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Una casa davvero strana

Capitolo 27 – Una casa davvero strana

Era notte fonda quando furono svegliati da rumori in lontananza. Il custode uscì sotto la pioggia. Tornò trafelato.
«I soldati! Quelli a noi non ci piacciono!».
I ragazzi sbiancarono.
Uscirono dalla capanna e il custode indicò loro la luna e con il dito indicò il sentiero da seguire.
«Tu non viene con noi?» chiese Pamela disperata.
«Il signore nero, con lui devo parlare!»
Pamela voleva urlargli che non doveva andare, che ormai per il suo bambino non c’era più niente da fare, ma Camillo la trattenne e le fece cenno di no con la testa. Si divisero, il custode andò incontro ai soldati, loro nella direzione opposta, sul sentiero verso la luna. Camminarono senza fermarsi tutta la notte sotto una pioggia incessante.
Era quasi giorno quando videro una casetta in lontananza. All’esterno si presentava con una staccionata fatiscente. Attraversarono il cancelletto di legno. La porta d’ingresso era appoggiata. Erano esausti e l’unica cosa che notarono fu il letto, vi ci si catapultarono sopra sopraffatti dalla stanchezza. Quella che poteva sembrare un’avventura stava diventando sempre di più un incubo. Si tolsero scarpe e cappotti inzuppati, Camillo aveva acceso il caminetto. Senza accorgersene si addormentarono tutti e tre uno accanto all’altro. Si svegliarono la mattina del giorno dopo. Guardandosi attorno si accorsero che la casa era abitata, forse abbandonata da poco. In una dispensa trovarono pane e del formaggio e fecero una colazione fugace. Fremevano dalla voglia di esplorare la casa e i dintorni. Incominciarono a guardarsi in giro, la casa non era molto grande. Pamela si accorse di un fatto inconsueto: la casa, seppur piccolina, si divideva in due parti. Nella camera dove avevano dormito c’erano due letti, due comodini, due armadi, ma la cosa strana era che una delle due parti era ordinatissima, sistemata nei minimi particolari, l’altra era totalmente in disordine. Anche la cucina era divisa: c’erano due credenze, un tavolo con quattro sedie, ma al centro del tavolo c’era una lunga fioriera che lo divideva in due spazi. Il lavello e i fornelli dividevano in due la cucina, sui lati di fornelli e lavello altre due credenze, sulla prima credenza c’erano piatti allineati, tazzine in fila simmetrica, bicchieri riposti in ordine di grandezza e bomboniere che adornavano gli angoli. L’altra credenza era un deposito di stoviglie: piatti, bicchieri e posate, sembravano sporchi da giorni. E così era tutto il resto. Un lavello ordinato e pulito, l’altro era l’emblema del caos. I ragazzi si guardarono perplessi. Camillo notò una porta quasi nascosta in un angolo della cucina, dava su delle scale di pietra, percorsero le scale e si trovarono in un piccolo scantinato poco illuminato. C’era una finestrella che dava un po’ di luce. C’erano vari scaffali disposti su due pareti. Su una delle pareti c’erano cianfrusaglie, barattoli e tanta roba sparsa in maniera disordinata, mentre sull’altra parete, ancora una volta, tutto era disposto con un ordine maniacale. Ogni scaffale era diviso in cinque ripiani e su ogni ripiano erano disposti barattoli e bottiglie sistemati per grandezza e contenuto. Su uno scaffale vi erano le marmellate, divise per gusti, sul ripiano in alto c’erano i barattoli con la marmellata di fragole, sotto le marmellate di ciliegie, poi le marmellate di rosa canina, poi quelle di pesca e sull’ultimo scaffale in basso c’erano barattoli di marmellata di lamponi. I succhi di frutta erano divisi in pera, mela, pesca, fragola e uva. Poi c’erano gli scaffali dei barattoli sottolio: peperoni, zucchine, carciofini, cipolline e pomodorini. Su ogni barattolo e su ogni bottiglia vi era incollato un foglietto con scritto il contenuto, era scritto a mano con un pennarello indelebile, ma con una bellissima calligrafia. Il prodotto, per esempio marmellata di fragole o succo di pesca, era scritto in corsivo, sotto, in stampatello, vi era posta la data. Erano tutti disposti con una precisione morbosa. Ogni scaffale era composto da cinque file di dieci barattoli, e cinque file di dodici bottiglie. Era uno spettacolo da vedersi, sembrava di stare nelle vecchie botteghe dei droghieri. Ma perché chi ci viveva ordinasse sempre un lato a discapito di un altro, era un mistero. Sull’ultimo scaffale c’erano pacchi di biscotti, salatini, zucchero, sale e tutto l’occorrente per poter restare lì a lungo. Almeno fino a quando la situazione non si sarebbe tranquillizzata.
