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Libro gratis per ragazzi capitolo quinto

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La Banda di Casapunessa ed il cane Grigio

 

Capitolo  (vai al capitolo 1)

 

Si voltarono tutti di scatto e nascosta dietro un pilastro della chiesa, c’era Faffi.
«Che vuoi? Vattene!» urlò Otto.
«Che cosa hai detto?» chiese Max sconvolto.
«Grigio non è morto!».
«Che ne sai?» chiese Gianna che si era alzata e le era andata incontro.
«Stamattina sono andata al canile prima di voi…» Si bloccò, non riusciva a continuare, poi sentì una voce dentro: “Dai, dai! ” Era la voce del maestro Fabio che le diceva di dire sempre quello che pensava e mettere da parte l’orgoglio, e continuò «… anche se non ci credete, l’unica cosa che mi interessava davvero era che Grigio restasse vivo, non lo volevo prendere. Quando siete usciti e ho sentito che era morto ci sono rimasta malissimo e mi sono seduta dietro l’albero dove ero nascosta!» non disse che aveva pianto. «Poi ad un tratto ho sentito la porta sul retro che si apriva e sono andata a vedere. C’era il signor Rosario che caricava alcuni cani sul suo furgone, tra loro c’era Grigio!».
«Sei sicura che fosse lui?» chiese Max dubbioso.
«Certo che sono sicura, inoltre Grigio si deve essere accorto di me perché guardava nella mia direzione e si è messo ad abbaiare. Ma il signor Rosario non si è accorto di niente! Poi è partito e non so dove sia andato!»
Ai ragazzi si illuminarono gli occhi.
«E chi ci dice che stai dicendo la verità?» chiese Rollo.
«Guarda che anche io voglio bene a Grigio e…», Faffi sentiva nella testa le parole del maestro Fabio: avanti Faffi, di’ la verità, non aver paura! «…e… stamani quando ho sentito che Grigio era morto sono restata al canile perché piangevo e non riuscivo a muovermi!».
«Io le credo!» esclamò ad un tratto Gianna, guadando la piccola negli occhi e sorridendo.
Faffi si sentì squagliare dall’emozione. Di colpo si sentì alta come un giocatore di basket.
«Anche io!» aggiunse Max.
«Allora Grigio è vivo! HURRÀ !» urlò Benny.
Tutti incominciarono a saltare e a saltare dalla gioia. Quando finalmente si calmarono incominciarono a riflettere sul da farsi.
«Ma perché ci hanno detto una bugia?» chiese Otto.
«Dobbiamo scoprirlo! Andiamo al canile» disse Max diventando di colpo serio.
«Posso venire con voi?» sussurrò Faffi. «Vi aiuto, ma solo per trovare Grigio… poi vi lascio in pace!».
Dovette far ricorso a tutte le sue forze per combattere la timidezza e la paura di essere rifiutata.
I ragazzi si guardarono tra loro sorridendo, Faffi li aveva davvero dato una notizia bellissima. Ma Gianna lasciò tutti perplessi.
«No!» disse risoluta.
Restarono tutti basiti, fino ad allora era stata lei che più di tutti aveva difeso Faffi. Ma fu proprio la piccola a non stupirsi. Faffi era abituata a queste pugnalate e fece finta di non restarci male, abbasso la testa e fece per voltarsi.
«Se ci aiuti devi restare nostra amica!» sentenziò Gianna, «Se ci devi aiutare solo per trovare Grigio e poi te ne vai, è meglio che non vieni proprio! Che ci aiuti a fare se poi te ne vai come se nemmeno ci conosci?».
Faffi diventò rossa come una ciliegia matura.
«Infatti…» aggiunse Rollo, «…se vuoi far parte della banda devi restarci per sempre, non puoi entrare e uscire come e quando ti pare!».
Faffi non credeva alle proprie orecchie. “Ma sono ammattiti?” pensò.
«Sì, sì, resto, non me ne vado!»
E con sua immensa sorpresa tutti i membri della banda incominciarono a farle festa, saltavano e se l’abbracciavano. Tutti tranne Gianna che sorrideva con gli occhi lucidi. Era al settimo cielo, due eventi bellissimi: Grigio era vivo e Faffi entrava a far parte della banda. I ragazzi stavano esultando come se a far parte del loro gruppo stesse entrando la ragazza più carina e simpatica del paese. Allora il maestro Fabio e la maestra Anna avevano ragione quando dicevano che prima o poi sarebbe riuscita ad entrare nella banda. Ancora una volta i due maestri l’avevano aiutata, anche se non erano presenti, anche se non le erano vicini fisicamente. Le avevano detto che se avesse avuto un po’ di più fiducia in se stessa, avrebbe avuto molti amici e sarebbe riuscita ad entrare nella banda. E ora tutto si avverava come in una favola.
Faffi non riusciva a comprendere perché il maestro avesse fatto quelle cose brutte o se le avesse fatte veramente, ma sapeva che i maestri erano con lei, in ogni momento del giorno, le stavano sempre vicino, con i consigli che le avevano dato, con la fiducia che le avevano infuso.

