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Libro gratis per ragazzi capitolo decimo

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La Banda di Casapunessa ed il cane Grigio

X Capitolo  (vai al capitolo 1)

Gli altri membri della banda ebbero solo il tempo di voltarsi in direzione di Benny, ma non fecero in tempo a rendersi conto, poiché Grigio era già su di loro che guaiolava come un cucciolo indifeso che ritrova la sua mamma dopo una brutta avventura. Gianna, Rollo e Max incominciarono a piangere a dirotto. Tutti se lo abbracciarono a turno, poi si abbracciavano tra di loro come i giocatori di una squadra di calcio dopo aver fatto goal. Grigio saltellava come un giocattolo a molla. Era incredibile, dopo tante delusioni, finalmente un avvenimento bello, più che bello: meraviglioso. Questa volta Max era deciso: a costo di litigare con i genitori Grigio se lo sarebbe portato a casa. Dopo i festeggiamenti si resero conto che Grigio era in pessime condizioni. Era più sporco e denutrito di quando era un randagio. Era visibilmente debole e camminava a fatica. Aveva una corda al collo che fungeva da collare, un’altra annodata al collare come guinzaglio, ma spezzata ad una lunghezza di mezzo metro, segno che l’aveva rosicchiata per liberarsi. Ma dove era stato? Immediatamente si divisero i compiti. Rollo, Otto e Gianna andarono a casa di quest’ultima per lavarlo e dargli da mangiare. Max e Benny andarono dal signor Pasquale, ormai avevano imparato a servirsi da soli e riuscirono a comprare cibo per cani, medicina per zecche e pulci. Tra gli scaffali Max vide un ricostituente e prese anche quello. Non ebbero problemi di soldi perché i genitori di Max furono contenti quanto lui che Grigio fosse tornato. Ma a volte anche i miracoli, come i guai non vengono mai da soli e quando Max andò a casa per dire ai genitori che avevano ritrovato Grigio, la madre lo rimproverò.
«Senti Max, se vuoi prenderti cura di questo cane lo devi fare con coscienza, non puoi lasciarlo al rifugio e farlo sparire ogni volta. Quindi assumiti le tue responsabilità e procurati una cuccia che lo teniamo qui in casa!».
Max non credeva alle proprie orecchie, gli si inondarono gli occhi di lacrime dalla felicità, saltò al collo della madre che quasi la strozzava. Nel giro di un’ora Grigio mangiò, bevve e prese medicine e ricostituenti. Che fosse davvero debole lo si capì quando gli fecero il bagnetto. Il piccolo se ne stette calmo nella bacinella senza saltellare come era solito fare.
I ragazzi erano raggianti e anche il sogno di ritrovare Faffi sembrava più vicino. Si riunirono a casa di Max. Rollo chiamò il nonno il quale le disse che per la sera stessa avrebbe costruito una cuccia per Grigio.
Erano seduti sul divano e Grigio se ne stava mogio in braccio a Max.
«Ragazzi…» esordì Otto, «… qui le cose si complicano, ora oltre il direttore ed il sindaco, anche il veterinario è sospetto!».
«Già… che ci faceva a quell’ora al canile? E poi era armato!» disse Benny.
«E quel bastardo non ha avuto il minimo rimorso a sparare, e se invece di noi c’era un bambino? Avrebbe potuto ucciderlo!» disse Gianna!
«Già signora Gianna, lei ha proprio ragione, per i bimbi è pericoloso, non come lei che è una donna matura e responsabile!» la prese in giro Benny.
«E dai… volevo dire un bambino piccolo, tipo quelli dell’asilo».
«Sì Gianna… ma che cosa ci fa un bambino dell’asilo alle tre di notte, tutto solo nei pressi di un canile?» chiese Rollo.
«Uffa… e va bene, ho detto una stupidaggine. Ma il problema resta, non sappiamo chi teneva imprigionato Grigio e quindi non possiamo liberare Faffi!» si difese Gianna.
Poi Otto ebbe un’idea fantasiosa e geniale allo stesso tempo.
«Ragazzi… perché non facciamo come nei films? Facciamo annusare a Grigio un indumento di Faffi e poi gli diciamo di cercarla!».
