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Di nuovo al Luna Park


Di nuovo al Luna Park

Capitolo 17 – Di nuovo al Luna Park Uscirono dalla biblioteca. Pamela e Betta si tenevano per mano, Camillo marciava in avanguardia, destinazione Luna Park. Scrutava intorno con circospezione. Aveva la sensazione che da un momento all'altro si parasse davanti a loro il mostro, ma era giorno e di giorno le paure si attenuano. Il Luna Park era deserto e incuteva un certo disagio; si recarono presso la baracca del custode ma anche essa era vuota, ciò nonostante infondeva una sensazione di serenità. Era solo una piccola baracca ma sprigionava calore come l'abbraccio di una persona cara, era accogliente, calda e nel suo piccolo confortevole. La luce interna era soffusa e dava una piacevole sensazione di tepore, un ambiente silenzioso e tranquillo. Spiegarono a Betta che era la casetta del custode del Luna Park. Si sedettero al tavolo, si raccontarono un po’ dei giorni trascorsi da quando era scappato il mostro. Dopo un po’ tornò il custode che regalò loro un sorriso. «Lei è mia sorella! Anche lei è scappata dall’Istituto dove eravamo rinchiuse!» disse Pamela per giustificare la sua presenza nella baracca! Il custode sorrise anche a Betta. «Chi è brava, si vede!» poi divenne serio «Gli orfanotrofi, è brutto stare lì!» A Betta gli si gonfiò il petto di orgoglio. «Avevi ragione: piove!» disse Camillo. Il custode guardava fuori dalla finestra. «Stai pensando a qualcuno?» chiese Pamela. «Il mio piccolino, è da tanto che non lo vedo!» «Oh mi spiace. Dove sta ora?» chiese Betta. «Il signore in nero, l'ha preso lui!» «L’uomo nero?» chiese Camillo sconvolto. I ragazzi ammutolirono. Il custode uscì. «Camillo… ma che cosa intendeva?» chiese Pamela presumendo già la risposta. «Credo che... che Dabby Dan abbia... preso il suo bambino!» Pamela chiuse gli occhi. «Ora è chiaro perché il custode insegue Dabby Dan!» «Si vuole vendicare!» annuì Camillo. «Ma perché? Voi avete incontrato il mostro?» chiese Betta turbata. «Lo abbiamo visto da lontano!» annuì Camillo. La bambina incominciò a tremare e Pamela la strinse a sé! «È davvero così brutto?» «Ma che… sembra un idiota, a vederlo non diresti mai che mangia i bambini!» mentì Camillo. «Speriamo che lo prenda e lo uccida! Così finisce questa storia!» aggiunse con durezza. Pamela sentì il cuore serrato in una morsa; lei sperava che quella storia non finisse mai: Betta, Camillo, il custode e lei, tutti e quattro insieme, per sempre, a zonzo per la città esplorando luoghi sconosciuti, gustando la libertà, vivendo giorno per giorno senza doveri, senza limiti, e giocando, tante e tante volte, sulla giostra dei cavalli. Ma, d'altronde, l'amara realtà era che tutto questo si sarebbe potuto realizzare solo con la scomparsa di Dabby Dan, ma allo stesso tempo la scomparsa di Dabby Dan avrebbe decretato la fine del sogno. Il custode tornò con una barretta di cioccolata e del pane. «La cioccolata, mangiatela che è buona!» I ragazzi ci si avventarono sopra. Sulla confezione c’era scritto Trey chocolat suisse. Non appena assaggiarono il primo pezzo si arrestarono di colpo. «Mhm… buona!» esclamò Camillo. «Non ho mai mangiato qualcosa di così buono!» aggiunse. Betta gli fece eco. Pamela morse un pezzettino e restò impalata con gli occhi sgranati che fissavano il pezzo di cioccolata. «Non ti piace?» disse Camillo, «…non ci sono problemi, se non ti piace me la pappo io, questa cioccolata non è buona, è buonissima!» Pamela continuava a tenere lo sguardo inebetito e finalmente anche Camillo se ne accorse. «Ma che hai? Non ti senti bene?» «Io non ho mai assaggiato la cioccolata!» disse. «Cosa? Ma come può essere?» «Al Prosperitano non ci hanno mai dato cioccolata o caramelle da mangiare!» disse Betta triste. «Io un paio di volte l'ho mangiata perché anni fa venivano organizzate delle feste per avere donazioni, e in quelle occasioni molte persone portavano dei dolcini da mangiare e suor Cetaceo non poteva proibircelo per non fare brutta figura con gli ospiti. Ma Pamela all'epoca non era ancora arrivata al Prosperitano!» Il custode uscì fuori e si fermò a guardare la pioggerella rivolgendo gli occhi malinconici verso il cielo plumbeo. La pioggia era sottilissima e cadeva senza bagnare, inumidiva solo vestiti e capelli. Pamela lo osservava dalla finestrella della baracca. Pensò che il mondo era davvero strano, si erano incontrati tutti e quattro per caso, e tutti e quattro avevano una storia triste alle spalle. Quando fece ritorno dai suoi pensieri vide Camillo e Betta con le bocche sporche di cioccolata. «Non mi dite che avete mangiato tutta la cioccolata?» li canzonò l’amica.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Un incontro inaspettato