«Ho un’idea!» disse Benny tutto preso dall’emozione, «Una volta che abbiamo salvato Grigio facciamo fare il rito d’ingresso a Faffi!».
«E certo, per far parte della banda il rito lo deve fare per forza!» disse Gianna.
«E allora andiamo a salvare Grigio!» urlò Otto.
«Sìììììì!» urlarono tutti insieme.
Si misero in cerchio e Otto con la mano destra si girò verso Gianna che stava alla sua sinistra e con la quale batté il cinque; poi Gianna si girò verso Max e batté il cinque con lui; poi Max con Faffi; Faffi con Benny; Benny con Rollo e quest’ultima chiuse il giro con Otto.
Al canile i ragazzi si piazzarono dietro l’albero che Faffi aveva mostrato loro. Gianna e Faffi si spostarono e si nascosero dietro ad un muro del canile. Poco dopo giunse il furgoncino del Signor Rosario. L’accalappiacani scese, si guardò intorno guardingo ed entrò nel canile.
«Eccolo, chissà dove ha portato Grigio!» disse Max.
«E se lo tiene ancora nel Furgoncino?» domandò Rollo.
Benny non se lo fece ripetere, balzò via silenzioso come un gatto che sta attaccando un topo. Si portò vicino alla vettura e guardò all’interno in modo furtivo, si voltò verso i compagni e fece segno di “no” con il dito. Poi, invece di ritornare dietro l’albero con i compagni, si diresse verso il canile e si mise in posizione d’ascolto sotto la finestra, ma non riusciva a captare niente e allora con uno scatto felino aprì la porta ed entrò nel canile.
«Ma è pazzo? Se lo beccano passiamo un guaio!» disse Max.
«Speriamo che non prendano pure lui e lo portano dove sta Grigio!» disse Otto.
«Ci vorrebbe una microspia in tasca, così lo seguiamo e scopriamo il covo!» disse Rollo.
Max e Otto la guardarono con compassione e Rollo capì di aver detto una stupidaggine.
«Che sta facendo Benny?» chiese Faffi.
«Boh, quello è pazzo, speriamo che almeno scopre qualcosa!» rispose Gianna.
«E se lo beccano?»
«Benny sa inventarsi qualsiasi scusa, sarebbe capace di dire che si è perso e per sbaglio si è trovato lì dentro!» rispose Gianna.

Nessuna delle due avrebbe saputo dire come e quando era successo, ma si erano ritrovate mano nella mano. Faffi guardò Gianna e le sorrise, e Gianna le regalò un mega bacio sulla guancia, e si strinsero ancora di più la mano.

