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Bullismo: il metodo dell’interesse condiviso

Bullismo
Il metodo dell’interesse condiviso

Bullismo cosa fare
Bullismo cosa fare


Che cosa è il metodo dell’interesse condiviso? Può essere la soluzione giusta per risolvere il bullismo?


Noi abbiamo qualche dubbio, anzi, pensiamo che ci sia alla base un gravissimo errore morale, vediamo insieme qual è!

 

 

È stato ideato da Pikas e ha delle similitudini con altri metodi che vedremo in seguito, e sono accomunati dal fatto che il bullo non viene mai accusato.

Nessun rimprovero, nessuna punizione, nessuna presa di posizione nei suoi confronti.

È un metodo che richiede un copione ben stabilito, da rispettare pedissequamente, soprattutto negli incontri che si svolgono con bullo e vittima, in cui vengono proposte pochissime domande, ma poste in un cliché ben stabilito. Inoltre anche la sequenza degli incontri deve avere norme ben stabilite.

Il metodo è suddiviso in tre fasi:

  • Chiacchierate individuali con ogni alunno
  • Colloqui successivi con ogni alunno
  • Incontro di gruppo

Pikas richiede che il copione venga rispettato fino in fondo, addirittura sconsiglia di praticarlo a chi non riesce ad eseguirlo con precisione.

Il primo incontro viene svolto con quello che Pikas chiama capobanda, in realtà coincide con quello che noi chiamiamo bullo leader. Si tratta di colui che comanda il gruppo, senza essere per forza di cose il braccio, può capitare infatti che sia solo la mente, e che deleghi agli altri le prevaricazioni.

È importante per Pikas che sia lui a partecipare al primo incontro, perché essendo un colloquio non accusatorio, il bambino torna in classe rilassato e questo fa sì che gli altri alunni vedendo il loro leader rilassato, si sentano a loro volta più tranquilli e partecipano all’incontro con atteggiamento positivo.

Altro fattore importante per l’autore è che il tutto avvenga dopo aver raccolto tutte le informazioni che riguardano il caso di bullismo in quella classe e dopo aver trovato una stanza adatta per i colloqui.

Gli alunni non devono essere informati di questi colloqui, ma all’ora convenuta l’insegnante manderà i ragazzi all’incontro.

Pikas pone altre condizioni importanti: l’operatore che presiede gli incontri deve essere totalmente neutrale e non lasciarsi condizionare da rabbia o desiderio di punizione. Sconsigliando vivamente di intraprendere il metodo a chi ha rabbia o voglia di punire.

Anche se sembra un metodo semplice, che si basa su quattro domande, Pikas suggerisce di imparare molto bene il copione da seguire, addirittura di esercitarsi con altri insegnanti e attraverso il role-play.

È importante secondo Pikas non alterare il copione, non aggiungere commenti, e di non lasciarsi prendere dal desiderio di altre domande, cosa non facile per un insegnante. Questo perché potrebbe inficiare la riuscita di tutto il lavoro.

Ecco le quattro domande che devono essere poste al  bullo:

  • Ho sentito che ti sei comportato male con X. Raccontami.
  • Beh! Sembra che non si trovi molto bene a scuola.
  • Ok. Stavo pensando cosa potresti fare per aiutare X in questa situazione.
  • Molto bene. Provaci per una settimana e poi ci vediamo e sentiamo come è andata. Arrivederci.

Pikas propone poi degli schemi di come si possono svolgere i colloqui tra insegnante e bullo, insegnante e vittima, insegnante e vittima provocatrice.

Qui di seguito analizziamo lo schema del colloquio con il bullo leader. (tratto da Bulli e prepotenti nella scuola, di Sharp e Smith, pag. 94)

Quello che si evince in maniera lampante è che oltre a dare la possibilità al bullo di commettere degli illeciti: non lo si accusa, non lo si punisce, gli si dà anche la possibilità di mentire.

 

Schema:

  1. Matteo vittima di bullismo
  2. Bullo
  3. Insegnante

Insegnante:    –Ho sentito che ti sei comportato male con Matteo.

