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La grande bugia su Betta

Capitolo 38 – La grande bugia su Betta

Otto ore prima
I pensieri di Camillo furono distolti da una bussata leggera alla porta. Entrarono una donna e una coppia di persone anziane. Avevano tutti e tre gli occhi lucidi. La donna si avvicinò a Betta, si inginocchiò e si coprì il viso per nascondere le lacrime.
«Betta!» disse con un fil di voce.
Betta la guardava spaventata e allo stesso tempo incuriosita, poi spalancò la bocca.
«Mamma?».
Le due donne cominciarono a piangere a dirotto, l’uomo aveva gli occhi lucidi.
«Betta… piccola mia, non sai quanto ho pianto quando ti hanno strappata dalle mie mani per rinchiuderti in quell’orribile orfanotrofio. Ho lottato con tutte le mie forze per riaverti…!».
«Ma suor… suor Cetaceo mi ha sempre detto che mi hai abbandonata e non volevi saperne di me!».
Sara Perlari, la madre, raccontò che quando rimase incinta aveva solo diciassette anni, i genitori la cacciarono di casa. E lei visse di espedienti per tre anni, vagava dalla casa di un’amica ad un’altra, cercando un lavoro, ma soprattutto di far crescere Betta. Ma ad un certo punto qualcuno avvertì i servizi sociali che dopo qualche giorno presero la bambina e la affidarono ad un istituto. Dopo qualche mese le tolsero la patria podestà e da allora non le fu più permesso avvicinarsi alla bambina. Lei cercò comunque di incontrare la figlia e rassicurarla, ma una notte la bambina fu trasferita e da allora non seppe più niente di lei, e da allora incominciò la triste avventura di Betta al Prosperitano. Di lei si presero cura solo i suoi due anziani zii, che ora l’avevano accompagnata.
Poi bussarono alla porta, la donna si irrigidì. Erano due poliziotti ed un’assistente sociale. Una donna antipatica quanto la nonna e la suora messe insieme.
«Esca da questa stanza immediatamente, quella bambina non è sua figlia!» disse con tono aspro, ma con un leggero sorriso cattivo.
«Ma è mia mamma!» esclamò Betta piangendo.
«Non per la legge!» disse l’assistente sociale ancora più cattiva.
«La legge? Ma è sua mamma! Cosa c’entra la legge?» chiese Pamela.
Ma l’assistente la guardò con sufficienza.
«Se fosse stata una buona madre non le sarebbe stata tolta!» disse sorridendo.
La madre di Betta uscì piangendo, guardando Betta con tutto l’amore di questo mondo, seguita dagli anziani zii.
L’assistente sociale la spinse via con forza. Uno dei poliziotti le trattenne il braccio con aria minacciosa.
«Non esageri!» disse rivolto all’assistente sociale.
«Faccio il mio lavoro!»
«Il suo lavoro dovrebbe essere proteggere la bambina, certe scene se le risparmi. Non rientra nel suo lavoro utilizzare la forza!».
Ma l’assistente continuò a sorridere.
Restarono di nuovo soli. Pamela abbracciò Betta con forza.
Camillo uscì per andare a prendere qualcosa da mangiare ma tornò dopo pochi secondi in preda al panico.
«Stanno venendo qui, mio padre, tua nonna e la suora!»
«Che facciamo?» domandò Pamela spaventata.
Betta aveva l’espressione terrorizzata.
«Ok…andiamo via, si prendessero i soldi, ma non avranno noi!».
Le ragazze non se lo fecero ripetere due volte.
