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Libro gratis per ragazzi capitolo ottavo

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La Banda di Casapunessa ed il cane Grigio

VIII Capitolo  (vai al capitolo 1)

Gianna si allontanò di scatto dal cane morto. Pensava fosse stato lui a parlare..
Ma non avevano bisogno di voltarsi; sapevano bene a chi apparteneva quella voce, sempre lei: Faffi, come al solito, spuntata dal nulla.
Poi tutti corsero verso di lei e le si fermarono di fronte. Nessuno riusciva a parlare così fu lei a cominciare.
«Quel cane… quello morto… non è Grigio!».
Max fece un salto e corse verso il cane ed incominciò a studiarlo.
«Grigio non aveva la coda così lunga. Gli è cresciuta stanotte?» continuò la piccola.
«Max è vero!!!» urlò Otto, «E poi guarda il muso, non è quello di Grigio, è lungo, mentre lui ce l’aveva appiattito!».
Incominciarono a saltare e a gridare. “Evviva, evviva” riecheggiava in tutta la campagna. Poi Benny, come una spada che fende l’aria, li riportò alla realtà.
«Sì… ma dov’è Grigio?»
«Se ne starà in giro per il paese come fa sempre!» disse Otto.
«No, l’avremmo visto, secondo me l’hanno rapito!» replicò Max
«Allora è stato il direttore, quello già l’ha rubato una volta!» disse Otto.
«No, il signor Rosario ha detto che sono partiti!» fece Max.
«E se ha detto una bugia?» disse Rollo.
«Ma chi? Il signor Rosario? No quel poverino lavora per il direttore che lo costringe a fare cose che non vuole se no lo licenzia, ma è proprio incapace di dire bugie!» rispose Gianna.
I ragazzi decisero che avrebbero dato inizio ad una ricerca megagalattica, avrebbero coinvolto gli abitanti del paese. Costi quel che costi avrebbero ritrovato Grigio. Rollo e Benny si assunsero il compito di rimettere un po’ in ordine il rifugio e di occuparsi del cane morto, anche se non si trattava di Grigio era giusto dargli l’ultimo saluto e una degna sepoltura. Quando sarebbe tornato nonno Giosba avrebbero chiesto a lui di dargli una mano per ricostruire la capanna sull’albero. Gli altri andarono in paese per dare inizio alle indagini. Prima di andare Max chiese a Faffi se voleva unirsi a loro e a Gianna le si illuminarono gli occhi dalla felicità. Ma la piccola fu spietata.
«No, io non faccio parte della banda!», si voltò e se ne andò.
«Aspetta Faffi, possiamo annullare la tua esclusione, vero ragazzi?» disse Gianna al limite della disperazione.
Faffi nemmeno si voltò, proseguì per la sua strada. Sola, come sempre, come era abituata da quando era piccola. Due sole pause nella sua solitudine: il periodo trascorso con i due maestri, Fabio e Anna, e quello trascorso con la Banda. Ma ora era di nuovo sola e avrebbe svolto per conto suo le indagini per cercare Grigio. In fondo era contenta che Max gliel’avesse chiesto, ma era troppo orgogliosa. Era offesa dal fatto che l’avevano cacciata dalla banda in quel modo, che avessero addirittura fatto un rito di esclusione. E ora le venivano a chiedere se voleva aiutarli. No, non avrebbe fatto più parte della banda, tanto a lei non interessava farvi parte. Sapeva di mentire a se stessa, perché non c’era cosa che desiderasse di più.
I ragazzi dal canto loro capirono che Faffi fosse arrabbiata e non volesse più far parte della banda. Erano stati molto duri con lei e se ne rendevano conto. Quella che stava più male di tutti era Gianna. Era stata lei a volere a tutti i costi il “rito inverso” per espellerla, e si sentiva terribilmente in colpa. E anche se i suoi compagni cercavano di consolarla dicendo che non era colpa sua, in cuor suo si sentiva l’unica responsabile di quella brutta vicenda. Se non fossero mai andati da Elvira, forse, Grigio sarebbe ancora lì con loro.