Capitolo 16 – Un incontro inaspettato «Vorrei leggere un libro!» disse ad un tratto la ragazza. «Quando sono nervosa leggere un libro mi calma!» «C'è una biblioteca in città... cioè io non ci sono mai entrato. Ma c'è!» «Davvero? Una biblioteca?» rispose Pamela eccitata. «Non ci sono mai entrata in una biblioteca, una biblioteca vera!». Camillo fece strada. Era lontana almeno cinquecento passi dal Luna Park. Percorsero la strada in silenzio. Era chiusa, era chiaro che quando era apparso Dabby Dan era chiusa e tale era restata. Camillo lesse la delusione sul viso della compagna di viaggio. Poi sorrise. «È una vetrina a due vetrate!» disse «Tu però non mi giudicare!» Pamela lo guardò senza capire. Camillo prese il coltello che aveva con sé e usò il manico per rompere la vetrata nel lato alto della porta. Pamela sgranò gli occhi ma non si scandalizzò. «Stiamo diventando dei ladri professionisti?» chiese con un misto di paura ed eccitazione. «Solo per salvarci la pelle!» disse Camillo mentre infilava la mano e il braccio dentro il vetro rotto facendo attenzione a non tagliarsi, poi tirò giù il saliscendi. Poi ripeté la stessa operazione sul vetro in basso e tirò su il saliscendi. Quando ebbe finito diede una spallata alle due vetrate che si aprirono. «Ma dove le hai imparate queste cose?» «Vivendo per strada, con amici strani, con amici di ogni genere! Devi pur difenderti da un padre vivo ma che vive come un morto!». Non era una biblioteca grandissima, ma c’erano molte sezioni e molti scomparti. Pamela incominciò a girovagare. Sembrava una bambina nel paese delle meraviglie. Ogni scaffale aveva file interminabili di libri. Non sembrava cercasse qualcosa di preciso, guardava rapita, facendo saltare lo sguardo da uno scaffale all'altro senza movimenti ordinati, ma improvvisati, ora guardava a sinistra, poi a destra, poi avanti e poi ancora indietro. Si spostava da uno scaffale all'altro, poi cambiava scomparto per poi ritornare dove era stata precedentemente. Inizialmente sembrava avesse paura di prendere i libri. Poi incominciò timidamente a tirarne qualcuno che rimetteva dentro immediatamente. Alla fine tirò un libro da uno scaffale e dopo averne guardato attentamente la copertina si sedette su una poltroncina. Camillo si guardava intorno senza troppo interesse. Più che altro non voleva far capire alla compagna di viaggio che nelle biblioteche lui si sentiva come la Principessa sul pisello alla sagra della porchetta. Aprì qualche cassetto nei pochi mobili che erano presenti nella biblioteca. Sperava di trovare qualcosa di interessante. Su una delle pareti c’era una porta, l’aprì e notò che era un deposito. Incominciò a perlustrare, era un locale molto grande. Sulle pareti erano appoggiati scaffali sui quali c'erano faldoni impolverati catalogati per annualità e vecchi libri maltenuti. Lo stanzone era diviso al centro da una scaffalatura a gondola. Camillo stava aggirando lo scaffale quando gli si parò davanti una bambina che diede un urlo spaventoso. «Aiutoooo il mostro!!! Aiutooo Dabby Dan!» «Non sono il mostro, non sono il mostro mi chiamo Camillo!» urlò il ragazzo nel tentativo di calmarla. La bambina afferrò una mazza per minacciarlo. «E chi sei se non sei il mostro? Perché non sei nascosto? Lo sai che il mostro mangia i bambini?» la bambina continuava ad urlare. Pamela si alzò di scatto lasciando cadere il libro sul pavimento. Il primo istinto fu quello di nascondersi sotto un tavolo, ma qualcosa la spinse ad entrare nella stanza da dove provenivano le urla. Si mosse adagio ed entrò guardinga. Quella voce aveva un qualcosa di familiare. Appena dentro notò una bambina che le dava le spalle. «Betta?» La bambina si voltò con uno scatto felino, poi scoppiò in un pianto di gioia e le corse incontro avvinghiandola