Uscirono velocemente. Presero le scale secondarie e scesero guardinghi. Usciti dall’albergo si diressero verso il Luna Park, ma c’erano persone in ogni giostra e baracca. Erano tornati i saltimbanchi. Di colpo si resero conto che tutta la città aveva ripreso a vivere, non c’era un posto dove avrebbero potuto nascondersi. Inoltre non avevano soldi con loro, non avrebbero potuto comprare nemmeno un panino. Camillo ebbe un’idea e tornarono in albergo. Entrarono in cucina e chiesero al cuoco se gli poteva fornire qualcosa da mangiare. Avevano deciso di fare un pic-nic disse Camillo e il cuoco diede loro più provviste di quanto in realtà se ne aspettassero. Poi passarono fugacemente per il bar e scapparono. Dove? Nella campagna naturalmente, in quella dove avevano trovato già rifugio una volta, nella stessa capanna dove avevano alloggiato con Dabby Dan. Le provviste sarebbero bastate per almeno due giorni. C’erano ancora le coperte che avevano lasciato. Era ancora in ordine come l’avevano sistemata le ragazze. Aspettarono la sera e si addormentarono. Al mattino, quando le ragazze si svegliarono, trovarono la colazione pronta. Camillo era già sveglio e diede loro la notizia.
«Io sono convinto che Dabby Dan, il signor Custode, sia innocente e ho deciso di liberarlo!».
«Eh? E comi ci arrivi nel carcere a 40 km di profondità?» chiese Pamela.
«Non lo so, a questo ci penserò dopo! Adesso però ho deciso che lo devo liberare!».
Pamela lo guardò come fosse un matto. Ma Betta sorprese tutti.
«Anche io voglio darti una mano!»
«Ok… “tutti per uno e uno per tutti” dicevano i tre moschettieri!» aggiunse Pamela guardando Camillo dritto negli occhi e sorridendogli.
Erano ormai tre giorni che dei ragazzi non si sapeva niente. Ero seduto nel mio ufficio a gettare in aria una pallina di carta e a riprenderla, quando mi passarono una telefonata. Un signore aveva informazioni sui ragazzi, mi dissero. Era la ventesima telefonata che arrivava quel giorno. Risposi meccanicamente, con la voce annoiata, quasi infastidita.
«Gustavo? Sono Camillo!»
Sussultai!
«Camillo!!! Dove siete? Che cosa è successo? Come state?».
«Hey… una domanda alla volta. Stiamo bene. Ci siamo nascosti per non finire nelle grinfie di quei tre poco di buono!».
Sorrisi, non potevo dargli torto. Mi dissero che mi volevano vedere. Fu così che andai alla capanna. Avevano provviste per una settimana. Seppi dopo da Pamela che Camillo le aveva rubate alle due vecchiette pazze durante una loro uscita.
Mi raccontarono dei loro dubbi, e si sorpresero quando dissi loro che i loro dubbi erano più che fondati. Ma liberare Dabby Dan non si poteva nemmeno prendere in considerazione. Ma che cosa fare? Fu allora che pensai ad un articolo, un articolo che avrebbe stravolto tutto il caso. Se l’opinione pubblica avesse preso a cuore il caso dei tre ragazzi e del “mostro”?
Telefonai al mio direttore e gli parlai delle intenzioni dell’articolo, nell’immediato mi prese per pazzo, ma poi mi disse che se avessi utilizzato l’interrogativo per tutto il pezzo avevo ancora carta bianca.
Fu un successone. L’intervista accendeva una fiammella sui primi dubbi:
Chi è davvero Dabby Dan?
È davvero il mostro di cui tutti hanno paura?
E perché non ha mangiato o ucciso i tre ragazzi dopo aver trascorso più notti con loro che erano ignari della sua identità?
Poi partivano le interviste dei ragazzi in cui parlavano di Dabby Dan.
Non ho mai conosciuto nessuno così bravo. Ci ha aiutati e ci è stato vicino quando tutti ci avevano abbandonato.