Alunno:            –No, non sono stato io.

Insegnante:    –Gli sono successe cose spiacevoli. Raccontami.

Alunno:           –Beh, sono stati gli altri, non io.

Qui il ragazzo racconta la sua versione dei fatti poco veritiera.

Insegnante:      –Beh, sembra che Matteo stia passando un brutto periodo a scuola.

Alunno:              –Beh, penso di sì.

Insegnante:     –Ok. Stavo chiedendomi che cosa potresti fare per aiutarlo in questa situazione.

Alunno:             –Io?

Insegnante:    –Sì, tu.

Alunno:            –Beh… potrei dire agli altri di lasciarlo stare.

Insegnante:   –Molto bravo! Bene. Prova questa settimana e poi ci incontriamo a quest’ora, martedì prossimo e vediamo come è andata.  Arrivederci.

Sembra bello, ma lo è?

Ci sono degli errori di fondo, alcuni anche gravi. Innanzitutto è importante capire che nessuna società può essere sana se chi commette reati non paga, anche se vige come pseudo-idee in alcune correnti religiose, filosofiche e politiche.

Nelle nazioni dove i reati non vengono sanzionati non c’è una diminuzione dei reati, ma un incremento. Un esempio è la condotta che c’è nel sud Italia di sanzionare poco il mancato utilizzo della cintura o di imboccare strade con divieto di accesso: in quelle zone non sono diminuite le infrazioni, sono le zone con più alto tasso di infrazioni.

Ma vediamo nel merito:

Il bullo commette un reato

Non viene rimproverato – Non viene punito

Mente spudoratamente sui suoi misfatti 

Nessuno gli dice niente, ma, anzi, chiedendogli di aiutare la vittima viene rinforzata la sua idea di averla fatta franca e di dar credito alle sue menzogne.

È importante poi sottolineare un fattore preoccupante:

Si chiede al bullo di trovare una soluzione e soprattutto gli si dice anche “molto bravo”.

Quasi fosse un eroe.

Per caso la vittima dovrebbe anche ringraziare il bullo?

Non c’è il rischio che l’indomani il bullo entrerà in classe, dirà al branco di lasciar perdere Matteo e gli insegnanti soddisfatti diranno che il bullo è davvero un bravo ragazzo? E non gliela diamo una medaglia?

E tutto sarà risolto? O è solo l’illusione di credere nel proprio metodo?

Ma siamo sinceri:

Quante persone che commettono un illecito sono disposte a cambiare senza essere accusate, rimproverate e punite?

Perché un ragazzo dovrebbe cambiare il proprio atteggiamento che tanto gli piace, se dalle azioni del suo comportamento non derivano conseguenze?

Perché un obeso dovrebbe smettere di mangiare se gli dicono che ha il colesterolo basso, il cuore in super-forma e le ragazze gli dicono che è un super-fico?

Un obeso decide di fare una dieta perché sa che continuando ad ingrassare rischia sulla sua pelle, sa, cioè, che ci saranno delle serie conseguenze per la sua salute, ma anche sociali.

Probabilmente per un po’ la vittima avrà vita facile. Ma poi? Per quanto tempo il bullo ed il branco la lasceranno in pace? E se anche smettessero di molestarla, quante sono le probabilità che non se la prenderanno con un’altra vittima?

Dobbiamo ricordare che, soprattutto le ragazze, sono subdole e potrebbero far finta di aiutare la vittima per un po’, fare bella figura e riprendere in maniera più subdola successivamente.

Ma sono gli stessi autori ad ammettere che il metodo può non avere risultati e a quel punto propongono altri interventi.

  • Coinvolgimento della famiglia
  • Cambiamento di classe per dividere la banda di bulli
  • Piani personalizzati di intervento sul comportamento
  • Sostegno individuale intensivo

È importante sottolineare che queste proposte sono dettate dal fatto che il metodo non può essere riproposto. Pensate se il bullo continuasse ad essere bullo e fosse richiamato a colloquio con quello stesso copione. Lui stesso penserebbe che gli insegnanti siano ammattiti.