in un abbraccio vigoroso. «Pamela, Pamela, Pamela, ti ho cercata dappertutto. Sono due giorni che ti cerco, avevo paura che il mostro ti avesse mangiato. Ma se ti avesse mangiato poi lo avrei catturato io e l’avrei mangiato a morsi. Ma dove sei stata tutto questo tempo?». Betta era un fiume in piena, come sempre d’altronde: la piccola sorellina adottiva di Pamela era chiacchierona, logorroica, prolissa ed instancabile narratrice di storie, reali e fantastiche, quando incominciava a parlare bisognava zittirla altrimenti avrebbe potuto continuare all'infinito. Raccontò che alcune di loro avevano progettato la fuga perché da quando era evaso Dabby Dan suor Cetaceo era diventata ancora più cattiva. Ma la notte della fuga, appena varcato il portone le ragazze furono colte dal panico e batterono la ritirata. Ma nel farlo non si resero conto di aver lasciato Betta fuori dal Prosperitano. Così la piccola si ritrovò sola, con un buio che sembrava più nera del nero, senza poter suonare il citofono poiché Suor Cetaceo lo aveva staccato. Non avendo il coraggio di affrontare la campagna in piena notte, preferì nascondersi nella legnaia, ma faceva un freddo terribile, così alle prime luci dell’alba incominciò a correre verso la città. Quando arrivò si nascose in un appartamento vuoto e da lì incominciò la ricerca della sorella. Dopo un giorno di ricerche rivelatesi infruttuose e, quando ormai aveva perso la speranza, incontrò uno strano tipo che cercava Dabby Dan per picchiarlo. Per causa sua, le aveva detto, non poteva più lavorare. «Lupin… insomma!» esclamarono all’unisono i ragazzi ridendo. E fu proprio Insomma a confessare alla piccola Betta che la sua Pamela era in città. «Betta... ma come sei entrata se la porta era chiusa a chiave?» chiese Camillo curioso. «Non era chiusa, era aperta, sono stata io a chiuderla a chiave!» rispose la piccola mostrando la chiave che estrasse dalla tasca del cappotto.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Il litigio

Capitolo 15 – Il litigio Si ritrovarono vicino al palazzo delle Assicurazioni Nazionali, un edificio di dieci piani, era sicuramente vuoto e decisero di entrare. Presero l’ascensore e si fermarono al quinto piano. Pamela gli chiese perché il quinto, e lui le rispose che era centrale tra i dieci piani, il migliore in caso di pericolo, perché avrebbero avuto due vie di fuga, verso i piani superiori o verso i piani inferiori. A Pamela sembrava un labirinto. C'erano corridoi che si intrecciavano tra di loro, scalinate all'inizio e e alla fine di ogni corridoio, porte decine di stanze. Ogni tanto Camillo entrava in un ufficio per poi riuscire subito dopo pochi secondi. Finalmente dopo svariati tentativi tornò e disse a Pamela di entrare. Camillo spiegò a alla ragazza che aveva trovato una stanza dove c'era un balcone dal quale potevano osservare la città senza farsi notare. Il balcone di cemento aveva un’apertura orizzontale nel parapetto dalla quale era possibile guardare in basso la strada prospiciente. Si accovacciarono per terra ed incominciarono a scrutare. Camillo prese la fotocamera ed usò l’obbiettivo come cannocchiale e mostrò a Pamela il risultato, sembrava di essere in strada. La ragazza fece un sorriso di approvazione. Dopo un po’ la ragazzina prese coraggio e andò da sola in uno dei bagni del corridoio per lavarsi. Quando tornò aveva un vestitino nuovo di quelli presi al negozio. Camillo restò a bocca aperta. La ragazzina lo notò e si imbarazzò. «Dove abiti?» chiese Camillo per allentare l’imbarazzo. «Al Prosperitano!» «Dalle suore!» Era ormai buio e rientrarono nella stanza chiudendo la portafinestra. Restarono con la luce spenta. Camillo chiese come si vivesse dalle suore. Pamela restò per qualche secondo in silenzio, era restia a parlare della sua vita, ma poi si lasciò andare, e raccontò la sua storia, soprattutto raccontò della piccola Betta. «Quando arrivai dalle suore lei era già lì. Si affezionò subito di me. Chissà come sarà triste senza di me. E tu?» «Mia madre se ne andò quando ero piccolissimo e mio padre si risposò. La matrigna era brava, ma mio padre la tradiva sempre e un giorno se ne andò anche lei. Da allora mio padre incominciò ad ubriacarsi, ad usare le mani, e a portare sempre donne diverse a