Nonostante Benny fosse un po’ rotondetto, sapeva essere agile come uno scoiattolo e furbo come una volpe. Una volta entrato nel canile sgusciò nel corridoio e si nascose dietro un armadietto. Una volta resosi conto che non c’era nessuno continuò fino all’ufficio del direttore e si accostò per ascoltare.
«Dobbiamo trasferirli tutti al più presto!»
«Cercherò di portarli tutti entro dopodomani pomeriggio!»
Poi ci furono dei rumori e Benny entrò nella prima porta che s trovò davanti. Era il bagno. C’era una finestra e la scavalcò. Arrivò di soppiatto dietro ai ragazzi che stavano aspettando dietro l’albero, e li toccò alla schiena. Max, Rollo e Otto saltarono in aria dallo spavento.
«Ma sei pazzo? Ce la siamo quasi fatta addosso!» disse Otto.
«Presto, presto via di qua, che ci scoprono!» disse Benny trafelato.
Scapparono e raggiunsero Gianna e Faffi. Dopo qualche secondo dalla finestra si affacciò il signor Rosario che si guardò attorno e richiuse. Benny raccontò quello che aveva sentito. Poi il signor Rosario uscì dalla porta. Aveva lo sguardo cupo.
«Ma perché portano i cani via dal canile? E dove?» chiese Faffi.
«Dobbiamo scoprirlo!» rispose Max.
Il signor Rosario caricò sei cani sul furgoncino e partì.
«Dobbiamo seguirlo!» disse Rollo.
«Ok, incominciamo a correre!» disse Otto ironico.
«Non dicevo a piedi. Posso chiedere a Nonno Giosba se può venire ad accompagnarci!» ribatté Rollo.
I ragazzi furono d’accordo, ma nessuno aveva credito sul telefonino, così Rollo chiamò con l’addebito. Nonno Giosba corse immediatamente. Sembrava più elettrizzato dei ragazzi; un po’ perché anche lui era contento che Grigio fosse vivo, ma soprattutto perché si accingeva a partecipare ad un’avventura. Nonno Giosba aveva un vecchio furgoncino, ma chiamarlo furgone era troppo educato, perché si trattava di un vecchio trabiccolo di quelli che tanti anni fa le suore usavano per andare a prendere i bambini dell’asilo.
Attesero circa mezz’ora il ritorno del signor Rosario il quale ricaricò il suo furgone con altri cani e ripartì. Nonno Giosba si mise subito all’inseguimento partendo a razzo insieme ai ragazzi della Banda di Casapunessa. Ma per quanto nonno Giosba tenesse l’acceleratore a tavoletta il Signor Rosario era più veloce e dopo un po’ lo persero.
«Dai, dai nonno Giosba, non lo perdere, stagli dietro!» urlavano i ragazzi.
Ma era inutile, si fermarono sul ciglio della strada senza sapere cosa fare. I ragazzi erano delusi.
«Andavamo troppo piano!» disse Otto.
«Mi spiace ragazzi, ma il mio furgoncino non ce la fa ad andare più veloce! Inoltre quel signore correva un bel po’!».
Restarono fermi in silenzio per un po’. Poi nonno Giosba ebbe un’idea.
«Ragazzi posso farmi prestare la macchina da mio fratello, ma se ne parla dopodomani!».
«Ma dopodomani potrebbe essere tardi!» disse Max quasi piangendo.
«Ma che deve fare nonno Giosba?» disse Gianna, «È già molto che ci ha accompagnati!».
Mentre erano intenti a parlare Faffi incominciò ad urlare.
«Eccolo, eccolo, sta ritornando!».
Si affacciarono e videro i Signor Rosario che stava ritornando dall’altro lato della carreggiata.
«Seguiamolo, seguiamolo, nonno!» disse Rollo.
Nonno Giosba mise in moto il furgoncino, ma invece di ripartire, spense di nuovo il motore.
«Nonno che fai? Perché ti fermi?» chiese Rollo incredula.
«Ragazzi, quel tizio sta tornando al canile, ma a noi non interessa il canile, interessa il nascondiglio, quindi prima o poi deve ripassare per forza di qua!».
«È vero!» urlò Otto, «Così quando ripassa abbiamo già recuperato un po’ di terreno!».
Restarono fermi ad aspettare. Il tempo sembrava non passare mai ed i ragazzi incominciavano ad essere impazienti.
«E se non ripassa?» chiese Benny ansioso.
«Dobbiamo avere pazienza!» disse nonno Giosba.
«Eccolo, eccolo, urlò Gianna.
Nonno Giosba aveva ragione, ed era fiero di se stesso. Mise in moto il suo trabiccolo e partì a razzo, quasi gli sembrò che il suo furgoncino andasse più veloce. Ma ancora una volta il furgoncino del signor Rosario fu più veloce e dopo un po’ li distanziò di nuovo.
