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Notte di Natale


Notte di Natale

Capitolo 20 – Notte di Natale Il custode entrò in una delle roulotte parcheggiate. L’interno era bellissimo ed accogliente e appena entrati i tre ragazzi spalancarono la bocca dalla sorpresa. Di fronte alla porta d’entrata c’era un comò antico, con alcuni oggetti etnici come soprammobili, sul lato sinistro c’era un piccolo cucinino, con un tavolo allestito da una bellissima tovaglia rossa a fiori. Intorno a due lati del tavolo c'era una cassapanca con la seduta di velluto blu imbottito. Poi due sedie, una per ogni lato scoperto, erano fissate al pavimento, anche esse imbottite con rivestimento blu. Alle finestre c’erano tendine rosa, poi altre due tende più spesse di colore bordeaux. Sul lato sinistro c’erano due letti a castello fissati alle pareti, tipo quelli dei vagoni letto nei treni. C’era un piccolo bagno. Il custode accese delle candele che posizionò al centro del tavolo. Aprì una credenza e tirò fuori una torta di mele che posizionò sul top del cucinino, e dei piattini. Spense le luci e accese le candele sul tavolo, poi andò verso la camera da letto e accese un alberello di Natale con luci colorate intermittenti. «Natale, è bello festeggiare!» disse. «Natale? Oggi è Natale?» urlarono i tre ragazzi all’unisono. Si precipitarono a porgersi gli auguri, l’uno con l’altro. «Signor Custode, grazie, da quando ci sei tu, è tutto più bello!» disse Pamela abbracciandolo. «Voi, quando ci siete è bello!» rispose lui restituendo un flebile abbraccio. Tagliò la torta in tante fette, preparò dei piattini e poggiò tutto sul tavolo aggiungendo dello sciroppo di lampone da bere e dell’uva passa in una scodella. Si sedette con loro. La pioggia picchiettava leggermente sulla roulotte. Mangiarono due fette di torta di mele a testa; brindarono, bevvero e sorseggiarono lo sciroppo di lampone come fanno gli adulti con il vino. Restarono per un po’ in silenzio. I tre ragazzi si inginocchiarono sulla cassapanca guardando fuori dalla finestra. In lontananza si vedevano i carri armati e i soldati che transitavano davanti all’entrata. La pioggia formava degli enormi acquitrini sul piazzale del Luna Park, e le gocce di pioggia, precipitando, si andavano ad infrangere contro di essi, bucherellandoli, facendoli sembrare un colapasta, tanti piccoli puntini che svanivano subito lasciando il posto ad altri piccoli puntini che sparivano altrettanto velocemente lasciando il posto ai nuovi. «È il più bel Natale che io abbia mai trascorso in vita mia!» esclamò Pamela. «Anche per me!» fece eco Camillo. «Noi non abbiamo mai festeggiato il Natale, figuriamoci; al Prosperitano Natale era andare a quella noiosa messa di mezzanotte e sentire la predica del prete e l’intervento delle suore!» continuò Pamela. Betta annuì. Il custode si avvicinò alla finestra e incominciò a guardare fuori insieme ai ragazzi, ma il suo sguardo si perdeva in lontananza, non era chiaro se fosse triste, arrabbiato o semplicemente pensieroso, aveva lo sguardo spento. Non uscirono dalla roulotte per tutta la mattinata. Restarono rintanati come se quello fosse il rifugio più sicuro al mondo. Pamela per la maggior parte del tempo se ne stette rannicchiata sulla cassapanca con una coperta avvolta sulle spalle. Betta esplorava la roulotte insieme a Camillo. Parlavano di tutto e di niente. Per pranzo mangiarono pasta con tonno che preparò Camillo. Aveva acceso i fornelli e aperto una piccola fessura della finestrella sulla cucina per far uscire il vapore senza dare nell’occhio. Su di lui c'era lo sguardo attento di Pamela che vigilava che non combinasse guai. Ma questa volta filò