casa. Un giorno ho giurato che quando sarei diventato grande gliene avrei date di santa ragione per fargli pagare tutte le botte che mi ha dato da quando ero piccolo!» Pamela sorrise. «Anche io una volta ho detto a Betta che quando sarei diventata grande sarei tornata al Prosperitano e avrei legato suor Cetaceo ad una sedia nel mezzo della campagna e l’avrei ricoperta di miele e l’avrei guardata ridendo mentre le formiche le camminavano addosso, o le api o magari un orso!». Da dietro la porta finestra Pamela vide qualche movimento nella piccola fessura del balcone e si zittì di colpo. Aprirono piano la portafinestra e strisciarono fuori furtivamente. Aveva visto bene, in strada c’era qualcuno, Camillo prese la fotocamera, era lui, Dabby Dan. Camillo le fece cenno di fare silenzio con il dito sulle labbra. Visto da vicino, con l'obiettivo, incuteva ancor di più sbigottimento. Camminava guardandosi intorno come se cercasse qualcuno. Di tanto in tanto passava vicino qualche auto ferma e la prendeva a calci fino ad ammaccarla, qualcun’altra la rigava con il coltello. «Ma è pazzo?» disse Pamela. «Già! Davvero strano per uno sano di mente come lui, che uccide i bambini e se li mangia!» «Dici che è strano?» replicò Pamela. Camillo alzò gli occhi al cielo sconsolato. «Sto scherzando Pamela, ero ironico, certo che è pazzo!» Pamela ci restò un po’ male ma preferì non dire niente. Continuavano a seguirlo con gli occhi mentre il mostro faceva dei giri strani, si avvicinava ad un negozio, si specchiava, poi si allontanava di qualche metro, per poi ritornare a specchiarsi. Così per almeno dieci volte. Poi camminava per strada, faceva dieci passi e si fermava di colpo. Tornava indietro di cinque passi come se si fosse dimenticato qualcosa e si rigirava per riprendere il cammino, ma fatti altri passi si rifermava e si rigirava. I due ragazzi incominciarono a ridere. Lo facevano in silenzio per non essere sentiti. Il suono del trenino del Luna Park spezzò i loro sorrisi. Era il custode, ancora una volta fu il mostro a scappare. «A questo punto è chiaro che il mostro mangia solo i bambini ed ha una grande paura degli adulti!» disse Camillo. Dopo una breve disamina decisero che il mattino seguente sarebbero andati di nuovo al Luna Park e si sarebbero rimessi alla protezione del custode: se Dabby Dan aveva paura del custode, finché sarebbero restati con lui non il mostro non avrebbe torto loro un capello. Prepararono un giaciglio per la notte con dei cuscini presi da alcuni divani situati negli altri uffici. Li adagiarono per terra nella stanza che affacciava sulla strada. Era più comodo di quanto potessero immaginare. Finirono le poche provviste che avevano e restarono a chiacchierare. Ma quando si fece buio, nonostante la luce dei lampioni e i tabelloni pubblicitari, si addormentarono in men che non si dica, stanchi delle avventure vissute. Il sonno di Camillo fu interrotto da un rumore, aprì gli occhi e vide Pamela che tornava a dormire. «Perché hai acceso la luce?» disse Camillo sconvolto. «Oh mio Dio, volevo andare in bagno, non ci ho pensato!» si difese la ragazzina spaventata. Camillo spense la luce ed uscì fuori dal balcone. «Per quanto tempo l’hai tenuta accesa?» «Tutto il tempo che sono stata al bagno!» disse la ragazza sentendosi in colpa. Camillo si accovacciò dietro il parapetto per scrutare se qualcuno avesse visto la luce accesa. Non notò niente di strano, poi andò a controllare i corridoi. Visionò prima la rampa di sinistra, poi ripercorse il corridoio giungendo al lato opposto sull'altra rampa, fu colto da un brivido freddo, freddo glaciale. Dal pianerottolo vide la luce di una torcia che si muoveva tra le scale qualche piano più giù. Corse all’impazzata fino l’ufficio, il terrore era ampliato dal buio, gli sembrò la fine; già vedeva lui e Pamela divorati dalle fauci del mostro. Arrivò nella stanza trafelato. La ragazzina sbarrò gli occhi atterrita. «Dabby Dan è qui, dobbiamo nasconderci!» Pamela si paralizzò. Restò seduta sul pavimento dell’ufficio. Camillo mise a posto i cuscini uno sull’altro cercando di camuffare il giaciglio che avevano creato. Chiuse la porta vetrata del balcone, raccolse le loro cose che gettò alla rinfusa nello zaino. Poi prese Pamela per la mano e la tirò su, ma