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Un pazzesco giro in treno

Capitolo 10 – Un pazzesco giro in treno

Erano affamati, entrarono in un fast-food dove trovarono ancora delle frittelle del giorno prima ma ancora commestibili. Si sedettero al tavolino e Camillo nella cucina trovò due bicchieri a forma di calice, ci versò dentro una bevanda gassata e brindarono come se fosse stato champagne.
«Che facciamo ora?»
Chiese Pamela.
«Dovremmo incominciare a trovare un posto per stanotte!».
Pamela avrebbe preferito ritornare nel negozio dove avevano pernottato, ma Camillo le spiegò che era rischioso.
«Stiamo all’erta, forse riusciamo a trovare qualcun altro oltre Lupin, qualcuno più… più normale, che magari ci ospita a casa sua fin quando non sarà finita questa storia!»
Pamela si fece cupa. Per lei la fine di quella storia avrebbe significato il ritorno all’inferno: il Prosperitano. Non disse una parola ma Camillo dovette carpire qualcosa perché corresse subito il tiro.
«Anche se non penso che finirà subito!» e lei sorrise.

Ricominciarono a camminare, girovagarono fin quando non giunsero alla stazione centrale. Era sconvolgente quanta paura avesse la gente di Dabby Dan, nella fretta di darsela a gambe avevano abbandonato tutto ciò che avrebbe potuto ostacolare la loro fuga. La stazione era una parata di borse e valigie sparse dovunque: nella biglietteria, vicino ai binari, sulle panchine e nella sala d’attesa. Era un tesoro per ladri e borseggiatori, ma di ladri e borseggiatori, fatta eccezione di Lupin “insomma”, non ce n’era neanche l’ombra. C’era una tale desolazione che i ragazzi furono presi da angoscia. Per strada era diventato quasi normale non vedere nessuno, ma nella stazione era tutto così strano, così insolito, era tutto fastidiosamente statico. I treni erano come paralizzati, non sembravano sostare, sembravano fermati da un incantesimo. I convogli si erano fermati per una breve sosta, i passeggeri sarebbero scesi, altri sarebbero saliti, e il treno sarebbe risalito, ma invece restarono lì, vuoti, immobili, come morti. Camillo saltò su una vettura ed entrò nella cabina pilotaggio da dove incominciò a salutare dal finestrino. Pamela si guardò intorno e dopo qualche secondo saltò su, non ne aveva una gran voglia, ma aveva più paura a restare giù, da sola. In cabina di pilotaggio chiese a Camillo dove fosse il volante, il ragazzo la fissò incredulo, poi le spiegò che i treni non avevano ruote che giravano, ma che procedevano dritte sulle rotaie. I treni acceleravano e rallentavano ma non giravano, le spiegò. Pamela non era certa della spiegazione e lo guardò titubante. Camillo incominciò ad urlare.
«Ultima chiamata! Salite in carrozza! Treno proveniente da Milano e diretto in Australia è in partenza dal settimo binario!»
Quello che Camillo non immaginava era che i macchinisti erano saltati giù dai treni appena appresa la notizia di Dabby Dan e, scappando, non si erano preoccupati di spegnere i motori e quando il ragazzo, per gioco, tirò la leva verso di lui il treno incominciò a muoversi in retromarcia. Pamela sbiancò. Camillo restò qualche secondo disorientato, poi d’istinto spostò la leva di nuovo in avanti e il treno invertì direzione di marcia, ma prese troppa velocità ed andò a sbattere vicino al binario tronco. L’urto fu talmente forte che i due ragazzi furono catapultati per terra. Si alzarono in fretta e furia. Il treno tremava poiché era rimasto in accelerazione e la trazione spingeva verso il paraurti del binario tronco che ne bloccava la corsa. Camillo cercò di tirare la leva verso il centro e fermare tutto ma la leva era bloccata e facendo forza la tirò ancora all’indietro e di nuovo il treno ripartì a retromarcia. Provò un’altra volta a spostarla verso il centro ma era completamente bloccata e anche con tutta la forza non riuscì a spostarla.
«Giù dal treno!!!» urlò con tutto il fiato che aveva.
Corsero verso le porte ma si erano chiuse. Pamela scoppiò a piangere. Camillo premette il pulsante per aprire le porte ma non accadde nulla. Poi guardò le porte dall’alto in basso e poi da destra a sinistra, c’erano le leve di emergenza per l’apertura delle porte, le afferrò con le due mani facendo pressione verso i latti opposti, finalmente le porte si aprirono ma il treno marciava troppo veloce per saltare giù. Cercò poi il freno di emergenza, lo trovò e lo tirò con tutte le forze che aveva, il treno rallentò senza fermarsi ma acquistò una velocità moderata tale da permettergli di saltare giù. Camillo prese la mano di Pamela che però la ritrasse. La guardò serio e le disse con lo sguardo supplichevole che dovevano saltare. Pamela si fece coraggio e saltò da sola, seguita a ruota da Camillo. Caddero sull’ultimo tratto della banchina. Si rialzarono tastandosi per constatare se fossero ancora interi. Pamela era bianca come un cadavere, poi pian piano incominciò a prendere colore. Stranamente, però, invece di riprendere il suo colore naturale, diventava sempre più rossa, fino a diventare viola. Camillo pensò che stesse per prendere fuoco.
«MA SEI IMPAZZITO? CHE RAZZA DI GIOCHI SCEMI FAI? LO SAI CHE POTEVAMO MORIRE?» urlò con rabbia.
«Non l’ho fatto a posta, mi dispiace, non volevo spaventarti!».
Pamela smise di urlare ma continuò a mugugnare per un po’.
Il treno era diventato un treno fantasma, proseguì la sua corsa, lo seguirono con lo sguardo fino a quando non diventò un minuscolo puntino che si perse all’orizzonte. Non ebbero il coraggio di chiedersi quando e dove si sarebbe fermato, semmai si fosse fermato. Forse avrebbe fatto il giro del mondo, o forse in qualche parte del mondo la gente non era scappata e lo avrebbero visto arrivare e lo avrebbero salutato con la mano e il treno, per ringraziare si sarebbe fermato, avrebbe fatto un inchino e sarebbe ripartito. Perlomeno, a Pamela piaceva pensarla così.
Ritornarono alla stazione dove accadde un fatto misterioso: molte delle valigie che i passeggeri impauriti avevano lasciato incustodite erano aperte e saccheggiate. Accanto ad esse, sparpagliati per terra, abiti da donna, trucchi, calze, reggiseni. I due ragazzi restarono immobili trattenendo il fiato. Scrutavano intorno circospetti. Non un suono uscì dalla loro bocca. Indietreggiarono di qualche passo camminando sulle punte. Si nascosero dietro un pilastro.
«Pensi sia stato lui?»
«Forse Lupin!» disse Camillo senza troppa convinzione.

 

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