tutto liscio, anche perché il gas lo spense Pamela. Betta sparecchiò, Pamela lavò i piatti. Poi i ragazzi si misero a giocare a Scala quaranta con un mazzo di carte che avevano trovato nella roulotte. Il custode uscì sotto la pioggia. «Camillo ma tu ne hai visti tanti di… uomini vestiti da donna?». «Stai pensando al tizio... alla tizia... della stazione?» Pamela annuì. «Casa nostra era un viavai di donne e anche di travestiti a cui mio padre dava tutti i nostri soldi!». «Sono cattive?» «Credo di no, sono come tutte le donne che venivano a casa nostra, una di loro però era brava, sempre gentile con me. Mio padre si addormentava e loro se ne andavano. Martina, invece, restava un po’. Si preparava un caffè, me lo faceva bere anche a me, poi mangiavamo qualche dolce dalla credenza e mi chiedeva della mia vita. Ma era l’unica, le altre che frequentavano casa mi trattavano male, o non mi trattavano proprio!». «Ma chi avete incontrato? Che cosa è un travestito?» chiese Betta. Pamela le spiegò con semplicità che si trattava di un uomo vestito da donna. «Ah… un gay!» esclamò Betta con naturalezza. Sorrisero, poi tacquero.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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I soldati, soldati dappertutto

Capitolo 19 – I soldati, soldati dappertutto Stava calando il buio e dovevano cercare un posto per dormire, ma non avevano voglia di girare, e l’unico posto dove si sentivano al sicuro era la baracca del custode, tornarono lì. Lui non c’era, accesero una candela, si sedettero a tavola e mangiarono qualcosa che avevano nello zaino di Camillo. Del custode non c’era traccia. E ad un certo punto crollarono. Betta e Pamela si adagiarono sul divano, Camillo sulla panca. L’indomani mattina si svegliarono di soprassalto a causa di una pioggia intensa che batteva sulla baracca e da un forte trambusto. Si precipitarono alla finestra, forse il custode aveva rimesso in azione qualche giostra. Ma dalla finestra, guardando verso la strada che costeggiava l’entrata del Luna Park, videro un’invasione di carri armati. Camillo prese un sacchetto di plastica e si coprì capo e spalle e uscì sotto la pioggia. Si nascose dietro la giostra del drago, una giostra che girava in tondo velocemente. Da lì poteva osservare la strada senza farsi scoprire. La città era invasa da carri armati, sembrava un film di guerra, soldati in ogni angolo, armati fino ai denti. Avevano visi cupi e arrabbiati. Camillo ritornò nella baracca mezzo inzuppato, tremava, ma più per la paura che per il freddo. Pamela era bianca, era spaventata, non le piacevano i soldati. Betta non aveva ancora capito che cosa stesse succedendo. Probabilmente l’esercito era lì per catturare Dabby Dan, eppure incutevano più sgomento loro che il mostro, vuoi per il numero di militari, vuoi per l’imponenza, o semplicemente perché i soldati incutono sempre paura. Del custode non c’era ancora traccia. «Sai Camillo, mi fanno più paura loro che Dabby Dan!» disse Pamela. «Anche a me. Mi chiedo se davvero sia necessario l'esercito per un mostro che scappa quando vede il custode! Non bastava la polizia? Mah…» Non potevano uscire, non avrebbero saputo dove andare, e la soluzione migliore fu restare nella baracca. «E se vengono a controllare anche qui?» chiese Pamela. «Ci nascondiamo nella cassapanca!» Ma i soldati non perlustravano le case, nemmeno i luoghi privati, innalzavano solo barricate per strada, si posizionavano dietro pilastri come cecchini in attesa di sparare. Erano in gruppi di soldati, vestiti di verde scuro, ogni gruppo composto da una dozzina di elementi, tutti con una stella rossa sulla spalla, comandati da un soldato