Autismo e scherzo | Prima parte

Autismo e scherzo
Prima parte

Autismo e scherzo

Autismo e scherzo

Una delle scoperte più importanti che ho fatto nel mio lavoro con i bambini autistici è sicuramente l’importanza del gioco, ma ancora più importante ho scoperto essere lo scherzo. Insegnare ai bambini autistici a scherzare e a ridere ha degli effetti positivi inimmaginabili.

 

Insieme ad un’altra collega abbiamo potuto appurare che quando un bambino autistico comprende ed interiorizza lo scherzo, la sua comunicazione migliora, ma soprattutto migliora la sua iterazione con il mondo esterno.

 

Il mio primo contatto con un bambino autistico risale al 1997 in Germania, in un campo vacanze per bambini con “ritardo mentale”, si chiamava Lisa M., aveva 7 anni, totale assenza di contatto oculare, assenza di comunicazione, linguaggio stereotipato: “Lisa Maria non si mangia”, “Lisa Maria non ha paura”, “Lisa Maria non si fa”, totale insensibilità al dolore.  Il suo gioco preferito era correre, soprattutto scappare da tutto e da tutti, e il fissarsi ossessivamente su un oggetto: una scarpa, un ritaglio di giornale, un pezzo rotto di una bambola che diventavano oggetti che potremmo definire prolungamenti del suo corpo, per quanto fosse drammatica la sua separazione da essi. Nessun modo di comunicare con lei, nessuna risposta a qualsiasi richiesta.

Nessun  tipo di contatto con il mondo intorno a sé.  In tre settimane ci furono solo due momenti in cui sembrò entrare nel mondo reale e accorgersi degli altri: la seconda volta accadde per un momento quasi impercettibile, della durata di un secondo, fu quando dopo tre settimane di vacanze vide il volto della madre che era tornata a prenderla. Mostrò un sorriso ed un “buongiorno”, poi ritornò quella di sempre. La prima occasione, invece, è la storia che sto per raccontarvi.

Come già detto prima di allora non mi ero mai confrontato con l’autismo, non avevo idea di che cosa fosse il Teacch, non avevo mai sentito parlare di metodo Lovaas,  di ABA, psicomotricità, e nemmeno di educazione cognitivo comportamentale e di musicoterapia, che sono poi diventati i miei studi e il mio lavoro.

Sapevo che Lisa M. seguiva alcuni trattamenti, ma non immaginavo quali, sapevo che alcune cose era in grado di farle meccanicamente, ma per il resto era un mistero.

Ero un semplice volontario, facevo parte di un gruppo a cui spettava l’animazione dei bambini di quel campo estivo. Fu amore a prima vista con tutti i bambini, ma restai sconvolto di fronte a Lisa M.! Non so perché, ma suscitava in me fascino, affetto, ma al contempo rabbia, paura, sconforto. E lo sconforto fu enorme quando una mattina mi chiesero di aiutare l’educatrice a provvedere alla colazione di Lisa M.! Su richiesta dei genitori la bambina al momento del pranzo veniva separata dagli altri bambini. Mi resi subito conto di come fosse difficile il momento del pranzo, nei fui coinvolto in prima persona, così come negli anni a venire mi resi conto che separarla dagli altri, rinforzare le paure e le abitudini, fosse un grande errore. Quando arrivò il pasto ero nella stanza con lei, l’educatrice si era allontanata per un momento. Pensai di rendermi utile, la feci sedere, presi un boccone con il cucchiaio e feci per darglielo, lo facevo con tutti gli altri bambini non autosufficienti, non vedevo perché mai non avessi dovuto farlo con lei. Fu un errore, un grandissimo errore. Iniziò ad urlare e a piangere, batteva le mani sul tavolo, piegava la testa all’indietro mostrando una tale sofferenza che sembrava un animale colpito a morte. Restai basito, e la cosa peggiore era che più cercavo di fare qualcosa per calmarla più si dimenava. Intervenne l’educatrice alla quale, per la paura che potesse pensare che le avessi fatto qualcosa di brutto, cercai di spiegare che avevo solo provato a darle un boccone. Mi disse di non preoccuparmi ma aveva l’espressione contrariata, e capii perché: ci vollero due ore per calmarla. Non mangiò più, e anche se si era calmata restò in uno stato di nervosismo tutto il giorno. Mi fu spiegato, senza rimprovero, che avevo creato uno squilibrio nelle sue abitudini, non era abituata a mangiare con me. Ero sconvolto, mi sentivo tremendamente in colpa. Fu un brutto colpo perché pensavo di essere bravo, e invece alla prima occasione avevo fallito miseramente, ma la mia domanda era: perché? Semplice, perché Lisa M. era autistica, perché il suo modo di vedere il mondo non era lo stesso degli altri bambini e degli adulti. Viveva in un mondo tutto suo, che aveva bisogno delle sue routine,  che ogni sconvolgimento delle sue abitudini le creava uno scompenso enorme. Mi ci vollero due anni per capire a fondo i bambini autistici, due anni di letture, di esperienze, due anni in cui però ebbi l’opportunità di capire molte cose, come per esempio che molte delle tecniche utilizzate con i bambini autistici sono sbagliate, o tendenzialmente incomplete, nonostante i risultati.

Per fortuna non mi abbattei e nei giorni successivi continuai a lavorare con lei, mi feci solo da parte lasciando fare tutto agli educatori, io assistevo, osservavo, eseguivo i loro suggerimenti. E fu così che nell’ultima settimana di quel campo accadde un episodio che mi lasciò perplesso.

Eravamo nel grande prato intorno la scuola, un bel pomeriggio inoltrato di agosto. Ormai Lisa M. si era abituata alla mia presenza così l’educatore di turno mi lasciò a badare a lei mentre lui si intrattenne a chiacchierare con un’altra collega. Come al solito lei correva e io le stavo dietro per non farla scappare lontano, e senza pensarci mi venne di dirle: vieni qua, vieni qua che ti mangio. La presi e le feci un po’ di solletico sulla pancia. Incominciò a ridere e ripeteva: Ti mangio. E per la prima volta in tre settimane Lisa M. mi guardò negli occhi, ma non fu uno sguardo breve, mi fissava, mi sorrideva e mi diceva ti mangio. Poi scappò di nuovo ma questa volta continuava a cercare il mio sguardo, voleva giocare a  “Ti mangio”. Lei scappava, io la rincorrevo dicendole ti mangio e lei rideva, rideva a crepapelle se mi fermavo si voltava a guardarmi e ripeteva “ti mangio” per farsi prendere e farsi solleticare. L’acchiappai e la misi supina facendole il solletico, mi guardava continuamente negli occhi e rideva.

Giocammo un quarto d’ora, a correre e a farci il solletico, fino a quando non venne l’educatore che disse che dovevamo andare a cena.  Un quarto d’ora in cui sembrò una bambina “normale”, una normalità che sparì non appena finì il gioco e Lisa. M. tornò di nuovo in quell’isolamento di sempre, di nuovo una bambina autistica.

 

Autismo e scherzo seconda parte

 

 

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