Per tutto il giorno, i ragazzi della Banda di Casapunessa, girarono per il paese chiedendo informazioni a tutti, cercando in ogni vicolo ed in ogni strada. Ma del cane nessuna traccia. Rollo e Benny, dopo aver messo un po’ in ordine il rifugio, abbozzarono un disegno il più rassomigliante possibile a Grigio, pitturandolo con gli stessi colori del cane. Ma anche con il disegno gli abitanti di Casapunessa non sapevano dare informazioni a riguardo. I ragazzi chiedevano ai negozianti, ai passanti, alle donne affacciate ai balconi. Qualcuno diceva che non lo vedeva da settimane, qualcun altro diceva che l’ultima volta l’aveva visto proprio con loro. Altri gli rispondevano di andare a studiare invece di perdere tempo. Qualcuno non gli rispondeva. Che strana gente gli abitanti di Casapunessa, pensavano Gianna e i suoi amici. In realtà però accadde un fatto curioso: si sparse la voce per tutto il paese che i ragazzi stavano cercando il loro cane e, in breve, tutti i bambini, in prima fila i loro compagni di scuola si precipitarono da loro per sapere che cosa fosse successo. Perfino Dodo, Vinny e Toni chiesero di Grigio. Gianna gli chiese se volevano saperlo per cucinarlo al forno, ma Dodo si risentì e disse che veramente gli interessava. I ragazzi della banda rimasero colpiti: se addirittura anche il bulletto e i suoi amici si interessavano a Grigio, allora veramente quel cane era eccezionale. Molti furono i bambini che si unirono ai nostri amici per le ricerche. Perlustrarono tutta Casapunessa ed i paesi vicini. Due giorni di vera e propria ricerca. Nel paese e nei paesi limitrofi si vedevano decine e decine di bambini che cercavano per le strade. Ma nemmeno quello sforzo immane diede i risultati sperati. Fu allora che architettarono un piano pericoloso. Non si sa come, e a chi venne l’idea, forse a tutti insieme, ma fatto sta che decisero che una notte, sul tardi, avrebbero fatto incursione nel canile. Sapevano anche che non era semplice, sarebbero dovuti uscire tutti di casa di nascosto durante la notte e se li avessero scoperti sarebbero stati guai seri. Così optarono per una domenica mattina. Dissero ai genitori che sarebbero andati a fare una scampagnata. In realtà qualcuno obiettò che fosse troppo presto, ma non era raro che i ragazzi facessero gite la mattina presto. Si alzarono alle 06.00 e alle 06.45 erano già dietro il canile. All’infuori di qualche furgone di ambulanti il paese era deserto. Provarono a vedere se la porta sul retro fosse aperta, ma non furono così fortunati. Benny notò che le finestre erano di quelle scorrevoli ed iniziò a controllarle tutte fin quando non ne trovò una aperta. Entrarono tutti. Era il deposito delle pulizie. La porta dello sgabuzzino che accedeva all’interno del canile era aperta. Appena dentro si trovarono su un lungo corridoio. Ogni due metri c’era una porta su ambo i lati ed i ragazzi incominciarono ad aprirle tutte. Nessuna porta lasciava intravedere qualcosa di interessante. Poi Gianna notò che una delle porte dava su una scala, forse era la cantina. I maschi non se lo fecero ripetere due volte e scesero di corsa. Le bambine avevano un po’ di paura, ma poi presero coraggio e li seguirono, la paura di restare sole era più forte. Nella cantina c’erano gabbie con dentro ciotole e del pane gettato per terra.
«Ecco dove fa mettere i cani quel bastardo!» esclamò Max.
Al momento le gabbie erano vuote, di cani nemmeno l’ombra. I ragazzi si guardarono intorno cercando qualche indizio, ma in realtà non sapevano nemmeno cosa cercare. Ormai stanchi e delusi risalirono le scale, ma sull’ingresso della cantina c’era l’ombra di un uomo. Le ragazze urlarono. Riscesero tutti le scale di corsa. Rollo e Gianna erano bianche dallo spavento, stavano incominciando a piangere. Otto sbatté la testa contro una gabbia. Benny prese una spranga di ferro per difendersi.
«Benny posa quella mazza!» sussurrò Max, «Quello è un insegnante non possiamo ucciderlo!».
«Ma chi vuole ucciderlo, ma se ci dà le botte non dobbiamo difenderci?».
«Ragazzi che gli diciamo ora? Che ci facciamo qua? Se chiama i nostri genitori siamo nei guai!» disse Otto.
Trascorse qualche secondo che ai ragazzi sembrò un’eternità, ma non accadde nulla. Poi sentirono un mandato di chiave, poi un secondo. Max corse su per le scale fino alla porta. Erano chiusi a chiave nella cantina, scese e diede la notizia ai compagni. All’inizio furono risollevati: pericolo scampato. Ma poi Max disse che non c’erano finestre, né porte. L’unica via d’uscita era la porta delle scale ed era molto robusta e non sarebbero mai riusciti a sfondarla. Erano intrappolati.