con una stella d’argento. I soldati con le stelle d’argento si rivolgevano ad uno con una stella d’oro. Infine, quelli con la stella d’oro, erano agli ordini di uno con un blasone d’oro. Quest’ultimo con blasone d’oro se ne stava dietro una barricata e guardava tutto con lo sguardo severo. Impartiva ordini con una bacchetta, tutti eseguivano i suoi ordini senza fiatare, sembravano formiche operaie. Era come il direttore di un'orchestra, muoveva la bacchetta in lungo e in largo senza parlare e, come in una grande orchestra tutti comprendevano gli ordini dal solo movimento della bacchetta, senza che questi pronunciasse una qualsiasi parola. Tutto e tutti si muovevano con azioni che era chiaro avevano imparato e ripetuto e ripetuto fino ad apprenderle alla perfezione. Tutto era stato studiato meticolosamente nei minimi particolari e tutti erano stati addestrati a non sbagliare una sola azione, tutto doveva procedere per il meglio, sotto la direzione attenta ed esperta del soldato con il blasone d’oro, il direttore d'orchestra. Mentre i tre ragazzi osservavano dalla finestra della baracca la preparazione bellica dei soldati si aprì la porta, i ragazzi sobbalzarono per la paura. Pamela diede anche un urlo. Era il custode che nemmeno si accorse dello spavento dei ragazzi. Entrò a testa bassa e si diresse direttamente alla credenza dove prese una bottiglia di acqua e bevve a sazietà. I ragazzi erano contenti del suo ritorno, si sentivano più sicuri. «Ci sono i soldati!» disse Pamela. «I soldati arrabbiati! A me non mi piacciono!» Anche i ragazzi manifestarono il loro timore per i soldati. Il custode fissava la credenza, poi uscì per rientrare dopo un secondo. «Noi, meglio che andiamo alla roulotte!» disse. «Roulotte? Quale roulotte?» chiese Camillo. Il custode uscì senza rispondere e i ragazzi lo seguirono a ruota. In fondo al Luna Park c’erano alcune roulotte, erano lontano dalla strada, ma da lì si poteva osservare tutto il Luna Park ed era un punto strategico per vedere se i soldati si fossero avvicinati.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Zucchero a velo

Capitolo 18 – Zucchero a velo Il cielo respirò un poco, la pioggia si stava riposando e i ragazzi uscirono. Il custode non c’era; era pomeriggio, in lontananza videro un ragazzo che camminava barcollando nel Luna Park. Uscirono dalla baracca senza farsi vedere, poi aggirarono qualche attrazione e si nascosero per osservarlo. Il giovane venne meno nelle gambe e cadde seduto per terra. Camillo si spaventò e gli corse incontro chiedendogli se stesse bene. «No, non mi sento bene, ho bisogno di rob…ehm… ho bisogno di medicine, ma non trovo spacc… ehm… rifornitori!». «Ma guarda che ci sono molti negozi aperti, forse trovi anche una farmacia aperta e ti prendi le medicine che ti servono!» disse Pamela che fino ad allora era rimasta in silenzio e in disparte insieme a Betta. «No, no… sono medicine speciali quelle che mi servono. Non ce le hanno in farmacia!». Camillo fece una smorfia alla sua amica. «Medicine!» sospirò Camillo, «…non ne abbiamo, ma se vuoi qualcosa da bere o da mangiare… ne abbiamo abbastanza. Magari non prendi le medicine… ma almeno prendi un po’ di forze!». «No, no… non ho fame… non è che hai visto uno che le vende quelle medicine di cui io ho bisogno?». «Non c’è nessuno in giro, non hai visto? Siamo soli non te ne sei reso conto? C’è Dabby Dan in giro, il mostro!». Il giovane uomo disse di chiamarsi Zucchero a velo. Camillo lo guardò in tralice e rispose che loro si chiamavano Giulietta e Romeo e la piccola era la loro figlioletta. Pamela e Betta lo guardarono perplesse, ma quel rintronato di Zucchero a velo era talmente in