«Un’altra volta!» esclamò Max triste.
«Aspettiamo, dovrà ripassare!» propose Otto.
Infatti dopo pochi minuti il signor Rosario ritornò in direzione canile.
«Ed ora dobbiamo sperare che ritorni ancora!» disse nonno Giosba.
E così restarono lì ad aspettare. Faffi incollò il muso al finestrino. Era terrorizzata. Aveva paura che il signor Rosario non passasse più. I maschietti del gruppo incominciarono a giocare a morra cinese.
Trascorsero pochi minuti; nonno Giosba stava tamburellando sullo sterzo quando Faffi urlò:
«Eccolo!».
Tutti incominciarono a saltellare che quasi il furgoncino si ribaltava.
«Nonno ma dove li porta quei cani?» chiese Rollo.
«Speriamo che non li uccidono!» esclamò Max preoccupato.
Restarono ad aspettare molto tempo, ma questa volta il signor Roasario non tornò ed era quasi ora di pranzo.
«Che facciamo?» chiese Benny.
«Credo che sia ora di tornare a casa. Ma vi prometto che domani torniamo qui, proprio in questo punto, e lo aspettiamo. Prima o poi passerà!».
Il nonno fece inversione di marcia, ma proprio in quel momento videro di nuovo il signor Rosario.
«Nonno, nonno è lui!» gridarono tutti insieme.
Nonno Giosba si infilò in un area di servizio e invertì di nuovo il senso di marcia e via, di nuovo all’inseguimento. Questa volta non lo persero, perché il signor Rosario procedeva più piano. Svoltò in una stradina periferica di campagna. Era talmente piccola e coperta da fitto fogliame laterale che quasi non si notava dalla strada principale. Nonno Giosba non entrò subito. Attese che il furgoncino del signor Rosario fosse a debita distanza. Da lontano si scorgeva uno spiazzale molto grande ed una vecchia cascina. Nonno Giosba fece marcia indietro e si infilò in una piccola insenatura ben nascosta. Scesero tutti dal furgoncino e si nascosero dietro gli alberi. Spiavano il signor Rosario il quale aprì il portellone e fece scendere un gruppo di cani legati tutti insieme con vari guinzagli. Nella mano destra brandiva una mazza lunga con la quale bastonava i cani per farli muovere nella direzione giusta.
«Mamma mia!» esclamò Otto «Ha catturato tutti i cani di Casapunessa!».
«E guarda come li tratta!» disse Max arrabbiato.
Il signor Rosario fece entrare i cani da una porta, sciolse i guinzagli e richiuse la porta. Salì sul furgone e ripartì.
«Corriamo, andiamo a liberarli!» urlò Rollo.
«Calma ragazzi, muoviamoci con prudenza, aspettiamo che il signor Rosario sia andato via, e accertiamoci prima che non ritorna! Se fa un’altra volta lo stesso percorso abbiamo mezz’ora di tempo prima che ritorni!» disse nonno Giosba.
«E se c’è qualcuno?» chiese Benny.
«Muoviamoci con il furgoncino lentamente. Se esce qualcuno diciamo che siamo una classe in gita scolastica e cerchiamo un agriturismo!» disse il nonno.
«Una gita durante le vacanze?» chiese Otto.
«Gita di Azione Cattolica può andare? Noi comunque speriamo che non ci sia nessuno!» rispose nonno Giosba.
Entrarono sul grande piazzale davanti alla cascina ed attesero qualche minuto per vedere se fosse uscito qualcuno. Poi il nonno suonò anche il claxon. Non venne nessuno e i ragazzi saltarono dal furgoncino come dei pazzi scatenati. La porta dalla quale il signor Rosario aveva fatto entrare i cani era chiusa con un catenaccio, e dall’interno si udiva un lamento sostenuto. I ragazzi incominciarono ad andare nel panico. Nonno Giosba prese una sbarra di ferro e ruppe il catenaccio. Davanti a loro si presentò una scena raccapricciante: in una cantina enorme c’erano almeno una cinquantina di cani, uno sull’altro, malnutriti, disidratati. C’era un odore nauseabondo di escrementi, non c’era la benché minima forma di igiene, il tutto peggiorato dal caldo afoso.
I ragazzi erano sconvolti.
«Ma chi li ha mai visti tanti cani a Casapunessa!» commentò Benny.