«Come usciamo?» chiese Gianna piangendo.
«Ma tanto verranno i nostri genitori e ci liberano!» disse Rollo.
«Ma perché tu hai detto ai tuoi che venivamo qui?» chiese Benny.
«Ragazzi siamo imprigionati! Non possiamo scappare!» disse Otto, «Quello è andato a chiamare i carabinieri e qui ci arrestano tutti!».
Ci fu un silenzio tombale. Erano impauriti, preoccupati. Non sapevano cosa fare. Poi udirono di nuovo il chiavistello della porta fare due mandate.
«Sta venendo qualcuno!» sussurrò Otto.
«Sarà il direttore con i carabinieri?» si chiese Max.
Ancora una volta non scese nessuno.
«Forse è il momento di scappare!» disse Gianna.
«E se ci aspettano sopra?» chiese Rollo.
Benny prese di nuovo la spranga di ferro e salì di corsa le scale. Poi chiamò i compagni da sopra.
«Presto venite, non c’è nessuno!».
In men che non si dica i ragazzi furono fuori. Chiesero a Benny chi avesse aperto la porta. Benny disse di aver visto un’ombra uscire dalla porta d’ingresso, ma non sapeva chi fosse. Corsero a perdifiato fino alla piazza centrale dove si sedettero per riposarsi e riprendersi dallo spavento.
Non trascorse molto tempo che furono raggiunti da Elvira.
«Ragazzi cacciate la cartella che avete rubato a mio padre!» disse minacciosa.
«Noi non abbiamo rubato niente!» urlò Gianna.
«Ma tu non eri partita?» chiese Rollo.
Elvira fece finta di non sentirla.
«Qualcuno è entrato nel canile ed ha rubato dei documenti importanti a mio padre!».
«E tuo padre si diverte a chiudere la gente in cantina!» disse Benny.
«Ma quale cantina? Io e mio padre eravamo appena arrivati al canile quando qualcuno è corso come un pazzo, gli ha sfilato la cartella dalle mani ed è scappato. Mio padre non è riuscito a prenderlo, come lo rinchiudeva in cantina?».
I ragazzi restarono in silenzio. Non era di loro che Elvira stava parlando. Non sapeva che erano stati chiusi in cantina. Quindi non era stato il direttore a chiuderli in cantina? Ma allora chi? E chi aveva rubato al cartella al direttore? E perché?
«Ma tuo padre ci conosce, se fosse stato uno di noi ci avrebbe riconosciuto!» disse Otto furbamente.
«No, non è riuscito a vederlo, però mi ha fatto la descrizione, dice che somigliava ad un extraterrestre talmente era veloce. Era magro, piccolo e con il viso da topo! Mio padre l’ha rincorso per qualche isolato, ma non è riuscito a prenderlo!».
Calò un silenzio tombale. Non era difficile capire di chi si trattava: magra, piccola, il viso da topo ed una velocità impressionante, non c’erano dubbi, era Faffi. Il direttore non l’aveva capito perché Faffi non era mai venuta a casa sua.
«E a te sembra che uno di noi somiglia a quella descrizione?» chiese Rollo.
«In effetti no, ma allora chi è stato?» chiese Elvira
«E noi che ne sappiamo? Siamo stati qui tutto il tempo!» mentì Max spudoratamente.
«E comunque se vai dietro la montagna abbiamo visto un ufo atterrare, forse l’extraterrestre dorme lì! » disse Benny.
«Tanto state tranquilli che mio padre ve la farà pagare!» si voltò e se ne andò saltellando.
Appena Elvira se ne fu andata i ragazzi saltarono in piedi.
«Ragazzi era Faffi!» disse Rollo.
«Allora è lei che ci ha liberati!» aggiunse Max.
Poi Gianna trasalì.
«Ragazzi ma allora chi ci ha chiuso in cantina? Elvira non sapeva niente e stava con il padre!».
«Forse fa finta di non sapere niente!» disse Otto.
«No, se lo avesse saputo ci avrebbe minacciato dicendo che ci aveva visti e denunciato ai carabinieri?» rispose Benny.
«Ragazzi dobbiamo cercare Faffi!» disse Max.
«Ma perché ha rubato la cartella del direttore?» chiese Rollo.