astinenza che ci credette, o forse non aveva nemmeno ascoltato le parole del ragazzo. Si girò e senza voltarsi disse ai ragazzi di stare attenti a Dabby Dan. E poi imprecò bestemmiando. Pamela coprì le orecchie di Betta. Ma fatti pochi passi tornò indietro, disse che qualcosa da mangiare l’avrebbe presa, non lo guariva ma almeno lo aiutava. Da quando c’era Dabby Dan in giro erano scomparsi tutti quelli che lui chiamava rifornitori di medicine. Uscirono dal Luna Park insieme, ma tenere una conversazione con Zucchero a velo era praticamente impossibile: ogni discorso che iniziava si interrompeva a metà per dire che aveva bisogno di medicine, e ogni discorso che iniziavano i ragazzi lui li bloccava perché cadeva, o stava per cadere e si appoggiava al muro. Fatti pochi passi Zucchero a velo li salutò dicendo che doveva andare a trovare un amico alla fermata dei pullman, evidentemente aveva già dimenticato che in giro non c’era nessuno. I ragazzi dal canto loro non se la sentirono di contraddirlo. Rimasti soli le ragazzine chiesero perché gli avesse detto della storia di Giulietta e Romeo e la loro bimba. Camillo sorrise. «Ma non lo avete capito? Lo chiamano Zucchero a velo per via della cocaina che sniffa. È un tossicodipendente!» aggiunse vedendo che le ragazzine non capivano. Le ragazze guardarono Zucchero a velo allontanarsi, si guardarono tra di loro, poi scrollarono le spalle. Fecero una lunga passeggiata in città. Non parlarono molto. Si guardavano intorno, ognuno con i propri pensieri. Da quando avevano visto il mostro Pamela non si sentiva più sicura nella città deserta, provava disagio intervallati a momenti di smarrimento. Camillo, invece, come sempre, sembrava indifferente a tutto il deserto caotico. Betta era contenta di stare con Pamela, le teneva la mano e le sorrideva continuamente. Sulla strada trovarono un furgoncino di quelli degli ambulanti. Sul portellone c'era incollato un manifesto con scritto Crêpes e Waffel da Francesco. Camillo entrò e si mise a scimmiottare uno Chef crêpier. «Crêpes, crêpes alla cioccolata, cioccolato bianco, marmellata. Crêpes di ogni gusto. Signorina vuole una crêpe? Mi dica il gusto e gliela preparo subito!» disse rivolgendosi a Betta. «Alla cioccolata!» rispose la bambina. «Allora, accendiamo la piastra, prendiamo il preparato, e in un battibaleno sarà pronta la sua crêpe signorina!» «Camillo fai attenzione, non dimenticare cosa è successo quando ti sei messo a guidare il treno!» lo ammonì Pamela. Ma Camillo ormai era senza freni e, a dispetto delle preoccupazioni di Pamela, dopo qualche minuto servì a Betta una crêpe al cioccolato. «Wow!» fu il commento delle ragazzine. «Allora a me a marmellata di amarene!» chiese Pamela. Altri due minuti e Camillo uscì dal furgoncino con due piatti e due crêpes, una per lui e una per Pamela. Alla domanda dell’amica su dove avesse imparato a fare delle crêpes così buone Camillo rispose che nelle tante notti trascorse in strada aveva fatto amicizia con un sacco di persone, compreso il proprietario di una creperia. Mentre parlava sentirono uno scoppio e il furgoncino fu schizzato di cioccolata. «Cavolo ho dimenticato la piastra accesa e la cioccolata sopra!» esclamò Camillo mentre si allontanava con le ragazze per non essere colpito dagli schizzi di cioccolata. «Camilloooo!!!» urlò Pamela, «Sei un imbranato! Sei una catastrofe della natura!». Camillo si aspettava l’ennesima crisi isterica della ragazza, ma Pamela si mise a ridere e lo abbracciò dandogli un bacio sulla guancia. «È per questo che mi piaci!». Camillo diventò rosso-violaceo, venne meno nelle gambe e stava perdendo i sensi. Betta incominciò a schernirlo tra le risa di Pamela, cantando una canzone. «Sei diventato rosso, rosso, rosso, sei diventato rosso, come un peperon!» Camillo ammutolì ma nella testa aveva il big bang. Era felice e allo stesso tempo frastornato. Era euforico ma imbarazzato. Gli sembrava che tutto intorno girasse, e che potesse perdere l’equilibrio da un momento all’altro e cadere, cadere in un precipizio, ma in fondo al precipizio c’era una piscina di gomma piuma sulla quale atterrava indenne, ma ebbro di felicità.