«Sembra un rifugio antiaereo!» disse Camillo.
Ritornarono sopra ed uscirono nel giardino circostante. Anche lì la contraddizione era lampante. Il lato destro della casa aveva un orticello ben tenuto, con verdure di ogni genere. Disposte nel terreno sempre con quell’ordine ossessivo. Sulla parete della casa vi era un pannello sul quale vi erano posti gli attrezzi del giardinaggio, in ordine di grandezza e tipologia. Sul lato sinistro della casa, invece, c’era un orto mal tenuto, con verdura sparsa senza un ordine preciso. Utensili da giardinaggio sparsi ovunque o disposti senza ordine in un secchio. Decisero di restare lì, sperando che i soldati non arrivassero fino in quel posto sperduto. Trascorsero la giornata chiacchierando e risposando. Di tanto in tanto uscivano in giardino a prendere un po’ d’aria. Verso sera Pamela incominciò ad essere assalita dall’ansia, per la prima volta chiese del custode.
«Lo avranno preso i militari? Se sanno che è stato lui a rubare e consegnare le provviste lo arresteranno?»
Camillo scrollò le spalle, poi scese in cantina e prese dei barattoli di ortaggi sottolio. Nella credenza in ordine Pamela trovò altro pane, raffermo, ma ancora buono. Imbandì la tavola e si sedettero. C’era silenzio, tutto era silenzioso in quel luogo sperduto tra le campagne.
«Sembriamo marito e moglie!» disse Pamela con noncuranza.
Camillo arrossì e si alzò facendo finta di cercare qualcosa nel frigo.
«Sì, sì, che bello e io sono vostra figlia!» disse Betta euforica.
Pamela divenne rossa come un peperone e si pentì di quell’affermazione. Cercò di sdrammatizzare parlando del custode.
«Quando torna gliene canto quattro. Era proprio necessario andare incontro ai soldati?».
«Credo lo abbia fatto per salvare noi. Così non ci hanno più cercato!»
Poi si aprì la porta, Pamela sbiancò e Betta l’abbracciò. Camillo si alzò di scatto.
Erano due vecchiette dal viso simpatico.
Le due donne furono felicemente sorprese!
«Buonasera!» salutarono con educazione. «Che bella sorpresa! Chi siete?» chiese una delle due con modi gentili.
«Non sapevamo fosse abitata, non sapevamo dove andare e abbiamo trovato aperto e ci siamo rifugiati. Ci sono i soldati in città. Pensavamo che la casa fosse abbandonata, volevamo riposarci un po’! Ma ce ne andiamo subito!» disse Camillo preoccupato.
Ma per tutta risposta una delle due li pregò di non andarsene, che a lei avrebbe fatto piacere se fossero restati, era contenta della presenza di altre persone visto che viveva da sola. I ragazzi si scambiarono uno sguardo interrogativo. Subito dopo anche l’altra vecchietta disse che sarebbe contenta di un po’ di compagnia perché, anche lei, abitava da sola.
Le due donne apparecchiarono la tavola e, ognuna per conto suo incominciarono a raccontare.
«Mi chiamo Elvezia, e abitavo qui con mia sorella Clodimira. Poi abbiamo litigato, e ci siamo separate. Ora io abito sola!»
«Io mi chiamo Clodimira e vivo sola, fino a qualche anno fa abitavo con mia sorella Elvezia, poi lei fu molto cattiva con me e io la cacciai di casa. Ora non so dove abita!»