«Secondo me Faffi ci ha seguiti e sa molte più cose di quanto pensiamo. Dobbiamo trovarla prima che la trova il direttore!» disse Gianna.
Ma questa volta Faffi non li aveva seguiti, aveva avuto solo la loro stessa idea, anzi li aveva anticipati. Era andata al canile prima di loro, ed aveva trovato la porta principale aperta. Si era subito accorta che nel canile c’era qualcuno. Entrò nello sgabuzzino ed aprì la finestra per crearsi una eventuale via di fuga. Era per questo che i ragazzi la trovarono aperta al loro arrivo. Poi si nascose nel bagno e fu allora che sentì dei rumori: erano i ragazzi della banda. Faffi vide quando i ragazzi furono chiusi nella cantina e fu proprio lei a liberarli. Era l’unica che sapeva chi aveva chiuso i bambini nel canile. Non appena i ragazzi scapparono Faffi rientrò nel canile e vi restò fino all’arrivo del direttore e di sua figlia. Quando vide che il direttore aveva la cartella tra le mani, decise su due piedi. Aspettò che Elvira si allontanasse e come un ghepardo incominciò a correre come sapeva fare, silenziosa, agile, a testa bassa. Sfilò la cartella dalle mani del direttore e scappò via a tutta velocità. Il direttore non fece nemmeno in tempo ad accorgersi di quello che stava accadendo. Quando si riprese il direttore la inseguì per qualche isolato, ma era tardi, del ladro nemmeno l’ombra, incominciò ad urlare come un forsennato. Elvira accorse immediatamente.
«Mi hanno rubato la cartellina con i documenti!».
Elvira chiese chi fosse stato e come tutta risposta il direttore si avvicinò e incominciò a prenderla a schiaffi in pieno viso. Elvira si coprì il volto con le braccia e lui la tirò per i capelli sbattendola per terra. Poi iniziò a prenderla a calci.
«Maledetti, dannazione, la mia cartella maledizione!».
Ad un certo punto si risvegliò da quel raptus violento a causa delle urla ed il pianto della bambina. Si chinò su di lei di incominciò ad accarezzarla.
«Dai che ora passa tutto. Ma tu perché ti sei messa sotto i miei piedi? Vieni qui fatti abbracciare!».
Elvira si scostò dalla paura.
«Ti ho detto di abbracciarmi, altrimenti ricomincio con i calci!».
Suo malgrado la bambina lo abbracciò.
«O era un nano, o un alieno o un bambino. Probabilmente la terza ipotesi è la più plausibile. Allora saranno stati i tuoi amici pezzenti!»
«E chi era di loro?» chiese la piccola cercando di riprendersi.
«E che ne so, chi se li ricorda a tutte quelle facce da morti di fame. Però ti posso fare la descrizione. Poi vai a cercarli e di’ loro che passeranno un guaio se non mi restituiscono la cartella. Se va a finire nelle mani sbagliate nei guai ci andrò io!».
Poi incominciò ad urlare come un pazzo ordinando ad Elvira che doveva alzare le chiappe ed andare a cercare la banda.

Per tutto il giorno i ragazzi cercarono Faffi, ma la piccola non si vedeva in giro. Giunse sera e i ragazzi decisero che la mattina seguente sarebbero andati a casa sua. Ma la mattina successiva le cose andarono diversamente da come avevano previsto. Era una mattina di luglio, il tempo era plumbeo, la pioggia cadeva a picco ed i ragazzi restarono in casa aspettando che schiarisse. La madre di Gianna era uscita per andare a lavoro, ma rientrò dopo breve. Gianna era sul divano a guardare la televisione e si meravigliò nel vedere la mamma; capì che qualcosa non andava quando notò la faccia bianca della donna.
«Gianna… la tua amica Faffi stanotte non è tornata a casa! Dicono che è scomparsa, a casa sua ci sono i carabinieri!».
Gianna sgranò gli occhi, provò un dolore incommensurabile. Non riusciva a parlare, era spaventata, terrorizzata. Poi la madre inflisse il colpo di grazia.
«Hanno chiamato anche i sommozzatori… perlustreranno il fiume… pensano che sia caduta… mi spiace piccola mia!».
Gianna incominciò a piangere a dirotto, le lacrime scendevano come la pioggia di quella giornata cupa. La mamma la strinse a sé, ma nemmeno il suo abbraccio caloroso riuscì a colmare quel vuoto che le si era creato nello stomaco di Gianna.

Arrivederci al capitolo 9


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