non fu facile, la ragazzina era pallida e con gli occhi che le fuoriuscivano dalle orbite, letteralmente paralizzata. Camillo la chiamò per nome, più volte, a bassa voce. Poi la prese sotto le braccia e la sollevò in piedi, riusciva a malapena a camminare. La tirò fino al corridoio. Non aveva molto tempo per decidere dove nascondersi. Nel corridoio c’era un mobiletto di alluminio, lungo e basso, aveva le porte scorrevoli. Aprì le porte e c’erano solo raccoglitori. Ne prese quanti più ne riusciva a prendere e li portò nell’ufficio adiacente e li poggiò su una scrivania. Con tre viaggi svuotò l’armadietto. Poi tolse il ripiano orizzontale che divideva in due il mobiletto. Lo lasciò su un mobile del ufficio. Alla buona cercò di far entrare Pamela dentro e la posizionò seduta lasciando lo spazio anche per lui. Stava per entrare quando ebbe un’idea, aveva bisogno solo di una penna e un foglio. Tornò nell’ufficio adiacente al mobiletto, trovò un pennarello di quelli indelebili, staccò un foglio da uno dei raccoglitori. Si diresse verso l’ufficio dove avevano alloggiato, si fermò pensieroso, tornò indietro, prese, due raccoglitori e si diresse verso l’ufficio, osizionò i raccoglitori sulla scrivania e scrisse un biglietto. Scrisse data e orario e vi mise uno sgorbio. Lasciò il foglio vicino ai raccoglitori ed uscì dall’ufficio. In fondo al corridoio sul pianerottolo della rampa c’era il movimento di una luce, segno che qualcuno stava arrivando. Corse verso il mobiletto, lo aprì ed entrò, Pamela era pietrificata. Chiuse la porta scorrevole che aveva piccoli buchi che lasciavano intravedere le ombre. Dopo un quarto d'ora la luce della torcia si muoveva sul pavimento del corridoio seguita da un’ombra, alta e snella, anche al buio la sua sagoma era riconoscibile, spalle curve, camminata dinoccolata, naso lungo e aquilino. La luce, seguita a ruota dall’ombra, andava avanti e indietro; passava e ripassava davanti al mobiletto dove erano nascosti i due ragazzi. Era chiaro che stava aprendo tutte le porte delle stanze che affacciavano sulla strada. Per Camillo questa era la conferma che il mostro aveva visto la luce accesa. Dabby Dan fece avanti e indietro tra le stanze per un po’. Si fermò proprio nella stanza dove erano stati i due ragazzi. Entrò e vi restò qualche minuto, poi uscì ridendo. «Ah Ah. Il biglietto è finto. Se qualcuno s’illude di potermela fare sotto il naso si sbaglia di grosso. Ci vediamo presto. Prima o poi avverrà quello che deve accadere!» I ragazzi restarono senza respirare per molto tempo. Anche quando il mostro si allontanò restarono in silenzio, potevano ascoltare i loro respiri, potevano ascoltare il loro battiti, potevano ascoltare il loro terrore. Si addormentarono tardi, molto tardi. Si svegliarono che il sole splendeva già alto. Avevano le ossa doloranti e muscoli anchilosati. Pamela si guardò attorno ma era ancora intontita, le ci volle qualche minuto per incominciare a ricordare che cosa fosse successo. «Ma di che biglietto parlava stanotte?» Camillo entrò nella stanza ed uscì con un biglietto. «L’avevo scritto per confonderlo, ma non ci è cascato!» La ragazzina fu scossa da un brivido, poi con un gesto veloce tolse il biglietto dalle mani di Camillo, lo lesse. «Per la segretaria. Sono pasato per controllare le due pratiche, sono pasato a tarda notte per paura di incontrare il mostro. Ora torno a casa. Ci vediamo quando questa situazzione sarà tornata alla normalità. Le pratiche sono apposto. Il direttore.». «Ma come l’hai scritto? È pieno di errori!» disse ridendo. Camillo si mortificò. «Ma era notte ed ero spaventato. E tu non eri in te!» cercò di giustificarsi. Ma l'umore di Pamela incominciò a mutare, non sorrideva più e diventò cattiva, molto cattiva. «Ma ti rendi conto che per colpa tua ora lui sa che siamo stati qui? Non sei capace nemmeno di scrivere un biglietto in modo corretto senza errori? Non pensavi che leggendolo si sarebbe accorto che non era scritto da un direttore? Hai mai visto un direttore che scrive così?» Camillo ammutolì. Si sentì un incapace. Mai in vita sua era stato umiliato in quel modo. Proprio da lei poi, dalla ragazzina di cui si era innamorato. Restava zitto a guardare il pavimento, poi si voltò, raccolse la sua roba e si avviò