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Un incontro inaspettato

Capitolo 16 – Un incontro inaspettato

«Vorrei leggere un libro!» disse ad un tratto la ragazza. «Quando sono nervosa leggere un libro mi calma!»
«C’è una biblioteca in città… cioè io non ci sono mai entrato. Ma c’è!»
«Davvero? Una biblioteca?» rispose Pamela eccitata. «Non ci sono mai entrata in una biblioteca, una biblioteca vera!».
Camillo fece strada. Era lontana almeno cinquecento passi dal Luna Park. Percorsero la strada in silenzio.
Era chiusa, era chiaro che quando era apparso Dabby Dan era chiusa e tale era restata. Camillo lesse la delusione sul viso della compagna di viaggio. Poi sorrise.
«È una vetrina a due vetrate!» disse «Tu però non mi giudicare!»
Pamela lo guardò senza capire. Camillo prese il coltello che aveva con sé e usò il manico per rompere la vetrata nel lato alto della porta. Pamela sgranò gli occhi ma non si scandalizzò.
«Stiamo diventando dei ladri professionisti?» chiese con un misto di paura ed eccitazione.
«Solo per salvarci la pelle!» disse Camillo mentre infilava la mano e il braccio dentro il vetro rotto facendo attenzione a non tagliarsi, poi tirò giù il saliscendi. Poi ripeté la stessa operazione sul vetro in basso e tirò su il saliscendi. Quando ebbe finito diede una spallata alle due vetrate che si aprirono.
«Ma dove le hai imparate queste cose?»
«Vivendo per strada, con amici strani, con amici di ogni genere! Devi pur difenderti da un padre vivo ma che vive come un morto!».
Non era una biblioteca grandissima, ma c’erano molte sezioni e molti scomparti.
Pamela incominciò a girovagare. Sembrava una bambina nel paese delle meraviglie. Ogni scaffale aveva file interminabili di libri. Non sembrava cercasse qualcosa di preciso, guardava rapita, facendo saltare lo sguardo da uno scaffale all’altro senza movimenti ordinati, ma improvvisati, ora guardava a sinistra, poi a destra, poi avanti e poi ancora indietro. Si spostava da uno scaffale all’altro, poi cambiava scomparto per poi ritornare dove era stata precedentemente. Inizialmente sembrava avesse paura di prendere i libri. Poi incominciò timidamente a tirarne qualcuno che rimetteva dentro immediatamente. Alla fine tirò un libro da uno scaffale e dopo averne guardato attentamente la copertina si sedette su una poltroncina. Camillo si guardava intorno senza troppo interesse. Più che altro non voleva far capire alla compagna di viaggio che nelle biblioteche lui si sentiva come la Principessa sul pisello alla sagra della porchetta. Aprì qualche cassetto nei pochi mobili che erano presenti nella biblioteca. Sperava di trovare qualcosa di interessante. Su una delle pareti c’era una porta, l’aprì e notò che era un deposito. Incominciò a perlustrare, era un locale molto grande. Sulle pareti erano appoggiati scaffali sui quali c’erano faldoni impolverati catalogati per annualità e vecchi libri maltenuti. Lo stanzone era diviso al centro da una scaffalatura a gondola. Camillo stava aggirando lo scaffale quando gli si parò davanti una bambina che diede un urlo spaventoso.
«Aiutoooo il mostro!!! Aiutooo Dabby Dan!»
«Non sono il mostro, non sono il mostro mi chiamo Camillo!» urlò il ragazzo nel tentativo di calmarla.
La bambina afferrò una mazza per minacciarlo.
«E chi sei se non sei il mostro? Perché non sei nascosto? Lo sai che il mostro mangia i bambini?» la bambina continuava ad urlare.
Pamela si alzò di scatto lasciando cadere il libro sul pavimento. Il primo istinto fu quello di nascondersi sotto un tavolo, ma qualcosa la spinse ad entrare nella stanza da dove provenivano le urla. Si mosse adagio ed entrò guardinga. Quella voce aveva un qualcosa di familiare. Appena dentro notò una bambina che le dava le spalle.
«Betta?»
La bambina si voltò con uno scatto felino, poi scoppiò in un pianto di gioia e le corse incontro avvinghiandola in un abbraccio vigoroso.
«Pamela, Pamela, Pamela, ti ho cercata dappertutto. Sono due giorni che ti cerco, avevo paura che il mostro ti avesse mangiato. Ma se ti avesse mangiato poi lo avrei catturato io e l’avrei mangiato a morsi. Ma dove sei stata tutto questo tempo?».
Betta era un fiume in piena, come sempre d’altronde: la piccola sorellina adottiva di Pamela era chiacchierona, logorroica, prolissa ed instancabile narratrice di storie, reali e fantastiche, quando incominciava a parlare bisognava zittirla altrimenti avrebbe potuto continuare all’infinito. Raccontò che alcune di loro avevano progettato la fuga perché da quando era evaso Dabby Dan suor Cetaceo era diventata ancora più cattiva. Ma la notte della fuga, appena varcato il portone le ragazze furono colte dal panico e batterono la ritirata. Ma nel farlo non si resero conto di aver lasciato Betta fuori dal Prosperitano. Così la piccola si ritrovò sola, con un buio che sembrava più nera del nero, senza poter suonare il citofono poiché Suor Cetaceo lo aveva staccato. Non avendo il coraggio di affrontare la campagna in piena notte, preferì nascondersi nella legnaia, ma faceva un freddo terribile, così alle prime luci dell’alba incominciò a correre verso la città. Quando arrivò si nascose in un appartamento vuoto e da lì incominciò la ricerca della sorella. Dopo un giorno di ricerche rivelatesi infruttuose e, quando ormai aveva perso la speranza, incontrò uno strano tipo che cercava Dabby Dan per picchiarlo. Per causa sua, le aveva detto, non poteva più lavorare.
«Lupin… insomma!» esclamarono all’unisono i ragazzi ridendo.
E fu proprio Insomma a confessare alla piccola Betta che la sua Pamela era in città.
«Betta… ma come sei entrata se la porta era chiusa a chiave?» chiese Camillo curioso.
«Non era chiusa, era aperta, sono stata io a chiuderla a chiave!» rispose la piccola mostrando la chiave che estrasse dalla tasca del cappotto.

 

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