È molto chiaro che questo metodo può avere effetti blandi su casi di bullismo di lieve entità o bullismo occasionale.

E allora non si capisce perché provare prima questo metodo, che richiede del tempo, e poi rivolgersi comunque ad interventi comportamentali (per quanto, come abbiamo già visto e come vedremo in futuro, quelli succitati non sortiscano comunque alcun effetto).

Se per i casi difficili il metodo comportamentale risulta più efficace, non lo si potrebbe prendere in considerazione prima?

Ma veniamo a quello che noi consideriamo insostenibile.

È nostra opinione che c’è un gravissimo errore di sottovalutazione del fenomeno bullismo e che viene commesso proprio dagli autori del metodo:

SI SOTTOVALUTA LA GRAVITÀ DEL BULLISMO

Abbiamo più volte sottolineato che il bullismo viene considerato da molti come una normale fase delle tappe dello sviluppo, ed abbiamo sottolineato come questa considerazione sia completamente errata, e che il bullismo rientra tra quelli che si possono considerare traumi infantili, almeno per quanto riguarda la vittima.

Nel momento in cui Pikas prende a cuore il caso del bullismo, lo studia e cerca di trovare una soluzione, dichiara implicitamente una tesi:

il bullismo è un fatto grave e deve essere arginato.

Ma nel momento in cui propone la sua soluzione, dimentica la gravità del bullismo e, inconsapevolmente, si rifà alla tesi di considerare il bullismo come normale fase dello sviluppo, e lo fa commettendo un grave errore morale verso la vittima.

Per rendere chiaro il concetto facciamo un esempio che potrà mettere fine alla questione facendo comprendere a pieno dove sta l’errore e lo facciamo in modo molto semplice: lasciamo invariato tutto il colloquio che vi abbiamo mostrato sopra, cambiando però i protagonisti.

Schema:

  1. Maria vittima di stupro.
  2. X stupratore a capo di un branco che l’ha violentata.
  3. Magistrato

Magistrato:       –Ho sentito che hai violentato Maria

X stupratore:   –No, non sono stato io.

Magistrato:      –Gli sono successe cose spiacevoli. Raccontami.

X stupratore:  –Beh, sono stati gli altri non io.

Qui lo stupratore racconta la sua versione dei fatti poco veritiera.

Magistrato:        –Beh, sembra che Maria stia passando un brutto periodo.

X stupratore:   –Beh, penso di sì.

Magistrato:       –Ok. Stavo chiedendomi che cosa potresti fare per aiutarla in questa situazione.

X stupratore:   –Io?

Magistrato:       –Sì, tu.

X stupratore:      –Beh… non saprei proprio… penso che potrei dire agli altri del branco di non violentarla più.

Magistrato:   –Molto bravo! Bene. Prova questa settimana e poi ci incontriamo a quest’ora, martedì prossimo e vediamo come è andata. Arrivederci.        

Se prendiamo come esempio lo stupro questo approccio è a dir poco aberrante, mentre con il bullismo lo troviamo funzionale.

Questo approccio è errato e il bullo la fa franca su tutti i fronti, inoltre si sottovaluta la gravità degli atti di bullismo per la vittima che, nel migliore dei casi, troverà miglioramenti per qualche tempo, ma alla prima occasione si ripresenteranno i problemi.

Ma c’è un altro errore, forse quello più grave, che è implicito nel metodo: non si valutano le future conseguenze psicologiche sulla vittima. Una vittima di bullismo, come di altri fatti gravi, conserverà per sempre o per molto tempo, traumi molto profondi. Il fatto di essere aiutata proprio dal suo carnefice, il quale, molto probabilmente, verrà anche lodato per averla sostenuta, produce un acutizzazione del trauma. Può essere difficile da comprendere, ma provate ad immaginare sempre alla ragazza vittima di stupro, ed immaginate che oltre allo stupro abbia subito violenze tali da dover essere ricoverata in ospedale, e pensate che un giudice chieda allo stupratore di recarsi in ospedale e di aiutarla, di darle da mangiare, di asciugarle il sudore sulla fronte, di accomodargli il letto, vi sembra possibile?

 

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