Mia nonna mi ha abbandonato nell’istituto quando ero piccola e non si è mai più interessata di me, ora torna e vuole i soldi della ricompensa, ma io quei soldi non li voglio perché non volevo far arrestare il signor Custode.

La suora della Cucculalla ci ha sempre picchiate a me, Pamela e le altre. Con il signor Custode abbiamo trascorso il più bel Natale della nostra vita. Ci ha anche preparato una torta. Se fosse stato un mostro non ci avrebbe mangiato secondo voi?

Come può essere che dietro una persona con questo cuore si nasconda un mostro? C’è forse qualcosa di cui non siamo a conoscenza? Che cosa si nasconde dietro questa storia? Forse c’è sotto qualcos’altro? Mistero.

Ancora una volta il direttore mi fece i complimenti: l’auditel era volato alle stelle. La nostra emittente era diventata punto di riferimento nazionale e mondiale riguardo la storia di Dabby Dan.
E l’opinione pubblica incominciò davvero a chiedersi chi fosse realmente Dabby Dan. Da più parti si sollevò la voce di un processo equo, che raccogliesse tutte le informazioni e testimonianze possibili.
Il caso incominciò a diventare bollente ed un ministro spinse perché venisse riaperto il processo.
Non potendosi permettere un avvocato, a Dabby Dan fu dato un avvocato d’ufficio. La notizia triste fu che il giudice era sempre lui: Nello Somaro. Mentre la nota positiva fu che la nonna, il padre e la suora svanirono nel nulla. Ma, al contrario di quanto in molti potessero pensare, il motivo non fu la paura di conseguenze legali per le dichiarazioni rese dai ragazzi, ma la revoca della ricompensa di 500.000. Dopo l’intervista i soldati capirono che i ragazzi non avevano collaborato all’arresto del mostro e furono dichiarati amici del mostro e non salvatori dell’umanità. Così, di nuovo poveri, senza soldi, non valevano più nulla per la nonna, il padre e la suora. Naturalmente le cose non vanno mai per il verso giusto e nessun provvedimento fu preso nei confronti di suor Cetaceo e l’orfanotrofio, nessuna indagine, nessun controllo per appurare se davvero ci fossero maltrattamenti e incurie.
E, solito paradosso, più voci influenti dichiararono che, se non fossero stati minorenni, Camillo, Pamela e Betta sarebbero potuti essere indagati per favoreggiamento.
A processo iniziato cercai di convincere i ragazzi a tornare in città, potevano nascondersi in casa mia, sarebbe stato un nostro segreto, non potevano continuare a vivere nella capanna. Ma mi confessarono che erano già in città. Alloggiavano dalla madre di Betta. Camillo l’aveva contattate durante il soggiorno nella capanna e lei gli aveva proposto di andare da lei, tutti e tre. La polizia e gli assistenti sociali le avevano già fatto visita dopo la scomparsa dei ragazzi, era escluso che ritornassero. Mi venne da ridere, quei ragazzi ne sapevano una più del diavolo. Ogni tanto mi rilasciavano una nuova intervista. Un giorno il direttore mi chiese dove fossero, feci una smorfia contrariata, ma lui scrollò le spalle, in fondo non gli interessava dove fossero i ragazzi, gli interessavano le loro interviste.
Il processo cominciò. In aula non c’era il pubblico ma fu trasmesso per televisione. Dabby Dan aveva la camicia di forza, forse due; era incatenato ad una sedia di acciaio. Aveva una maschera sulla bocca e una benda sugli occhi in modo che non potesse ipnotizzare le persone. Nel vedere quella scena Pamela e Betta piansero, Camillo aveva gli occhi lucidi e dovette fare uno sforzo enorme per trattenere le lacrime. Era chiuso in una cella di vetro blindato, con sbarre di acciaio tutt’intorno. All’esterno soldati in tenuta di guerra con mitra puntati contro il vetro. Era la pagliacciata più grande che si potesse immaginare, nemmeno per i peggiori criminali nazisti o boss mafiosi avevano preso tante misure di sicurezza.
Ma il processo prese subito una brutta piega. E il fatto che la madre dichiarò che Michelino non era figlio di Dabby Dan, ma suo nipote, non intenerì il pubblico ministero e i giudici. Il Giornalaccio ricominciò la sua solita campagna contro il mostro, ma io con la mia emittente, confutavamo ogni loro articolo, con prove e informazioni che avevamo in nostro possesso. Per cominciare dimostrammo che la sparizione di molti bambini avvenne quando Dabby Dan era rinchiuso nella clinica psichiatrica. In pochi giorni le vendite de Il Giornalaccio crollarono. I lettori non si fidavano più, e, come per miracolo, Il Giornalaccio incominciò a cambiare direzione, incominciò a battersi per l’innocenza di Dabby Dan. Vennero così ascoltati tutti i personaggi coinvolti. Il primo, con grande stupore dei ragazzi, fu l’uomo nero, e fu così che i ragazzi fecero la conoscenza di colui che avevano creduto fosse il mostro: Nino Peretella il proprietario della casa famiglia alla quale, per un po’ di tempo, era stato affidato Michelino. Alla domanda dell’avvocato difensore sul perché fosse stato visto in giro durante la latitanza di Dabby Dan, rispose che voleva far arrestare il mostro per vendicare la morte di Michelino a cui lui si era affezionato tantissimo. Nessuno gli diede credito.
Ad uno ad uno furono ascoltati tutti, incominciando dall’assistente sociale, Mariantonietta Bucci, la stessa che aveva buttato fuori la madre di Betta. Poi il dott. Ranzinelli, perfino lo psichiatra Battilemani ed il giornalista Di Miola. Piano piano, però, il castello costruito per arrestarlo cadde completamente, fu chiaro che c’erano molti buchi e molte invenzioni, come la diagnosi dello psichiatra. Ma restava il problema più grande, senza del quale Dabby Dan non sarebbe mai stato scagionato: che fine aveva fatto Michelino?
Era sera tardi, e le cose si mettevano male, il giudice Nello Somaro era molto di parte, e questo non aiutava. Il giorno dopo ci sarebbero state le arringhe finali. Per Dabby Dan non c’erano molte speranze. Ci eravamo ritrovati a casa della madre di Betta per mangiare una pizza e fare il punto della situazione. Avevo invitato anche l’avvocato Carlotta Orfìo e Giacomo Ferretti il giornalista. Per tutta la serata cercammo di trovare una soluzione, soprattutto cercammo di capire che cosa fosse il Caso 2514. Avevo chiesto a Carlotta e a Giacomo di fare qualche indagine. Così avevano cercato tra gli archivi del tribunale e di varie testate giornalistiche. Carlotta aveva anche un amico nelle forze dell’ordine e gli chiese di cercare qualcosa negli archivi della polizia e dei carabinieri, ma niente che riguardasse il Caso 2514. Non giungemmo a nessuna conclusione, se non quella che forse non avesse nessun senso, forse Dabby Dan nemmeno sapeva che cosa volesse dire. Ci salutammo per vederci il giorno dopo in tribunale per parlare anche con l’avvocato d’ufficio. I ragazzi mi chiesero di poter venire in tribunale. Insistetti che era meglio per loro restare a casa, ma non ci furono ragioni.

 

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