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Di nuovo al Luna Park

Capitolo 17 – Di nuovo al Luna Park Uscirono dalla biblioteca. Pamela e Betta si tenevano per mano, Camillo marciava in avanguardia, destinazione Luna Park. Scrutava intorno con circospezione. Aveva la sensazione che da un momento all'altro si parasse davanti a loro il mostro, ma era giorno e di giorno le paure si attenuano. Il Luna Park era deserto e incuteva un certo disagio; si recarono presso la baracca del custode ma anche essa era vuota, ciò nonostante infondeva una sensazione di serenità. Era solo una piccola baracca ma sprigionava calore come l'abbraccio di una persona cara, era accogliente, calda e nel suo piccolo confortevole. La luce interna era soffusa e dava una piacevole sensazione di tepore, un ambiente silenzioso e tranquillo. Spiegarono a Betta che era la casetta del custode del Luna Park. Si sedettero al tavolo, si raccontarono un po’ dei giorni trascorsi da quando era scappato il mostro. Dopo un po’ tornò il custode che regalò loro un sorriso. «Lei è mia sorella! Anche lei è scappata dall’Istituto dove eravamo rinchiuse!» disse Pamela per giustificare la sua presenza nella baracca! Il custode sorrise anche a Betta. «Chi è brava, si vede!» poi divenne serio «Gli orfanotrofi, è brutto stare lì!» A Betta gli si gonfiò il petto di orgoglio. «Avevi ragione: piove!» disse Camillo. Il custode guardava fuori dalla finestra. «Stai pensando a qualcuno?» chiese Pamela. «Il mio piccolino, è da tanto che non lo vedo!» «Oh mi spiace. Dove sta ora?» chiese Betta. «Il signore in nero, l'ha preso lui!» «L’uomo nero?» chiese Camillo sconvolto. I ragazzi ammutolirono. Il custode uscì. «Camillo… ma che cosa intendeva?» chiese Pamela presumendo già la risposta. «Credo che... che Dabby Dan abbia... preso il suo bambino!» Pamela chiuse gli occhi. «Ora è chiaro perché il custode insegue Dabby Dan!» «Si vuole vendicare!» annuì Camillo. «Ma perché? Voi avete incontrato il mostro?» chiese Betta turbata. «Lo abbiamo visto da lontano!» annuì Camillo. La bambina incominciò a tremare e Pamela la strinse a sé! «È davvero così brutto?» «Ma che… sembra un idiota, a vederlo non diresti mai che mangia i bambini!» mentì Camillo. «Speriamo che lo prenda e lo uccida! Così finisce questa storia!» aggiunse con durezza. Pamela sentì il cuore serrato in una morsa; lei sperava che quella storia non finisse mai: Betta, Camillo, il custode e lei, tutti e quattro insieme, per sempre, a zonzo per la città esplorando luoghi sconosciuti, gustando la libertà, vivendo giorno per giorno senza doveri, senza limiti, e giocando, tante e tante volte, sulla giostra dei cavalli. Ma, d'altronde, l'amara realtà era che tutto questo si sarebbe potuto realizzare solo con la scomparsa di Dabby Dan, ma allo stesso tempo la scomparsa di Dabby Dan avrebbe decretato la fine del sogno. Il custode tornò con una barretta di cioccolata e del pane. «La cioccolata, mangiatela che è buona!» I ragazzi ci si avventarono sopra. Sulla confezione c’era scritto Trey chocolat suisse. Non appena assaggiarono il primo pezzo si arrestarono di colpo. «Mhm… buona!» esclamò Camillo. «Non ho mai mangiato qualcosa di così