«Ma se ci hanno provato con i cani poliziotti e non hanno trovato niente e ora noi lo facciamo con Grigio che è un randagio? E i cani poliziotti sono addestrati a fare questo, Grigio non l’ha mai fatto!» obiettò Max.
«Però Grigio conosce Faffi meglio di tutti cani del mondo…» disse Rollo, «… pensateci, quando si è liberato è corso verso di noi come se già sapesse che eravamo lì!».
«Rollo… noi stiamo sempre lì quando non siamo a rifugio!» obiettò Gianna.
“Tentar non nuoce” è il proverbio degli audaci, e fino ad ora la Banda di Casapunessa aveva dimostrato che non si arrendeva facilmente, e allora perché non provare? Peggio di così non poteva andare. Il difficile sarebbe stato convincere la madre di Faffi a farsi dare un indumento dell’amica, ma quello che i ragazzi non sapevano è che una mamma disperata per la scomparsa della figlia si aggrappa a qualunque appiglio, è disposta a tutto pur di ritrovare la propria bambina. E se quell’idea bizzarra poteva accendere un barlume di speranza perché non provarci. Ma gli indumenti di Faffi erano lavati e ci voleva qualcosa che non avesse il profumo di detersivo e lavanda. Fu la sorella minore di Faffi a pensare alla giacca che Faffi usava in primavera, quella non era lavata. Non appena Grigio vide la giacca gli si avventò sopra a leccarla.
«L’ha riconosciuta!» esultò Benny.
«Dai Grigio, cerca Faffi, dov’è? Dai cercala!» incitava Max.
Ma Grigio non si muoveva. Forse non sapeva nemmeno cosa fare. Poi Gianna ebbe un’idea. Disse a tutti di rientrare in casa, lasciando Grigio solo con la giacca fuori dall’uscio. Grigio incominciò ad annusare la giacca e dopo un po’ incominciò a correre. Uscirono come dei pazzi dall’abitazione. La mamma di Faffi prese l’auto e lo seguirono a debita distanza. Dopo aver girovagato per un po’ senza senso Grigio prese la via per la campagna. Arrivò dritto dritto al loro rifugio che oramai era una catasta di legna bruciata.
«È venuto al rifugio perché si ricorda di tutte le volte che siamo venuti qui con Faffi!» disse Gianna con voce triste rivolgendosi alla mamma di Faffi.
Erano delusi, per un momento avevano davvero sperato che Grigio trovasse Faffi. Decisero di ritornare e Max chiamò Grigio, ma il cane non si mosse. Restò su un cumulo di terra bruciata e scavava con la zampetta guardando i ragazzi. Gianna impallidì, la mamma di Faffi quasi sveniva. I ragazzi erano paralizzati. Non poteva essere, non poteva essere che lì sotto ci fosse il corpo di Faffi. Dopo qualche minuto Benny prese l’iniziativa e andò a smuovere la cenere. Lo fece con molta delicatezza, aveva paura di poter devastare il corpo della piccola. Ma non c’era nessun corpo, solo una busta. Benny l’apri: era una cartellina di cartone.
«È la cartella che Faffi ha rubato al direttore, l’ha nascosta qui!» urlò Otto.
I ragazzi diedero un’occhiata al contenuto, c’erano foto di cani, preventivi ed altri documenti a loro incomprensibili. Per loro era arabo e non riuscivano a capire perché il direttore avesse rapito Faffi per quei fogli. La mamma di Faffi si arrabbiò per il fatto che la figlia avesse rubato la cartella al direttore mettendosi nei guai. Poi disse che avrebbero dovuto portare quella cartella ai carabinieri, ma i ragazzi avevano seri dubbi.
«Quelli sono convinti che è stato il maestro Fabio a rapire Faffi, e non gli interessa altro. Noi ci abbiamo già provato due volte e per due volte ci hanno cacciato via! Non ci hanno nemmeno ascoltato!» disse Otto.