«C’è qualcosa che non quadra!» disse nonno Giosba, «Sono troppi, e poi vedo che molti hanno il collare, questo per esempio… non è di Casapunessa, ma di Casale Marchese. Vuol dire che prendono anche cani di altri paesi. E soprattutto non credo prendano solo cani randagi!».
«Ma lo possono fare?» chiese Rollo.
«Non lo so, di certo è impossibile che a Casapunessa ci siano così tanti cani randagi in giro! Inoltre sul collare ci sono i numeri di telefono, perché non contattano i proprietari prima di portarli qui?!»
Max non ascoltava la discussione, girava guardingo tra i cani cercando Grigio. Lo trovò in un angolo, attaccato al muro con una corda. Max gli corse incontro e lo abbracciò. Grigio era contento ma visibilmente debole. Max cercò dell’acqua. Trovò solo un rubinetto ma nessun recipiente. Slegò Grigio e lo portò vicino al rubinetto, fece scorrere l’acqua sul pavimento di modo che Grigio potesse bere. Ma l’acqua scorreva sul pavimento e in un secondo tutti i cani che si potevano muovere si scaraventarono sull’acqua come cammelli che avevano attraversato il deserto del Sahara. I ragazzi fecero festa a Grigio.
«Ragazzi dobbiamo andare, potrebbe essere pericoloso!» disse nonno Giosba con aria preoccupata.
«Ma i cani? Mica possiamo abbandonarli qui!» chiese Benny.
«No, ma cosa possiamo fare? Se li liberiamo se ne andranno a spasso per strada e sarà peggio perché la gente vedrà tanti cani insieme e si spaventerà, poi va a finire che li abbattono davvero!» disse il nonno.
«Chiamiamo i carabinieri!» propose Otto.
«Eh… non ho il telefonino, non ho mai capito come funzionano!» disse nonno Giosba.
«Ma noi ce li abbiamo!» disse Gianna raggiante.
«E chi ha credito? Io non ho un centesimo!» disse Rollo.
«Ma per chiamare il 112 non ci vuole credito, non vi ricordate che ce lo diceva sempre il maestro Fabio?» disse Faffi.
«È vero, è vero sta chiamando!» disse Otto.
«Aspetta, riattacca!» disse Max, «Chiama in anonimo, mica possiamo dire chi siamo!».
«Ma che gli diciamo? Figurati se i carabinieri di Casapunessa quando li chiami vengono!» disse Benny.
«Ma qualcosa dobbiamo fare, altrimenti li uccideranno tutti!» disse Max disperato.
«Infatti, e comunque anche se non li uccidono moriranno lo stesso di fame e sete. Ragazzi ora dobbiamo andare, ci penseremo per strada!» disse nonno Giosba.
Salirono sul furgoncino portando Grigio con loro. Una volta sulla strada principale nonno Giosba si fermò ad una macelleria dove comprò delle frattaglie e le diede a Grigio. Il simpaticone non si fece pregare e divorò il tutto con ingordigia.
«No, non ti preoccupare, Grigio, non ce bisogno che offri, mangia!» disse Gianna ironica.
Invece di ripartire nonno Giosba scese dal furgoncino.
«Ho avuto un’idea!» disse raggiante.
I ragazzi lo guardavano perplessi. Lui scese, prese una moneta e si diresse ad una cabina telefonica, una delle ultime rimaste in paese.
«Pronto carabinieri? Senta in via…….. al numero…… c’è una cascina abbandonata. Nella cantina c’è un cadavere. Fate presto prima che lo rimuovono!».
«Nonno ma che hai detto?» chiese Rollo.
«Beh… se c’è un cadavere correranno prima!»
Ed infatti dopo pochi minuti giunse una pattuglia dei Carabinieri.
Quello che accadde nei giorni successivi fu un vero parapiglia. A Casapunessa non si parlava d’altro. Il signor Rosario fu denunciato, mentre il direttore fu arrestato perché l’edificio utilizzato come rifugio risultava di sua proprietà. Nei bar si vociferava che il canile era solo la copertura di qualcosa di marcio. Molte famiglie si fecero avanti per richiedere indietro i propri cani. Si parlò di altri arresti importanti, di personaggi di spicco. Ma dopo qualche giorno accadde l’imprevedibile, o forse il prevedibile se si pensa alle dinamiche politiche che si verificano in un piccolo paese del sud: il Sindaco di Casapunessa, il beneamato sindaco, il dott. Iellato Zaccardo, inviò al giudice una dettagliata relazione delle indagini svolte dai vigili urbani.