buono!» aggiunse. Betta gli fece eco. Pamela morse un pezzettino e restò impalata con gli occhi sgranati che fissavano il pezzo di cioccolata. «Non ti piace?» disse Camillo, «…non ci sono problemi, se non ti piace me la pappo io, questa cioccolata non è buona, è buonissima!» Pamela continuava a tenere lo sguardo inebetito e finalmente anche Camillo se ne accorse. «Ma che hai? Non ti senti bene?» «Io non ho mai assaggiato la cioccolata!» disse. «Cosa? Ma come può essere?» «Al Prosperitano non ci hanno mai dato cioccolata o caramelle da mangiare!» disse Betta triste. «Io un paio di volte l'ho mangiata perché anni fa venivano organizzate delle feste per avere donazioni, e in quelle occasioni molte persone portavano dei dolcini da mangiare e suor Cetaceo non poteva proibircelo per non fare brutta figura con gli ospiti. Ma Pamela all'epoca non era ancora arrivata al Prosperitano!» Il custode uscì fuori e si fermò a guardare la pioggerella rivolgendo gli occhi malinconici verso il cielo plumbeo. La pioggia era sottilissima e cadeva senza bagnare, inumidiva solo vestiti e capelli. Pamela lo osservava dalla finestrella della baracca. Pensò che il mondo era davvero strano, si erano incontrati tutti e quattro per caso, e tutti e quattro avevano una storia triste alle spalle. Quando fece ritorno dai suoi pensieri vide Camillo e Betta con le bocche sporche di cioccolata. «Non mi dite che avete mangiato tutta la cioccolata?» li canzonò l’amica.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Un incontro inaspettato

Capitolo 16 – Un incontro inaspettato «Vorrei leggere un libro!» disse ad un tratto la ragazza. «Quando sono nervosa leggere un libro mi calma!» «C'è una biblioteca in città... cioè io non ci sono mai entrato. Ma c'è!» «Davvero? Una biblioteca?» rispose Pamela eccitata. «Non ci sono mai entrata in una biblioteca, una biblioteca vera!». Camillo fece strada. Era lontana almeno cinquecento passi dal Luna Park. Percorsero la strada in silenzio. Era chiusa, era chiaro che quando era apparso Dabby Dan era chiusa e tale era restata. Camillo lesse la delusione sul viso della compagna di viaggio. Poi sorrise. «È una vetrina a due vetrate!» disse «Tu però non mi giudicare!» Pamela lo guardò senza capire. Camillo prese il coltello che aveva con sé e usò il manico per rompere la vetrata nel lato alto della porta. Pamela sgranò gli occhi ma non si scandalizzò. «Stiamo diventando dei ladri professionisti?» chiese con un misto di paura ed eccitazione. «Solo per salvarci la pelle!» disse Camillo mentre infilava la mano e il braccio dentro il vetro rotto facendo attenzione a non tagliarsi, poi tirò giù il saliscendi. Poi ripeté la stessa operazione sul vetro in basso e tirò su il saliscendi. Quando ebbe finito diede una spallata alle due vetrate che si aprirono. «Ma dove le hai imparate queste cose?» «Vivendo per strada, con amici strani, con amici di ogni genere! Devi pur difenderti da un padre vivo ma che vive come un morto!». Non era una biblioteca grandissima, ma c’erano molte sezioni e molti scomparti. Pamela incominciò a girovagare. Sembrava una bambina nel paese delle meraviglie. Ogni scaffale aveva file interminabili di libri. Non sembrava cercasse qualcosa di preciso, guardava rapita, facendo saltare lo sguardo da uno scaffale all'altro senza movimenti ordinati, ma improvvisati, ora guardava a sinistra, poi a destra, poi avanti e poi ancora indietro. Si spostava da uno scaffale all'altro, poi cambiava scomparto per poi ritornare dove era stata precedentemente. Inizialmente sembrava avesse paura di prendere i libri. Poi incominciò timidamente a tirarne qualcuno che rimetteva dentro immediatamente. Alla fine tirò