per le scale. Pamela fu presa in contropiede, si aspettava una reazione, si aspettava che si difendesse, che si arrabbiasse, sperava che Camillo l'attaccasse per poter replicare. Ma Camillo se ne era andato. Gli chiese di aspettarla ma non fece in tempo a finire la frase che si rese conto di essere rimasta sola. Prese in fretta la sua roba e gli corse dietro. Scesero le scale ed uscirono dal palazzo degli uffici. Pioveva. «E ora come facciamo?» Camillo proseguì senza rispondere. Fece qualche passo camminando adiacente al muro poi attraversò sotto la pioggia e si diresse verso il Luna Park. Pamela bofonchiò qualcosa ma poi lo seguì guardando verso il cielo con aria preoccupata. Il Luna Park era vuoto. Con la pioggia e le luci spente incuteva tristezza. Si ripararono sotto la cupola della giostra. Camillo si sedette sul bordo, Pamela salì su un cavallo. «È colpa mia se Dabby Dan è libero!». «Certo, l’hai liberato tu!» disse Camillo sarcastico, senza rivolgerle lo sguardo. «Stavo venendo con la suora in città e per strada ho trovato una coccinella ed ho espresso un desiderio. Una maestra una volta mi ha detto che i desideri si avverano sempre con una coccinella. Io ho chiesto di non ritornare mai più al Prosperitano! E la coccinella ha esaudito il mio desiderio!» «E c’era anche uno gnomo?» chiese Camillo ironico. «Perché non ti sei arrabbiato per il fatto che ho acceso la luce stanotte? Perché non ti sei difeso dicendo che era colpa mia?». Camillo non rispose, si limitava a guardare la pioggia che formava grandi acquitrini. «Prendo botte da quando sono entrata in quel maledetto istituto. Te le danno dal primo giorno che metti piede lì dentro. Ma non ti ci abitui mai. Così quando combini qualcosa la prima cosa che fai è cercare una scusa. Alcuni incolpano gli altri pur di non prenderle. Al Prosperitano tutti fanno la spia o incolpano gli altri, tranne io e Betta. Le ragazze lì sono cattive, false, pur di farsi belle con le suore farebbero qualsiasi cosa. Ma tu no, dal primo momento ti sei preso cura di me, non ti arrabbi mai, anche quando ti tratto male. Non sono abituata ad essere trattata bene. Gli altri non mi permettono di trattarli male, reagiscono, con insulti, botte. Pensavo che prima o poi lo avresti fatto anche tu. E invece no, accetti tutti i miei capricci e così ho preso la mano ed ho perso il controllo. Mi dispiace!». Per la prima volta Camillo si girò a guardarla. Le sorrise. «Ti capisco, anche la mia vita è stata piena di botte! Più in là c’è una biblioteca, vogliamo andare a spulciare qualche libro? Magari imparo a scrivere meglio!» Pamela gli diede un buffetto sulla spalla sorridendo, lo prese sottobraccio e si incamminarono insieme. Il custode non c'era.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Il custode del Luna Park, un nuovo amico

Capitolo 14 – Il custode del Luna Park, un nuovo amico Il custode entrò in una baracca. Era composta da due stanze, in una c’era un letto, nell’altra c’era una credenza di legno dipinta di verde. Sopra vi erano poggiate delle confezioni di cioccolata. Al centro c’era un tavolo di legno, una panca, e due sedie, poi in un angolo un divanetto. I ragazzi si sedettero al tavolo. Alle finestre c’erano le tendine, che facevano filtrare poca luce. I ragazzi si guardavano intorno, mentre lui preparava della cioccolata calda utilizzando pezzi di cioccolata e acqua, invece del latte e del cacao. Prese dei cornetti e si sedette e offrì cioccolata e cornetti ai ragazzi. «La pioggia, tanta verrà giù!» Disse guardando la finestra. «È il custode…» spiegò Camillo a Pamela, «…di tutte le giostre, le ripara anche!» L’uomo continuava a guardare la finestra. Quando finirono di mangiare e bere prese dalla credenza delle caramelle gommose. Prese due pezzi per lui ed il resto lo diede ai ragazzi. «Il treno!» disse uscendo dalla baracca «… il treno, chi non ce l'ha non può farci un giro!» I ragazzi lo seguirono mangiando caramelle gommose. Si avvicinarono alla locomotiva, era blu con due strisce gialle laterali, alta quanto Camillo. Pamela era titubante a causa dell’incidente avvenuto qualche ora prima alla stazione, ma accettò volentieri, visto che a guidare sarebbe stato un adulto. Il custode spostò la locomotiva a mano fino ai vagoni, li agganciò