La madre era titubante, ma nemmeno lei si fidava dei carabinieri del posto. Allora fece quella che a tutti sarebbe potuta sembrare una mossa azzardata: chiamò il maestro Fabio. Non aveva la certezza che il maestro fosse innocente, ma forse dalle parole del maestro avrebbe potuto capire se fosse coinvolto o meno. Ma soprattutto era spinta da una motivazione affettiva, molto forte: Faffi aveva una fiducia cieca nei due maestri e, obiettivamente, più volte avevano aiutato la figlia quando era in difficoltà. Così volle provare anche lei a dare fiducia ai due insegnanti. Il maestro Fabio fu sorpreso della telefonata, di certo non si aspettava di essere contattato dalla mamma della bambina che tutti sospettavano avesse ucciso. Dopo un primo momento di imbarazzo la mamma di Faffi spiegò cosa avevano trovato e la perplessità di rivolgersi ai carabinieri del posto. Il maestro fu d’accordo e consigliò di rivolgersi al capitano dei carabinieri della compagnia del capoluogo, era una persona molto seria. In passato si era rivolto a lui per un problema ed aveva dimostrato di essere veramente una persona in gamba. La mamma di Faffi non perse tempo, caricò i bambini in macchina e si diresse direttamente nel capoluogo. Questa volta, grazie alla presenza della mamma di Faffi, il carabiniere di turno non fece obiezioni a farli parlare con il capitano che per fortuna era in sede e fu molto interessato e quando sentì che si trattava della mamma della bambina scomparsa si mise a loro completa disposizione. Ascoltò più volte la deposizione dei bambini per vedere se cadevano in contraddizione, ma i bambini furono molto precisi e coerenti nel raccontare. Poi aprì la cartella. Il suo viso si incupì. Si passò più volte le mani sulla testa. Poi chiamò qualcuno a telefono.
«Il colonnello Alfano per favore, salve colonnello, sono il capitano Lippiello. Abbiamo un serio problema. Riguarda la bambina scomparsa a Casapunessa. C’è una tratta di cani. No… non si tratta di incontri di animali, ma di scopi molto più biechi. Dobbiamo far intervenire i NAS in più macelli. Il problema lo abbiamo con la caserma di Casapunessa… non so se ci sia stata connivenza, di sicuro superficialità nello svolgere le indagini e forse accanimento giudiziario verso una persona per coprire qualcun altro. Forse sono coinvolte anche personalità di spicco. Mi lascia carta bianca? Ok, chiamo il giudice e procedo immediatamente!».
I ragazzi e la mamma di Faffi furono mandati a casa. Quello che successe nei giorni seguenti fu un vero tafferuglio. Il direttore insieme a due proprietari di macelli furono arrestati. Mentre il veterinario si diede alla fuga. Ora era ricercato in tutta Italia. I cani venivano catturati e poi venduti ai macelli che con la loro carne facevano salsicce per poi esportarle all’estero. Purtroppo all’appello mancava Faffi. Il maresciallo di Casapunessa fu degradato e trasferito in un paesino di montagna. Il sindaco fu iscritto nel registro degli indagati ed il comune fu commissariato; il magistrato trasferito per incompatibilità, la zia di Elvira, la direttrice della scuola, fu segnalata al Ministero della Pubblica Istruzione, nell’attesa che il maestro Fabio non sporgesse denuncia per diffamazione, ma la direttrice andava a letto con un dirigente regionale e il tutto cadde nel dimenticatoio. Il direttore confessò della tratta dei cani e la falsa testimonianza della figlia per far arrestare il maestro Fabio. Quando il nuovo magistrato gli chiese perché avesse rovinato la vita al maestro il direttore si meravigliò della domanda.
«Perché lei cosa avrebbe fatto? Quello era un morto di fame. E perché doveva insegnare a mia figlia e gli altri bambini?» disse il direttore.
«Ma a quanto ne so i ragazzi lo amavano!» replicò il magistrato.
«Tutti plagiati i bambini, forse li drogava. E poi non faceva quello che dicevo io. Lui doveva insegnare a mia figlia come dicevo io!»
