freni e, a dispetto delle preoccupazioni di Pamela, dopo qualche minuto servì a Betta una crêpe al cioccolato. «Wow!» fu il commento delle ragazzine. «Allora a me a marmellata di amarene!» chiese Pamela. Altri due minuti e Camillo uscì dal furgoncino con due piatti e due crêpes, una per lui e una per Pamela. Alla domanda dell’amica su dove avesse imparato a fare delle crêpes così buone Camillo rispose che nelle tante notti trascorse in strada aveva fatto amicizia con un sacco di persone, compreso il proprietario di una creperia. Mentre parlava sentirono uno scoppio e il furgoncino fu schizzato di cioccolata. «Cavolo ho dimenticato la piastra accesa e la cioccolata sopra!» esclamò Camillo mentre si allontanava con le ragazze per non essere colpito dagli schizzi di cioccolata. «Camilloooo!!!» urlò Pamela, «Sei un imbranato! Sei una catastrofe della natura!». Camillo si aspettava l’ennesima crisi isterica della ragazza, ma Pamela si mise a ridere e lo abbracciò dandogli un bacio sulla guancia. «È per questo che mi piaci!». Camillo diventò rosso-violaceo, venne meno nelle gambe e stava perdendo i sensi. Betta incominciò a schernirlo tra le risa di Pamela, cantando una canzone. «Sei diventato rosso, rosso, rosso, sei diventato rosso, come un peperon!» Camillo ammutolì ma nella testa aveva il big bang. Era felice e allo stesso tempo frastornato. Era euforico ma imbarazzato. Gli sembrava che tutto intorno girasse, e che potesse perdere l’equilibrio da un momento all’altro e cadere, cadere in un precipizio, ma in fondo al precipizio c’era una piscina di gomma piuma sulla quale atterrava indenne, ma ebbro di felicità.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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