e poi salì e si mise alla guida. I due ragazzi sedettero sul primo vagone subito dopo la locomotiva. Ogni vagone era di un colore diverso, quasi a formare un arcobaleno. Il treno stentò a partire, Pamela si irrigidì e chiese se fosse tutto a posto. «Era ferma da molto tempo!» spiegò Camillo per rassicurarla. Cominciò il viaggio e Pamela si tranquillizzò. I ragazzi osservavano il Luna Park e gli sembrava di essere nel paese delle meraviglie. Camillo si immaginò un viaggio insieme a Pamela e ogni tanto, mentre passavano tra una giostra e l’altra, dava un’occhiata alla compagna di viaggio. Ma Pamela era rapita da tutto quello che vedeva intorno a lei, era in estasi. Fino ad un giorno prima non sapeva cosa fosse la serenità, e ora, addirittura, assaporava la felicità, una contraddizione visto che da qualche parte, nascosto, forse nemmeno tanto lontano, c'era il mostro, c'era Dabby Dan. Il cielo buio sovrastava immenso il Luna Park, ma lei era talmente felice che avrebbe potuto piangere dall’emozione, un vortice di sensazioni che l’avvolgevano e l’abbracciavano. Tutto era bello, tutto era immensamente meraviglioso. Ed incominciò a volare, libera, volteggiando velocemente, per poi capitombolare su nuvole soffici che la cullavano, mentre intorno al loro il mondo era avvolto da una musica dolcissima che faceva da ninna nanna. E anche lei, in quel momento, sperò che la gente non uscisse più dalle case, che potessero restare per sempre solo lei, Camillo, il Custode del Luna Park ed il treno. Ma se è vero che i pensieri vagano da soli, ed è impossibile tenerli a freno perché liberi e indipendenti, è altrettanto vero che anche il risveglio non si può trattenere, ed in un istante la riportarono alla realtà, in modo brusco, con uno scossone e di colpo si destò. Il treno era uscito dal Luna Park. Il custode guidava tranquillo tra le strade deserte della città. Destreggiandosi tra le auto lasciate in maniera disordinata. Pamela guardò Camillo preoccupata. «Ma si può uscire dal Luna Park?» «Normalmente penso di no. Ma non c’è nessuno in giro!» Lo sguardo di Camillo fu attratto da un’ombra nera nascosta dietro un pilastro dei porticati dove c’erano i negozi. Fu scosso da un brivido, cercò, però, di non darlo a vedere a Pamela. L’ombra si spostava di pilastro in pilastro. Li stava seguendo. «Stai calma!» «Sono calma!» «Stai calma, devo dirti una cosa!» La ragazza si fece seria. «C’è Dabby Dan!» Non fece in tempo a finire la frase che la sua amica incominciò a piangere. In silenzio. Le lacrime le solcavano il viso. Era terrorizzata. Non riusciva a muoversi. Camillo pensò un modo per dirlo al custode, ma la paura prese il sopravvento. «Dabby Dan!» urlò con quanto fiato avesse nei polmoni. Il custode si voltò a guardarlo di scatto. «È là, dietro quei pilastri sotto i porticati!» disse Camillo agitato. Il custode guardò sotto i porticati, lo vide. Fermò di colpo il treno. Poi, invece di fuggire invertì il senso di marcia e diresse il treno verso i porticati. Camillo e Pamela incominciarono ad urlare. «Noooo, che fai… ci mangerà vivi!» Ma il custode nemmeno li ascoltò. Il treno si fermò vicino ai porticati. Camillo prese la mano di Pamela e l’aiutò a saltare ed incominciarono a correre lontano. L’uomo nero scappò ed il custode incominciò ad inseguirlo a piedi lasciando il treno incustodito. I due ragazzi giunsero a debita distanza e si nascosero dietro un’auto in sosta. «Ma cosa fa è pazzo?» urlò Camillo. «Camillo scappiamo!» «Ma dobbiamo avvertirlo. Forse non sa che quello è Dabby Dan!» Ma ormai si erano persi in lontananza. I ragazzi restarono di nuovo da soli. Si diressero in fretta verso il lato opposto in cui erano andati Dabby Dan e il custode. Si ritrovarono nei pressi del negozio di elettrodomestici dove Camillo aveva appreso della fuga di Dabby Dan. Il ragazzo entrò seguito a ruota da Pamela che non capiva che cosa stesses facendo ma era ancora scossa e non osava chiedere. Camillo camminava veloce tra i corridoi degli scaffali, sembrava cercasse qualcosa in particolare. Giunsero al reparto fotocamere digitali. Il ragazzo storse il muso; non era quello che cercava. Poi alzò lo sguardo e notò qualcosa su uno scaffale in alto, era una di quelle macchine fotografiche professionali, con un lungo obiettivo. Camillo la prese, la esaminò facendo uscir l’obbiettivo che si allungò del doppio della lunghezza dell’apparecchio. Tirò Pamela per il braccio e si avviarono verso l'uscita. «Camillo ma questo è un furto, hai visto quanto costa? Sono più di mille euro!» «Ci serve!» «Devi fare un book fotografico a Dabby Dan?» chiese caustica. Ma Camillo non capì il sarcasmo. «No. Mi serve per un’altra cosa. Quando tutto sarà finito la restituirò!» Prima di uscire Camillo si guardò intorno con circospezione.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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Il Luna Park