Pamela era un po’ spaventata e non appena le due sorelle furono a debita distanza mosse le sue perplessità.
«Camillo ho un po’ paura… queste sono pazze!»
«A me fanno ridere, sono un po’ pazzerelle, ma in fondo sono simpatiche!»
«Anche a me fanno ridere!» disse Betta sorridendo.
Durante la serata le due donne aggiunsero particolari alla loro storia. E mettendo insieme le notizie i ragazzi riuscirono a capire che Clodimira e Elvezia non si parlavano da venti anni, vivevano nella stessa casa e condividendo tutte le suppellettili, ma non si rivolgevano più la parola. Ciascuna viveva per conto suo. Ciascuna aveva la sua metà di camera da letto, metà cucina, metà giardino e metà cantina. Il motivo del litigio fu un gatto che viveva con loro. Per più di due anni il gatto aveva abitato in quella casa, poi, come molti gatti, decise di andare via e ognuna delle sorelle incolpò l’altra. Arrivarono a litigare così forte che si presero anche a capelli. La cosa assurda è che anche se non si parlavano facevano le stesse cose. Come per esempio la loro assenza nel giorno in cui erano arrivati i ragazzi: erano andate a trovare una zia che abitava poco distante e avevano dormito da lei.
Clodimira e Elvezia si mostrarono gentilissime e furono contente di avere i tre ragazzi in casa, tanto da insistere a rimanere per un po’ di tempo con loro e i ragazzi, dal canto loro, furono molto contenti di restare lì, almeno fino a quando non si fossero calmate le acque. Ma la convivenza con le due donnine diventò presto un incubo. Clodimira e Elvezia, incominciarono a cercare in tutti i modi di mettere i ragazzi uno contro l’altro. Non appena Pamela si avvicinava a Clodimira, Elvezia diceva a Camillo di stare attento alle ragazzine perché erano pericolose. E altrettanto faceva Elvezia con Pamela e Betta. Se poi Camillo si avvicinava a Clodimira, allora Elvezia diceva a Pamela di stare attenta a Camillo e Betta perché erano dei poco di buono. E Elvezia diceva a Camillo di non rivolgere la parola perché le ragazze erano false. All’inizio i ragazzi risero della cosa, ma dopo un po’ di giorni le due vecchiette incominciarono ad essere più insistenti e severe. Si arrabbiavano, minacciavano i ragazzi di non farli mangiare. Durante uno di questi rimproveri Camillo reagì dicendo che la dovevano smettere con questa storia altrimenti se ne sarebbero andati, ma le due donne dissero con tono minaccioso che da quella casa non se ne sarebbe andato nessuno. Poi Clodimira si avvicinò a Pamela e l’afferrò per un braccio cercando di spingerla in cantina. Pamela urlò e cercò di divincolarsi dando calci alla vecchia, ma la donna aveva una presa molto forte. Camillo si avventò immediatamente per salvarla ma Elvezia si interpose tra di loro mostrando due occhi di fuoco. Pamela stava cedendo per la paura e incominciò a piangere. Betta afferrò i capelli di Clodimira che urlò lasciando la presa. Camillo estrasse il coltello dalla tasca e lo fece vibrare in aria. Elvezia si spaventò e si fece da parte. Camillo si avvicinò a Clodimira continuando a far vibrare il coltello e intimandogli di non avvicinarsi alle ragazze. Clodimira oppose prima un po’ di resistenza, ma poi si allontanò. Pamela e Betta si nascosero dietro a Camillo che raccolse lo zaino e camminò in retromarcia coprendo le ragazze.
«Se ci seguite vi uccido!»
Uscirono in cortile. Si presero per mano e procedevano lentamente in retromarcia. Poi sentirono urlare nella casa.
«È colpa tua se sono andati via!»
«Nooo, la colpa è tua, tua tua!»
«No, è colpa tua, sempre una volta in più! Tu, tu, tu!»
«Camillo si parlano di nuovo!» disse Pamela.
«Hai visto? Ora fanno pace grazie a noi. Andiamo via presto!»

 

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