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Zucchero a velo

Capitolo 18 – Zucchero a velo

Il cielo respirò un poco, la pioggia si stava riposando e i ragazzi uscirono. Il custode non c’era; era pomeriggio, in lontananza videro un ragazzo che camminava barcollando nel Luna Park. Uscirono dalla baracca senza farsi vedere, poi aggirarono qualche attrazione e si nascosero per osservarlo. Il giovane venne meno nelle gambe e cadde seduto per terra. Camillo si spaventò e gli corse incontro chiedendogli se stesse bene.
«No, non mi sento bene, ho bisogno di rob…ehm… ho bisogno di medicine, ma non trovo spacc… ehm… rifornitori!».
«Ma guarda che ci sono molti negozi aperti, forse trovi anche una farmacia aperta e ti prendi le medicine che ti servono!» disse Pamela che fino ad allora era rimasta in silenzio e in disparte insieme a Betta.
«No, no… sono medicine speciali quelle che mi servono. Non ce le hanno in farmacia!».
Camillo fece una smorfia alla sua amica.
«Medicine!» sospirò Camillo, «…non ne abbiamo, ma se vuoi qualcosa da bere o da mangiare… ne abbiamo abbastanza. Magari non prendi le medicine… ma almeno prendi un po’ di forze!».
«No, no… non ho fame… non è che hai visto uno che le vende quelle medicine di cui io ho bisogno?».
«Non c’è nessuno in giro, non hai visto? Siamo soli non te ne sei reso conto? C’è Dabby Dan in giro, il mostro!».
Il giovane uomo disse di chiamarsi Zucchero a velo.
Camillo lo guardò in tralice e rispose che loro si chiamavano Giulietta e Romeo e la piccola era la loro figlioletta.
Pamela e Betta lo guardarono perplesse, ma quel rintronato di Zucchero a velo era talmente in astinenza che ci credette, o forse non aveva nemmeno ascoltato le parole del ragazzo. Si girò e senza voltarsi disse ai ragazzi di stare attenti a Dabby Dan. E poi imprecò bestemmiando. Pamela coprì le orecchie di Betta.
Ma fatti pochi passi tornò indietro, disse che qualcosa da mangiare l’avrebbe presa, non lo guariva ma almeno lo aiutava. Da quando c’era Dabby Dan in giro erano scomparsi tutti quelli che lui chiamava rifornitori di medicine. Uscirono dal Luna Park insieme, ma tenere una conversazione con Zucchero a velo era praticamente impossibile: ogni discorso che iniziava si interrompeva a metà per dire che aveva bisogno di medicine, e ogni discorso che iniziavano i ragazzi lui li bloccava perché cadeva, o stava per cadere e si appoggiava al muro. Fatti pochi passi Zucchero a velo li salutò dicendo che doveva andare a trovare un amico alla fermata dei pullman, evidentemente aveva già dimenticato che in giro non c’era nessuno. I ragazzi dal canto loro non se la sentirono di contraddirlo.
Rimasti soli le ragazzine chiesero perché gli avesse detto della storia di Giulietta e Romeo e la loro bimba.
Camillo sorrise.
«Ma non lo avete capito? Lo chiamano Zucchero a velo per via della cocaina che sniffa. È un tossicodipendente!» aggiunse vedendo che le ragazzine non capivano.
Le ragazze guardarono Zucchero a velo allontanarsi, si guardarono tra di loro, poi scrollarono le spalle.
Fecero una lunga passeggiata in città. Non parlarono molto. Si guardavano intorno, ognuno con i propri pensieri. Da quando avevano visto il mostro Pamela non si sentiva più sicura nella città deserta, provava disagio intervallati a momenti di smarrimento. Camillo, invece, come sempre, sembrava indifferente a tutto il deserto caotico. Betta era contenta di stare con Pamela, le teneva la mano e le sorrideva continuamente. Sulla strada trovarono un furgoncino di quelli degli ambulanti. Sul portellone c’era incollato un manifesto con scritto Crêpes e Waffel da Francesco. Camillo entrò e si mise a scimmiottare uno Chef crêpier.
«Crêpes, crêpes alla cioccolata, cioccolato bianco, marmellata. Crêpes di ogni gusto. Signorina vuole una crêpe? Mi dica il gusto e gliela preparo subito!» disse rivolgendosi a Betta.
«Alla cioccolata!» rispose la bambina.
«Allora, accendiamo la piastra, prendiamo il preparato, e in un battibaleno sarà pronta la sua crêpe signorina!»
«Camillo fai attenzione, non dimenticare cosa è successo quando ti sei messo a guidare il treno!» lo ammonì Pamela.
Ma Camillo ormai era senza freni e, a dispetto delle preoccupazioni di Pamela, dopo qualche minuto servì a Betta una crêpe al cioccolato.
«Wow!» fu il commento delle ragazzine.
«Allora a me a marmellata di amarene!» chiese Pamela.
Altri due minuti e Camillo uscì dal furgoncino con due piatti e due crêpes, una per lui e una per Pamela.
Alla domanda dell’amica su dove avesse imparato a fare delle crêpes così buone Camillo rispose che nelle tante notti trascorse in strada aveva fatto amicizia con un sacco di persone, compreso il proprietario di una creperia. Mentre parlava sentirono uno scoppio e il furgoncino fu schizzato di cioccolata.
«Cavolo ho dimenticato la piastra accesa e la cioccolata sopra!» esclamò Camillo mentre si allontanava con le ragazze per non essere colpito dagli schizzi di cioccolata.
«Camilloooo!!!» urlò Pamela, «Sei un imbranato! Sei una catastrofe della natura!».
Camillo si aspettava l’ennesima crisi isterica della ragazza, ma Pamela si mise a ridere e lo abbracciò dandogli un bacio sulla guancia.
«È per questo che mi piaci!».
Camillo diventò rosso-violaceo, venne meno nelle gambe e stava perdendo i sensi.
Betta incominciò a schernirlo tra le risa di Pamela, cantando una canzone.
«Sei diventato rosso, rosso, rosso, sei diventato rosso, come un peperon!»
Camillo ammutolì ma nella testa aveva il big bang. Era felice e allo stesso tempo frastornato. Era euforico ma imbarazzato. Gli sembrava che tutto intorno girasse, e che potesse perdere l’equilibrio da un momento all’altro e cadere, cadere in un precipizio, ma in fondo al precipizio c’era una piscina di gomma piuma sulla quale atterrava indenne, ma ebbro di felicità.

 

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