Capitolo 13 – Il Luna Park Si trovarono davanti ad un Luna Park itinerante, in funzione. Le luci accese formavano un caleidoscopio di colori che scintillavano nel cielo ormai quasi buio. Ma il Luna Park era completamente vuoto, non c’era nessuno. Pamela era al settimo cielo. Non c'era il bigliettaio ed entrarono senza pagare. La ragazzina sgranò gli occhi e spalancò la bocca. Si guardava intorno imbambolata. Camillo cercò di fare l’adulto dicendo che erano giochi da bambini piccoli, ma Pamela manco lo ascoltava. «Ma non hai mai visto una giostra?» chiese lui con spocchia. Ma il fievole “no” di Pamela lo zittì. La vita della sua compagna di viaggio non doveva essere stata per niente facile se non aveva mai visto le giostre. Era la giostra dei cavalli ad attirare maggiormente lo sguardo della fanciulla, così Camillo, per rimediare all'antipatia mostrata poco prima, la invitò a salire. Pamela quasi non credeva alle sue orecchie: davvero ci si poteva salire sopra? Non se lo fece ripetere due volte e senza mostrare la benché minima paura per la giostra in movimento balzò su un cavallo bianco ed incominciò a cavalcarlo con i suoi lunghi capelli color rame che mossi dal vento sembravano fiamme incandescenti. Aveva gli occhi lucidi che facevano a botte con il sorriso della bocca. Era la prima volta che Camillo la vedeva sorridere in quel modo, era spensierata, distratta, felice. E fu in quel preciso istante che comprese di essersi innamorato, se fu in quello stesso istante che sperò che Dabby Dan non venisse mai arrestato e che la gente restasse per sempre chiusa nelle proprie case. Non aveva mai avuto una ragazza, e neanche pensava di piacergli alle ragazze; un po' a causa del suo fisico un po' rotondetto, un po' perché pensava di essere poco attraente. Era alto per la sua età, ma era comunque molto in carne e i ragazzi lo prendevano in giro. Le ragazze invece non lo prendevano mai in giro, anzi, risultava loro molto simpatico e alcune lo sceglievano come amico. E lui si era così abituato a fare l’amico che non pretendeva mai niente di più, ma forse a quattordici anni non si poteva pretendere di più. Mentre Pamela girava, Camillo notò un signore che stava aggiustando una delle giostre. Diede un’occhiata a Pamela che stava dondolando felice e si mosse verso l’uomo. Stava armeggiando intorno ad una locomotiva. Poco distante c’erano anche le carrozze, ognuna di esse era piccola con quattro posti a sedere, aperta ai lati. «Tu non sei scappato come tutti gli altri?» L’uomo restò impassibile, fece un leggero diniego mentre continuava a lavorare. «Non hai sentito del mostro?» L’uomo fece ancora segno di no con il capo, mentre continuava ad aggiustare. «Allora stai attento, dicono che mangia i bambini!» L’uomo non rispose. «Sei il custode?» L’uomo fece di sì con il capo. «Wow, il tuo sì che è un bel lavoro. Vorrei poterlo fare io. Anzi no, vorrei fare il collaudatore di giostre!» L’uomo lo guardò perplesso con lo sguardo interrogativo. «Beh… quando si costruiscono le giostre non c’è qualcuno che le prova per dire se sono divertenti? Come fanno a sapere se una giostra piace o no?» chiese il ragazzo. L’uomo era alto poco più di un bambino, grassottello, con una criniera elettrizzata sulla testa. Vestiva in maniera trasandata, sembrava fosse andato a dormire con i vestiti. Pamela si avvicinò in silenzio. «Vado a mangiare, ho fame. Chi fame ha, viene a mangiare con me!» I due ragazzi si guardarono. «Camillo ci possiamo fidare?» Camillo alzò le spalle. Poi lo seguirono.   Capitolo successivo Capitolo precedente Torna all’indice    

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