Il direttore confessò le sue malefatte, ma riguardo Faffi disse che non ne sapeva niente. Il magistrato gli promise uno sconto di pena se avesse detto dove era la bambina, ma lui continuò a proclamarsi innocente. Questo fece pensare al peggio. Il direttore l’aveva uccisa e non parlava per il rischio di una condanna per omicidio? All’appello però mancava il veterinario e i sospetti ricaddero su di lui. Ma era latitante ed irreperibile. Il direttore e sua figlia furono sottoposti a perizia psichiatrica e la diagnosi fu infausta: il direttore risultò una persona insicura, labile, paranoica e con tratti di schizofrenia. Emersero maltrattamenti nei riguardi della figlia, fisici e psichici e furono riscontrati nella bambina seri problemi psicologici. Al padre fu tolta la patria potestà e la bambina fu affidata ai nonni materni.
Riguardo le indagini, il tutto era ad un punto fermo. Nonostante la buona lena del capitano, non si riusciva a cavare un ragno dal buco. I carabinieri perquisirono il vecchio rifugio, il canile, le abitazioni degli indagati, ma niente, non c’era traccia di Faffi. In tutto questo c’era una nota positiva: la totale estraneità ai fatti del maestro Fabio. I bambini di Casapunessa erano raggianti di sapere che il loro maestro era innocente e anche i genitori furono risollevati dal fatto che i loro figli non avevano avuto un pedofilo per maestro. Ma per i ragazzi della banda i problemi si erano risolti solo a metà. Più trascorreva il tempo e più le speranze di ritrovare Faffi si affievolivano. La Banda di Casapunessa riprese a gironzolare per le strade. Portavano Grigio a spasso con il guinzaglio. Giravano senza meta, ma guardavano dovunque. Speravano di trovare qualche indizio. Non parlavano molto tra di loro, erano spesso malinconici. Facevano lunghe passeggiate, spesso senza meta, che a volte si spingevano in luoghi senza senso. Un pomeriggio sul tardi, si ritrovarono nei pressi della scuola media che avrebbero dovuto incominciare a poco più di un mese. Era l’ultima estate che trascorrevano come compagni di classe, poi chissà in quali sezioni sarebbero capitati, con quali nuovi compagni. La scuola media aveva sette sezioni ed era poco probabile che capitassero tutti e cinque insieme.
«Maledetta scuola, io non ci voglio andare alle medie!» disse Gianna guardandola tristemente.
Grigio incominciò a ringhiare e a tirare il collare verso la stradina adiacente la scuola. Max cercò di trattenerlo.
«Grigio che vuoi fare, dove vuoi andare, non c’è niente in quella stradina!».
Poi d’un tratto i cinque amici si scambiarono rapide occhiate uno con l’altro. Poi urlarono all’unisono.
«LA CASA DI ELVIRA!!!».
Incominciarono a correre come dei pazzi, Gianna in testa, nonostante non fosse la più veloce a correre. Max correva dietro Grigio cercando di non inciampare nel guinzaglio. Prima della casa si fermarono e si nascosero. Poi, pian piano, si avvicinarono. Era tutto chiuso. Benny fece un giro di perlustrazione intorno alla casa. Mentre gli altri cercavano indizi. Quando tornò aveva la faccia bianca.
«Ragazzi venite, ci siamo!»
Gli amici lo seguirono e lui gli mostrò una finestra dalla quale si vedeva uno spettacolo triste: cani rinchiusi nella grande cantina della casa di Elvira. Gianna incominciò ad urlare il nome di Faffi, ma non ci fu nessuna risposta. Poi sentirono il rumore di un’auto e si spaventarono. Scapparono nella campagna. Otto voleva restare per vedere di chi si trattasse, ma le ragazzine erano troppo spaventate. Poteva essere il veterinario che era armato e pericoloso. Rollo propose di chiamare i carabinieri. Composero dal telefonino il 112 e si fecero passare la compagnia del capoluogo e chiesero del capitano Lippiello, ma il carabiniere di turno gli disse che non poteva perché quello era il numero di emergenza. Però fu gentile e gli diede il numero della compagnia, ma era un numero fisso e nessuno di loro, come al solito, aveva credito. Decisero di tornare indietro e chiamare da un numero fisso. Tornarono in paese e chiamarono da una cabina. Il capitano aveva smontato da poco. I ragazzi chiesero un numero privato per comunicare con lui, sostenendo che era di importanza vitale, che si trattava della bambina scomparsa. Ma il carabiniere fu irremovibile.
Ancora una volta optarono per una decisione difficile: avrebbero fatto un’incursione nella casa di Elvira.

 

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