un libro da uno scaffale e dopo averne guardato attentamente la copertina si sedette su una poltroncina. Camillo si guardava intorno senza troppo interesse. Più che altro non voleva far capire alla compagna di viaggio che nelle biblioteche lui si sentiva come la Principessa sul pisello alla sagra della porchetta. Aprì qualche cassetto nei pochi mobili che erano presenti nella biblioteca. Sperava di trovare qualcosa di interessante. Su una delle pareti c’era una porta, l’aprì e notò che era un deposito. Incominciò a perlustrare, era un locale molto grande. Sulle pareti erano appoggiati scaffali sui quali c'erano faldoni impolverati catalogati per annualità e vecchi libri maltenuti. Lo stanzone era diviso al centro da una scaffalatura a gondola. Camillo stava aggirando lo scaffale quando gli si parò davanti una bambina che diede un urlo spaventoso. «Aiutoooo il mostro!!! Aiutooo Dabby Dan!» «Non sono il mostro, non sono il mostro mi chiamo Camillo!» urlò il ragazzo nel tentativo di calmarla. La bambina afferrò una mazza per minacciarlo. «E chi sei se non sei il mostro? Perché non sei nascosto? Lo sai che il mostro mangia i bambini?» la bambina continuava ad urlare. Pamela si alzò di scatto lasciando cadere il libro sul pavimento. Il primo istinto fu quello di nascondersi sotto un tavolo, ma qualcosa la spinse ad entrare nella stanza da dove provenivano le urla. Si mosse adagio ed entrò guardinga. Quella voce aveva un qualcosa di familiare. Appena dentro notò una bambina che le dava le spalle. «Betta?» La bambina si voltò con uno scatto felino, poi scoppiò in un pianto di gioia e le corse incontro avvinghiandola in un abbraccio vigoroso. «Pamela, Pamela, Pamela, ti ho cercata dappertutto. Sono due giorni che ti cerco, avevo paura che il mostro ti avesse mangiato. Ma se ti avesse mangiato poi lo avrei catturato io e l’avrei mangiato a morsi. Ma dove sei stata tutto questo tempo?». Betta era un fiume in piena, come sempre d’altronde: la piccola sorellina adottiva di Pamela era chiacchierona, logorroica, prolissa ed instancabile narratrice di storie, reali e fantastiche, quando incominciava a parlare bisognava zittirla altrimenti avrebbe potuto continuare all'infinito. Raccontò che alcune di loro avevano progettato la fuga perché da quando era evaso Dabby Dan suor Cetaceo era diventata ancora più cattiva. Ma la notte della fuga, appena varcato il portone le ragazze furono colte dal panico e batterono la ritirata. Ma nel farlo non si resero conto di aver lasciato Betta fuori dal Prosperitano. Così la piccola si ritrovò sola, con un buio che sembrava più nera del nero, senza poter suonare il citofono poiché Suor Cetaceo lo aveva staccato. Non avendo il coraggio di affrontare la campagna in piena notte, preferì nascondersi nella legnaia, ma faceva un freddo terribile, così alle prime luci dell’alba incominciò a correre verso la città. Quando arrivò si nascose in un appartamento vuoto e da lì incominciò la ricerca della sorella. Dopo un giorno di ricerche rivelatesi infruttuose e, quando ormai aveva perso la speranza, incontrò uno strano tipo che cercava Dabby Dan per picchiarlo. Per causa sua, le aveva detto, non poteva più lavorare. «Lupin… insomma!» esclamarono all’unisono i ragazzi ridendo. E fu proprio Insomma a confessare alla piccola Betta che la sua Pamela era in città. «Betta... ma come sei entrata se la porta era chiusa a chiave?» chiese Camillo curioso. «Non era chiusa, era aperta, sono stata io a chiuderla a chiave!» rispose la piccola mostrando la chiave che estrasse dalla tasca del cappotto.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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