Dopo dettagliate indagini, svolte dalla polizia municipale e svariati interrogatori fatti alle famiglie proprietarie dei cuccioli in questione, delle quali non forniamo i nominativi per una questione di privacy, è emerso che l’hotel dei cani in questione è risultato essere un modello di qualità, pulizia, professionalità e competenza a livello Europeo. Il momentaneo stazionamento dei cuccioli nella cascina in via…… è stato dovuto per causa di forza maggiore, poiché i cuccioli erano in serio pericolo di vita. L’albergo, infatti, nelle scorse settimane ha avuto pesanti minacce di incendio da parte di un piromane, fatto segnalato direttamente alla mia persona dal direttore, Egregio, Esimio Dott. Decrepito. Per tanto possiamo affermare con assoluta certezza che l’hotel dei cani non ha violato la legge. E chiunque dovesse affermare il contrario sarà denunciato per calunnie.

Boom. Che colpo. I proprietari dei cani ritirarono le denunce. Il caso fu archiviato dai carabinieri. E tutto tornò alla normalità, o quasi: nei giorni successivi l’esimio, egregio, illustrissimo, dottorissimo De Crepito, ossia il direttore, fu scarcerato e se ne andava in giro per il paese portando a spasso alcuni cani del canile. Passeggiava per circa due ore, sorrideva a tutti i passanti, si fermava ad accarezzare i cani, gli dava da mangiare e da bere. Una scena disgustosa. Per fortuna da due ore passò a una, poi dieci minuti e alla fine smise completamente. La cosa positiva fu che Grigio ora apparteneva di fatto alla banda, gli avevano fato il pedigrì, collare e medaglietta. Ma il percorso non fu facile visto che ebbero molte difficoltà a farlo visitare dal veterinario. Andarono più volte e puntualmente la segretaria li faceva accomodare nella saletta. Mentre erano lì ad aspettare arrivavano altre persone che la segretaria faceva entrare nello studio prima di loro. Alla fine si faceva tardi e la segretaria gli diceva di tornare un altro giorno. Quando i ragazzi provarono a protestare uscì il veterinario come una furia. Disse che erano dei maleducati, che le persone che venivano avevano problemi più importanti e non i capricci di ragazzi viziati. I bambini se ne andarono disperati. Fu il padre di Benny a risolvere il caso: li accompagnò dal veterinario di un paese limitrofe. I ragazzi non capirono il comportamento del veterinario, ma la risposta era molto più semplice di quanto si potesse immaginare: il veterinario era in stretti rapporti di lavoro con il direttore del canile, qualcuno più maligno vociferava che stessero in “affari”.
Grigio fu lavato, vaccinato e iscritto all’anagrafe dei cani: finalmente diventò il cane della Banda di Casapunessa a tutti gli effetti. E tutti gli abitanti del paese lo sapevano. Anche il signor Rosario, se lo incontrava in giro da solo, non lo catturava. Perfino il direttore, l’esimio, egregio, illustrissimo, dottorissimo De Crepito, quando incontrava i ragazzi si fermava a chiacchierare con loro. Accarezzava Grigio e parlava della sua bella e cara figlia che non usciva più di casa, che aveva bisogno di amici, che aveva una casa grande con dei bellissimi giochi. Poi accarezzava di nuovo il cane e diceva:
«Ma come hanno potuto pensare che io maltrattassi i cani, io amo queste povere bestie, lo dicono anche gli esperti che il cane è il miglior amico dell’uomo!».
Sorrideva con falsità e se ne andava.
Grigio ormai si sentiva completamente parte della Banda. Era affezionato a tutti ma soprattutto a Max. I ragazzi trascorrevano intere giornate a giocare con lui. Diventava ogni giorno più educato, merito soprattutto di Benny che gli insegnava le regole. La notte non usciva quasi mai dal rifugio, anche perché era stanco della giornata trascorsa con i ragazzi a giocare, ed attendeva con ansia il mattino aspettando che i ragazzi lo andassero a prendere.
E Faffi?

 

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